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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Ho avuto paura di morire, adesso ho paura di vivere.


LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Ho avuto paura di morire, adesso ho paura di vivere

Cara Altravoce, cara Mita, ti do del tu, mi scuserai. Ti scrivo da un posto strano. Non è il letto di un ospedale. Non è la poltrona della chemio con il bip dei monitor e l’odore che sa di plastica e di qualcosa che preferisco non nominare. Ti scrivo dal mio divano, fuori c’è una mattina di marzo che ha la faccia sfacciata di chi non sa niente di quello che è successo qui dentro. Sono guarita. Dovrei essere quella donna nei video che piange e abbraccia il medico e dice ce l’ho fatta con la voce rotta di chi ha aspettato questo momento per mesi. Poi sono tornata a casa. E lì, nel silenzio del mio appartamento che mi aspettava uguale a prima, ho capito che non sapevo più cosa fare. Non intendo cosa fare nel senso pratico, anche se pure quello. Intendo nel senso grosso.

Intendo: chi sono adesso? Cosa voglio? Cosa mi è permesso volere? Per quasi due anni ho avuto un unico compito: non morire. È un compito terribile e totalizzante, e devi dargli tutto. Adesso il futuro è tornato, e non so come reggerlo in mano. Le persone intorno a me sono felici. Mi guardano e dicono sei forte, sei un esempio, adesso riprendi tutto in mano. Tutti aspettano la versione di me che torna e riparte, quella che ha imparato una lezione preziosa sulla vita e adesso la vive davvero, con più gratitudine, più consapevolezza, più tutto. Io quella versione lì non la trovo da nessuna parte. Quello che trovo, invece, è una paura nuova che non avevo previsto. Una paura silenziosa, che non so bene come spiegare alle persone che mi vogliono bene perché se la spiego mi sento ingrata. La malattia mi ha tolta dalla vita.

La guarigione mi ha rimessa davanti alla vita. E io sono qui, ferma sul bordo, e non riesco a tuffarmi. Ho paura che torni, ho paura di sprecare il tempo che mi è stato restituito su cose che non contano. Ho paura di non sapere più cosa conta. Prima della diagnosi avevo una vita che mi piaceva abbastanza, non perfetta, ma abbastanza. Adesso guardo quella vita e non riconosco tutto. Non so se voglio continuare a stare con alcune persone che durante la malattia si sono rivelate fatte di una materia più sottile di quanto pensassi. Nessuno me lo aveva detto che la paura non finisce con la guarigione. Sto cercando di capire se è possibile avere paura e vivere lo stesso. Se non bisogna aspettare di essere coraggiose per cominciare.

Tua timorosa sopravvissuta


LA NOSTRA RISPOSTA

Mi colpisci al cuore e credo tu lo sappia. Mio marito, è storia nota, ha avuto un tumore, al cervello. Operato. Guarito. Sempre impaurito. Non lo dice ma ogni mal di testa fa scattare un allarme. Ogni dolore “diverso” è un trigger. La paura è sempre lì nella testa, ancora oggi, a cinque anni di distanza, una ricaduta, tante cure e strascichi importanti. La paura è una cosa di cui non parliamo, la nascondiamo come polvere sotto al tappeto e lì deve stare perché siamo qui e siamo VIVI. Ora, adesso. Quello che senti non è ingratitudine. Non è fragilità. Non è il segnale che qualcosa in te è rotto o non funziona come dovrebbe.

È il segnale che sei umana, e che essere umani è più complicato di quello che ci raccontano nei film in cui la protagonista esce dall’ospedale, si taglia i capelli, e ricomincia con una colonna sonora adatta. La malattia grave fa una cosa subdola che nessuno ti spiega abbastanza: ti abitua all’emergenza. Ti addestra a vivere in stato di allerta, a dare senso alle giornate attraverso la lotta, a sentirti presente perché stai combattendo qualcosa di concreto e identificabile. Poi l’emergenza finisce. E il corpo e la testa, che si erano organizzati intorno a quella struttura, non sanno subito dove mettere le mani.

Non è che non vuoi vivere. È che hai disimparato la grammatica del tempo ordinario. E la grammatica del tempo ordinario, mia cara, è la cosa più difficile che esista. È quella che fa incespicare tutti, anche quelli che non hanno passato quello che hai passato tu. Sulle persone che si sono rivelate fatte di materia sottile: hai tutto il diritto di prenderne le distanze. Non devi spiegarlo, non devi giustificarlo, non devi aspettare di avere un motivo che suoni convincente. La malattia ti ha dato una cosa ingenerosa e preziosa insieme, che è vedere senza filtri. Chiaramente. Usala. Io l’ho fatto, ho sfrondato l’albero dei rami secchi. Il coraggio non è l’assenza della paura. Il coraggio è alzarsi dal divano con la paura ancora addosso, o restare sul divano quando il divano è la cosa giusta, e saper distinguere le due cose.

Quello che ho letto io, in quel periodo, e che mi ha fatto sentire meno sola: “Il dono della paura” di Gavin de Becker, che ha un titolo che sembra un manuale di autodifesa e invece è un libro sulla paura come segnale intelligente, non come nemico da sconfiggere. Ti aiuta a smettere di trattare la tua paura come un difetto. Poi prendi “L’anno del pensiero magico” di Joan Didion. Non parla di malattia nel tuo senso, parla di lutto, ma parla di come la mente umana elabora la perdita di una versione di sé, e ogni pagina è scritta con una precisione e un’onestà che fanno male nel modo giusto. Didion non consola. Accompagna. È diverso, ed è meglio.



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