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La rubrica del Quotidiano… l’ Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: I giovani non leggono le notizie
o forse non si informano come noi
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: I giovani non leggono le notizie o forse non si informano come noi
Cara Altravoce, siamo davvero rimasti in pochi a leggere il giornale, quello di carta intendo? È vero che i giovani non leggono più le notizie? Mi è capitato di vedere il decennale rapporto del Reuters Institute di Oxford, quello che studia come la Generazione Z e i giovanissimi si informano, e ho capito che il problema, forse, non sono loro. Siamo noi. Ho scoperto che in realtà i giovani le notizie le leggono eccome: solo che non leggono le nostre.
Cioè non aprono il giornale, non si sobbarcano il nostro linguaggio da conferenza stampa, e non hanno intenzione di ascoltare il TG1 alle venti per sapere cosa è successo nel mondo quando possono vederlo spiegato in un video di 45 secondi che comincia con “Raga, dovete assolutamente sapere questa cosa assurda”. Li si accusa di non volerne sapere di nulla, quando in realtà sanno tutto – solo che lo sanno a modo loro. Lo sanno in modo intermittente, casuale, con link di TikTok come segnalibri mentali. Loro hanno le breaking news, noi abbiamo la depressione da homepage. Noi adulti, crediamo che “informarsi” significhi aprire un giornale, scorrere le prime tre notizie di un sito o ascoltare un talk show con ospiti sempre più arrabbiati. Per loro, invece, le notizie vivono altrove.
La ricerca dice che oltre il 40% della Gen Z evita consapevolmente i notiziari tradizionali perché li trova “depressivi, conflittuali o irrilevanti”. E in effetti, come dargli torto? Ogni push sul telefono contiene una catastrofe, e ogni talk sembra un processo penale. Ma mentre noi ci lamentiamo della loro “disconnessione civica”, loro fanno esattamente ciò che forse il giornalismo avrebbe dovuto insegnare: filtrano, selezionano, mettono in prospettiva. Non vogliono farsi trascinare nel rumore. Sbagliano loro? Noi? Nessuno?
Amarezza o una giurassica lettrice
LA NOSTRA RISPOSTA
Cara Amarezza, ma preferisco lettrice, ho due nipoti adolescenti, che adoro, che non hanno mai aperto un giornale cartaceo. O meglio il Quotidiano, quello quando sono in Calabria sì, «che ci scrive zia Mita». Per il resto nulla. Eppure sono informati, sanno quello che devono sapere o ritengono di voler, dover, sapere. Su alcune cose con più dettagli di me, che di giornali e notizie ci vivo. E forse è qui che casca il titolo (e l’ego): non è che loro non leggano le notizie, è che non leggono noi.
Perché noi, con la nostra aria da sacerdoti dell’informazione, scriviamo ancora per chi crede che il giornale odori di caffè e carta. Come me, del resto. Loro scorrono con un pollice, e se dopo tre secondi non hai catturato la loro attenzione, ciao.
Non è superficialità: è selettività. In mezzo a un mondo che urla, loro sanno zittire. Il punto, forse, è che i giovani non leggono noi. Non leggono le nostre gerarchie di notizie, le nostre ossessioni per i titoli indignati, la nostra arroganza nel credere che “sapere” significhi usare il lessico giusto. Noi scriviamo ancora pensando a un pubblico che ha il tempo, e la voglia, di capire come un atto parlamentare diventa legge.
Loro vogliono sapere perché quella legge cambierà la loro vita, o se nel frattempo c’è un modo più equo di raccontarla. Il giornalismo, per decenni, ha parlato dall’alto verso il basso: «ti spiego il mondo». Ora il mondo si spiega da solo, e noi sembriamo smarriti. Forse dovremmo smettere di pretendere che recuperino “il gusto delle notizie” e cominciare noi a recuperare il gusto di raccontarle con onestà, vulnerabilità e presenza – quella cosa che si chiama voce umana, e che nessuna piattaforma potrà sostituire.
Noi con i giornali cartacei ci siamo cresciuti, a casa mia ne entravano due, tutti i giorni, li comprava mio padre e lo ha fatto fino a due anni fa, quando è morto. Ora confesso, io non li compro. Ho degli abbonamenti digitali. Ma la carta? Sempre meno.
A vent’anni, divoravo, letteralmente, settimanali patinati convinta che “il giornalismo” fosse quella cosa lì: le pagine lunghe, i titoli seri, l’idea che sapere ti rendesse moralmente superiore. E invece no. Oggi “sapere” è un atto di sopravvivenza dentro un flusso. E la Generazione Z sopravvive meglio di noi, perché ha imparato che l’algoritmo è come un direttore di giornale lunatico: devi parlargli nella sua lingua, e sperare che ti pubblichi in prima.
Forse il problema è che a forza di lamentarci che “non ci leggono”, abbiamo dimenticato come si parla alle persone. I giovani l’hanno capito: vogliono verità senza editoriali, vogliono storie, non sermoni. E forse l’unica notizia che dovremmo dare davvero è questa: il giornalismo non è morto, ma dovrebbe rifarsi il guardaroba.
Forse, dopotutto, non è che i giovani non leggano le notizie. È che non si riconoscono più in chi le scrive.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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