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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Voglio essere una madre non l’amica di mia figlia


LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Voglio essere una madre, non l’amica di mia figlia

Mia figlia mi ha detto che alcune sue amiche chiamano la madre per nome. Non come scelta affettuosa, ma come dichiarazione di principio. La madre è una pari, una confidente, quasi una compagna di stanza. Io l’ho guardata e ho pensato: che fatica deve essere, per entrambe. Cara Altravoce, io non sono così e non so se è un bene o un male.
Non ho mai voluto essere l’amica di mia figlia. L’ho capito tardi, e l’ho detto ancora più tardi, perché in certi ambienti confessarlo suona come una mancanza. Come se rifiutare l’amicizia significasse rifiutare la vicinanza. Non è così.

Significa scegliere qualcosa di diverso, che ha un nome diverso e che funziona secondo regole che nessuno ha ancora scritto per bene. Con le mie amiche sono onesta in modo forse crudele. Le chiamo quando sto male, mi lamento, a volte esagero. Loro fanno lo stesso. È un patto tacito tra adulte che hanno scelto di volersi bene in modo orizzontale, senza gerarchie. Con mia figlia il patto è un altro. Non lo abbiamo firmato. Era già lì quando è nata.
C’è una frase di un articolo che ho letto su Vogue e che mi è rimasta addosso per giorni: l’amore tra madre e figlia è come una forza gravitazionale, potente e immutabile, superiore a qualunque litigio perché ancestrale. La gravità non chiede il permesso. Non negozia.

Tiene insieme i corpi nello spazio anche quando si allontanano. Io e mia madre non siamo mai state amiche. Abbiamo litigato, ci siamo ignorate per settimane, abbiamo detto cose che non si cancellano. Eppure quando stavo male sapevo dove andare. Non da una mia amica, per quanto cara. Da lei. Perché con le amiche costruisci un rapporto. Con tua madre sei già dentro qualcosa che esiste prima di te, e questa è una differenza che conta. Mia figlia a volte mi dice che sono vecchio stile. Probabilmente ha ragione. Ma il vecchio stile, ogni tanto, ha tenuto in piedi cose che il nuovo non riesce ancora a reggere.

Una madre, forse old style


LA NOSTRA RISPOSTA

Ho trovato una frase in The Year of Magical Thinking di Joan Didion che continuo a tornare a rileggere. Parla di come amiamo le persone senza capirle del tutto, e di come questa incomprensione parziale non sia un difetto ma una condizione necessaria. Che alcune relazioni funzionano proprio perché non le scandagli fino in fondo. Mia madre direbbe che l’ho letto per darmi ragione. Probabilmente sì. Noi figlie della consapevolezza emotiva abbiamo un problema: crediamo che capire significhi stare meglio. Ma con mia madre capire non è sempre il punto. Il punto è esserci, in un modo che non richiede spiegazioni. Lei è entrata in una stanza e io ho smesso di avere paura. Non so perché. Non ho bisogno di saperlo.

Ho un’amica che telefona a sua madre tre volte al giorno e le racconta tutto, incluse le discussioni con il marito in tempo reale. Non mi permetterei mai di giudicarla. Ma so che non fa per me. Non perché voglia tenere mia madre a distanza, ma perché voglio tenerla in un posto diverso. Più interno. Meno esposto. Non dico tutto a madreh eppure ci sono cose mie che sa solo madreh. Noi siamo così, io presente, lei anche. Senza troppe smancerie, abbracci, eccesso di confidenze. Anzi litighiamo con frequenza, sopratutto ora che non c’è più mio padre a fare da cuscinetto. Eppure sento che ci capiamo nel profondo. Ci scaviamo dentro, con le unghie, a sangue, ci guardiamo e andiamo avanti. Che siamo due toste. Ma per davvero.

C’è un saggio di Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, in cui scrive delle madri e dei figli con una precisione che fa quasi male. Dice che i figli ci sfuggono e che dobbiamo lasciarli sfuggire. Io ci ho aggiunto qualcosa di mio: anche noi figlie dobbiamo lasciare sfuggire le madri. Non inseguirle dentro ogni zona. Non pretendere di conoscerle completamente. Lasciarle avere una vita che non ci appartiene. Fare la mamma è il lavoro più difficile del mondo, lo riconosco, da non madre, ma da figlia. Mia madre ha una vita che non mi appartiene. Questo, a vent’anni, mi sembrava un tradimento. Adesso mi sembra la cosa più sana che esista tra noi.

Non siamo amiche. Siamo qualcosa che non ha ancora un nome preciso nella lingua corrente, ma che esiste da prima che la lingua corrente fosse inventata. E questo, stranamente, mi basta. Le ho perdonato tutto quello che credevo mi fosse dovuto, illudendomi di conoscerla da sempre, perché sto imparando a guardarla con occhi che nemmeno a me stessa ho mai concesso: quelli di una sconosciuta che non vuole spaventarti, ma incontrarti per la prima volta. Oltre i libri, un film, del 2019, di Hirokazu Kore-eda,

La verità, con Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke. Quando la prima pubblica un controverso libro di memorie, la seconda va a farle visita con marito (Ethan Hawke) e figlia (Clémentine Grenier) al seguito. Analizzano rancori passati riaprono vecchie ferite. Il film finisce senza risolvere niente tra madre e figlia. È una conclusione onesta, forse l’unica possibile per una storia così. Le madri difficili non diventano madri facili. Le figlie non smettono di tornare.



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