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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Mia figlia è dislessica e io non so cosa fare
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Mia figlia è dislessica e io non so cosa fare
Cara Altravoce, sono una mamma preoccupata e in ambasce. Credevo di sapere tutto su mia figlia, una meravigliosa creatura di quasi undici anni, non solo le cose banali e facili, tipo cosa le piace mangiare e cosa no, il colore preferito, ma anche le piccole ferite date dai litigi con la migliore amica, cosa la fa intristire e mettere il broncio, una certa paura della solitudine. Quello che ignoravo, e chi mi è arrivato come mazzata tra capo e collo, e non sapere come funziona la sua testa mentre legge. Dislessia ha detto la logopedista. Insomma mi ero accorta che qualcosa a scuola non andava come avrebbe dovuto andare, qualche “lentezza”, “distrazione”, un po’ di fatica. «È svogliata» mi dicevano all’inizio.
È brillante, spiritosa, capace di raccontare storie così dettagliate e vivide che si resta con la bocca aperta. E da anni, ogni sera, piange sui libri di testo. Ogni sera io le dicevo: concentrati, rileggi, stai attenta. Ogni sera lei ci riprovava. Io la guardavo e pensavo che fosse pigrizia, forse un po’ di testardaggine ereditata da parte di padre. Invece lottava contro qualcosa che io non riuscivo nemmeno a vedere. È solo dislessica. Ho pensato a tutte le volte che l’ho sgridata. Le volte che le ho tolto il wi-fi come punizione perché non riusciva a finire i compiti. A tutte le sere in cui ho alzato la voce dicendo non è possibile, hai riletto? E lei sì, aveva riletto, aveva riletto tre volte, cinque volte, con tutta la fatica del mondo, e io non lo sapevo. Adesso so.
E non so cosa fare di questo sapere. Come le sto vicina senza schiacciarla? Come la aiuto senza trasformare ogni compito in una seduta terapeutica e come faccio a non guardarla adesso con quella luce nuova e leggermente allarmata negli occhi, quella luce che lei, che è intelligentissima, ha già notato e che non le piace per niente? L’altro giorno mi ha detto: mamma, smettila di guardarmi così. Le ho chiesto come la guardavo. Ha risposto: come se fossi rotta. Ecco, non voglio che mia figlia si senta rotta. Voglio solo capire come tenere in mano questo nuovo pezzo di lei senza stringere troppo forte.
LA NOSTRA RISPOSTA
Partiamo dalle basi, dal principio, tua figlia non è rotta. Non lo sei tu, né tuo marito. La tua creatura, semplicemente, legge il mondo in modo diverso, e questo, bisogna dirlo onestamente, anche se fa un po’ male, lo ha sempre fatto. Anche quando la sgridavi. Anche quando lei ci riprovava. Il senso di colpa che senti è comprensibile, ma ti chiedo di non abitarci troppo a lungo, non ti serve, e soprattutto non serve a quella meravigliosa personcina che è tua figlia. Passiamo alla fase personale, alla confessione pubblica, mai fatta realmente: sono discalculica. Non so quanti anni ho con precisione, so che sono nata in un anno che finisce per tre e che quando cerco di calcolare il resto faccio sempre la stessa faccia di chi sta cercando di ricordare il nome di un attore coreano famoso.
E io amo gli attori coreani, famosi o meno. Intelligente che non si applica. Distratta, svogliata, un pochino vagabonda. Si diceva così un tempo. Tranne mio padre. Micetta è la più intelligente di tutti. I professori di matematica che si sono succeduti nella mia vita scolastica, sono onesta, pensavano semplicemente, fossi lenta e non volessi studiare. Tutti avevano torto, ma ci sono voluti anni per dirlo ad alta voce senza sentirmi in colpa io. Quindi ti dico una cosa sola, la diagnosi non cambia tua figlia. La cambia il modo in cui gli adulti intorno a lei decidono di guardarla. Tu hai già scelto come guardarla.
L’hai scelto il giorno sei andata dalla logopedista. Non sottovalutare questa cosa. Quello che hai fatto, in questi anni, è quello che fanno tutti i genitori che non sanno: hai usato gli strumenti che avevi. Adesso ne hai di nuovi. La diagnosi non è una condanna, è una mappa. Finalmente sai dove siete, e puoi smettere di camminare a caso nel buio sgridando tua figlia perché inciampa. Sul come starle vicina: inizia smettendo di essere la sua insegnante di sera. La logopedista fa la logopedista, la maestra fa la maestra, e tu fai la madre, che è già moltissimo, è forse la cosa più difficile di tutte. I compiti si fanno, certo, ma trovate un modo che non trasformi il dopocena in un campo di battaglia.
Strumenti compensativi, audiolibri, sintesi vocale: non sono scorciatoie, sono occhiali. Nessuno si vergogna degli occhiali. Sul come non guardarla come se fosse rotta: quella frase che ti ha detto è preziosa. Significa che comunica, che ti osserva, che si fida abbastanza da dirtelo. Rispondi. Diglielo che non è rotta. Diglielo che hai capito come funziona la sua testa e che trovi sia una testa notevole. Ah, te lo dico da discalculica adulta che ha imparato ad amare i propri limiti almeno quanto le proprie capacità, il giorno più bello non sarà quando tua figlia leggerà fluentemente. Sarà quando capirà che la sua testa, quella testa strana, creativa, faticosa e meravigliosa, è esattamente la testa giusta per lei.
Per te, di notte, quando il senso di colpa torna, perché tornerà, inutile negarlo, ti consiglio “Noi siamo il nostro cervello” di Dick Swaab. Non parla di DSA specificatamente, ma spiega con una chiarezza quasi commovente quanto poco dipenda da noi il modo in cui siamo costruiti. Lo consiglio a tutte le madri che si svegliano alle tre pensando avrei dovuto accorgermene prima. Spoiler, non potevi. Il cervello non manda avvisi. Quasi mai.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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