X
<
>

5 minuti per la lettura

La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: “Sto bene, anzi benissimo” o di come non disturbare


LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: “Sto bene, anzi benissimo” o di come non disturbare

Cara Altravoce, ti scrivo da quel mondo di mezzo della vita in cui si dice “sto benissimo” con la stessa naturalezza con cui si mette il sugo sul fuoco e si abbassa la fiamma, piano, senza che nessuno senta il bollore. Ho cinquantadue anni, rughe che chiamo segni di carattere e una tendenza cronica a rispondere «figurati, non è niente» quando invece è moltissimo. Moltissimo. Un moltissimo che di notte diventa rumore bianco e di giorno si traveste da gentilezza.

Succede così: qualcuno dice una cosa che fa male. Tu sorridi. Qualcuno fa una cosa che fa male. Tu apparecchi lo stesso la tavola. Qualcuno non fa una cosa che aspettavi. Tu ti convinci che in fondo non la aspettavi davvero. E intanto, dentro, c’è una donna che sta compilando in silenzio un archivio enorme, scaffali interi di “avrei voluto dire”, “avrei dovuto chiedere”, “non mi è andato giù ma l’ho ingoiato col caffè del mattino”. Ho scoperto che questa cosa si chiama self-silencing, auto-silenziamento emotivo e relazionale. Qualcuno ci ha fatto un dottorato, io ci ho fatto una vita intera. Non è timidezza, non è educazione. Non è nemmeno quella cosa bella che si chiama diplomazia.

È una forma sottile e molto femminile perché è soprattutto nostra, questa faccenda, di cancellare sé stesse per non disturbare l’ecosistema degli altri. Si tace il disagio per non creare conflitti, si dice “va bene” per non essere “difficili”, si sorride per non essere “pesanti”, si minimizza per non sembrare “esagerate”. Quello che voglio chiederti, e lo chiedo anche a me stessa, è: si può imparare a smettere? Si può, a una certa età, riprendere confidenza con la propria voce senza sentirsi egoiste, senza sentirsi in colpa, senza aspettarsi che il mondo crolli perché una volta hai detto «no, questa cosa non mi va»?


LA NOSTRA RISPOSTA

Sono nata che ero morta. Quando mia madre ha iniziato ad avere le doglie, tempi in cui gli smartphone erano futuro lontano, il suo ginecologo, quello per cui si era deciso dovessi nascere in una clinica a Sibari e non Roma dove vivevamo, non si trovava. Arrivata in clinica il medico di guardia senza troppi pensieri dice «è morta, non c’è battito». La signora rischia una setticemia, tiriamo via l’essere con il forcipe. Tipo a pezzi. Mia madre urlava è viva, la sento. Mio padre, medico anche lui ma non ginecologo, si è imposto, fatela nascere. Viva o morta. Di parto naturale a quel punto non se ne parlava più, madreh era isterica e stremata, aveva anche solo 23 anni, e quindi cesareo.

Eseguito nel peggiore dei modi possibili. Ma sono nata viva e bella, a sentire i racconti. Mia madre se l’è vista brutta. Una terribile infezione e altri problemi. Ho capito quando ancora non capivo che nella vita non avrei dovuto creare altri problemi. Ovviamente, come tutti, qualcuno poi ne ho creato. Ma il meno possibile. Quando è morta, per davvero, mia sorella, il mantra era, e avevo 5 anni, Micetta sta bene, lei capisce. Io stavo sempre bene. Come te, facciamo parte di tutta quella schiera silenziosa di donne che hanno trasformato l’arte di sparire in una forma di sopravvivenza così raffinata da sembrare virtù.

Perché ecco il punto, il self-silencing non ha l’aria di un problema. Ha l’aria di una donna per bene, è lì che sta il trabocchetto. Non ti silenzi urlando, non ti silenzi piangendo, ti silenzi sorridendo. Ti silenzi cucinando la cena. Ti silenzi dicendo “figurati” con una grazia tale che tutti ti ringraziano, nessuno si preoccupa, e tu resti sola con il tuo archivio infinito di cose non dette che di notte ti fanno compagnia come ospiti che non hai mai invitato.
Hai chiesto se si può imparare a smettere. Sì. Ma te lo dico, fa uno strano rumore, all’inizio. La prima volta che dici una cosa vera, una cosa che prima avresti inghiottito col caffè, il silenzio intorno dura due secondi esatti e ti sembrano due anni. Il tuo sistema nervoso è convinto che stia per succedere qualcosa di catastrofico. Non succede niente di catastrofico.

Succede solo che qualcuno ti guarda con una faccia leggermente spaesata, come se avessi parlato in una lingua che non si aspettava da te. Hai chiesto come si fa senza aspettare la crisi. Questa è la domanda giusta. Quella che mi fa pensare che tu sia già a metà strada. Perché la crisi, la notte in cui non si dorme e si capisce tutto, è il metodo più doloroso e più comune. Ma non è l’unico. L’altro metodo è più lento, meno drammatico e richiede una cosa sola: smettere di chiederti se gli altri staranno bene, e iniziare a chiederti se stai bene tu. Non una volta ogni tanto. Ogni giorno. Come ci si lava i denti.

La tua voce non è una seccatura, non lo è mai stata. È solo che per decenni ti hanno, ti sei, convinta del contrario, e adesso ci vuole un po’ di pazienza per disimpararlo. Consiglio di lettura classico. Leggi Elena Ferrante. Tutta. Ma in particolare I giorni dell’abbandono. Una riflessione feroce sulla dipendenza affettiva, sull’identità femminile costruita intorno alla coppia, e sul coraggio brutale che serve per ricostruirsi. È una storia vera. Nel senso che è la storia di molte donne vere, compresa probabilmente qualcuna che conosci, anche forse una che vedi allo specchio ogni mattina.



CLICCA E SCOPRI TUTTE LE LETTERE DELL’ALTRA POSTA


COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA