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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Mia madre, la luna, Artemis e il mio stupore ancora intatto
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Mia madre, la luna, Artemis e il mio stupore ancora intatto
Cara Altravoce, in questi giorni mi torna spesso in mente una immagine di mia madre, è in piedi davanti alla televisione in bianco e nero, le braccia conserte, gli occhi spalancati. Non sorride. Ha l’aria di chi sta cercando di capire qualcosa che sa già che non capirà del tutto. È il giorno di Apollo 11. Ho ripreso a pensarci da quando è partita la missione Artemis. Hanno scelto il nome giusto, questa volta. Non più il dio della ragione e della luce, ma sua sorella: quella che caccia di notte, che conosce il buio, che non ha paura di stare nel posto sbagliato dell’orbita. Artemis dovrebbe riportare gli esseri umani sulla Luna. Una donna, stavolta, tra i primi. Due, probabilmente.
Ho sessantadue anni e ho vissuto abbastanza da sapere che le grandi promesse spaziali si spostano nel tempo come le sagome nei sogni: sempre un po’ più in là di dove le vedi. E poi c’è la Luna, lì, indifferente a tutto questo. Ecco cosa mi incuriosisce davvero, l’indifferenza della Luna. Noi ci organizziamo, litighiamo su chi ha i diritti minerari sul polo sud lunare (sì, già, ci sono trattati in corso, l’Artemis Accords li hanno firmati in tanti e la Cina no, e questo la dice lunga), costruiamo lander, disegniamo habitat gonfiabili per far dormire qualcuno in un posto dove la temperatura di notte scende a meno centoottanta gradi. E la Luna sta lì. Non ci aspetta, non ci vuole. Non sa che esistiamo.
C’è qualcosa in questo che mi sembra onesto, finalmente. Lo spazio non mente. Non ti dice che andrà bene. Non ti promette niente. Mia madre quella sera, davanti alla televisione, stava cercando di capire dove finiva la Terra e dove cominciava qualcos’altro. Io me lo chiedo ancora. Non ho una risposta migliore della sua. Ho solo qualche anno in più e l’abitudine a convivere con le domande senza aspettarmi che smettano di farmi compagnia.
Quando la prima astronauta metterà piede sulla superficie lunare, io sarò probabilmente davanti a uno schermo, come mia madre. Le braccia conserte, forse. Gli occhi spalancati, di sicuro. Non sorriderò subito. Cercherò di capire. E non capirò del tutto. Ma va bene così.
Vostra Luna piena di stupore
LA NOSTRA RISPOSTA
«E guardo il mondo da un oblò. Mi annoio un po’». Perdonami Luna (ho una nipote bellissima che si chiama così e un’altra, bellissima anche lei che si chiama Luce) i miei riferimenti pop a volte sono davvero terribili, ma quando penso alla luna Gianni Togni arriva sempre in prima base, per primo. «Luna, non mostri solamente la tua parte migliore. Stai benissimo da sola, sai cos’è l’amore. E credi solo nelle stelle. Mangi troppe caramelle, Luna».
Che poi anche su Artemis è arrivata la Nutella e la Nasa ha postato una foto – non sono stupende le foto della Nasa? – con Nasa degli Ateez che sono un gruppo k-pop. Quindi insomma in quanto a reference non mi sento in difetto. C’è una cosa che non mi aspettavo in questa fase della mia vita: lo stupore. Pensavo fosse una di quelle cose che si consuma, come le ginocchia e la pazienza per i film lunghi. Invece no. Invece mi ritrovo qui, una sera qualunque di aprile, a fissare il telefono con una notizia sulla missione Artemis e la stessa faccia che avevo a 15 anni quando mio nonno mi portò a Camigliatello, binocolo in mano, a guardare il passaggio della cometa Halley.
Il più iconico degli astri chiomati, meravigliosa inconfutabile. È stato uno degli eventi astronomici più seguiti di sempre che ancora molti conservano nel cuore. Come faccio io. Come oggi Artemis che mi stupisce per una ragione precisa, che ho impiegato un po’ a mettere a fuoco. Non è la tecnologia. Non è il fatto che ci sia una donna tra i primi a tornare sulla Luna, per quanto quella sia una cosa che aspetto con una soddisfazione che ha qualcosa di antico, di risarcitorio, di silenzioso. È lo stupore in sé. Il fatto che esista ancora. Viviamo in un momento in cui tutto arriva già digerito, pre-commentato, ironizzato prima ancora che accada. Ogni notizia ha già la sua dose di cinismo pronto, il suo commento sarcastico in attesa. Artemis no. Artemis riesce ancora a sfuggire a questo meccanismo, almeno per qualche secondo. Almeno il tempo di capire cosa stai leggendo.
Forse perché la Luna non si presta all’ironia. Ci si può provare, ma lei sta lì, e dopo un po’ smetti. Non so se è saggezza o ingenuità, questo stupore che non va via. Propendo per la seconda ipotesi e non me ne dispiace. Ah c’è della Calabria in Artemis. «In questo nuovo capitolo del rapporto tra uomo e spazio che si sta scrivendo, un contributo importante arriva dalla Calabria. Dall’Unical, per essere precisi, e dal professor Alfredo Garro, docente di Sistemi di elaborazione delle informazioni.
Garro ha contribuito, insieme a un team internazionale di ricercatori di cui è vicepresidente, alla definizione di SpaceFOM (Space Reference Federation Object Model), lo standard per simulazioni spaziali adottato dalla Nasa per il programma Artemis». Ce ne ha parlato Maria Francesca Fortunato, dalle pagine di questo giornale. L’articolo lo trovi sul nostro sito. Packing for Mars di Mary Roach, il mio consiglio di lettura. È divertente, irriverente. Racconta tutto quello che le agenzie spaziali non mettono nei comunicati stampa. Come si dorme, come si mangia, come si piange in assenza di gravità.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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