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La rubrica del Quotidiano… l’ Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: La pensione di mio marito è la fine della mia vita privata
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: La pensione di mio marito è la fine della mia vita privata
Cara Altravoce, voglio essere precisa. Amo mio marito. L’ho sposato quarantadue anni fa in una chiesa di campagna con un vestito color avorio che mia suocera definì «quasi bianco, ma non del tutto», e l’ho amato anche allora. L’ho amato quando lavorava, quando tornava a casa alle sette e mezza, quando metteva la borsa nell’ingresso e io avevo ancora due ore di cucina davanti a me ma erano mie, quelle due ore. Mie e del bollitore. Adesso è in pensione.
È andata così: il 31 gennaio alle diciotto è uscito dall’ufficio per l’ultima volta, i colleghi gli hanno regalato una bottiglia di prosecco e un orologio che non metterà mai, e il 1° febbraio alle sette e dodici del mattino era già in cucina. Con il pigiama. A commentare come facevo il caffè. Il problema non è lui. Voglio essere chiara anche su questo. Il problema è che per quarantadue anni abbiamo costruito un sistema perfettamente funzionante basato su un principio semplice: io avevo la casa, lui aveva l’ufficio, e c’era un momento preciso della giornata in cui questi due mondi si incontravano e nessuno dei due aveva ancora rotto le scatole all’altro. Adesso quel momento non esiste più.
Adesso siamo sempre nello stesso posto, che è casa mia, e lui è convinto che sia anche casa sua. Tecnicamente lo è. Ma sto cercando di andare avanti lo stesso. Mio marito adesso guarda i telegiornali. Tutti. Poi mi racconta le notizie. Le notizie che ho già sentito, perché ero in cucina, che è la stanza accanto al salotto, non sono sorda e non vivo in Nuova Zelanda. Lui dice che finalmente possiamo passare più tempo insieme. Io invece sento il bisogno di respirare. Mi sento in colpa, perché so che per lui la pensione è stata un cambiamento difficile. Ma possibile che per accompagnarlo nella sua nuova vita io debba rinunciare alla mia?
Una moglie affezionata ma esasperata
LA NOSTRA RISPOSTA
Quando mio padre andò in pensione, dopo quaranta e passa anni di lavoro, amatissimo e totalizzante, che gli ha tolto il sonno e dato la vita, mia madre era contenta. Ora finalmente si potrà riposare e dedicarmi tempo, diceva. Dopo una settimana lo ha gentilmente invitato a riprendere in mano le sue passioni, una di queste era la fotografia, e tornare a coltivarle. Fuori casa possibilmente. Cosa che lui ha fatto, per inciso.
Cara esasperata, sono quarantadue anni. Quarantadue anni in cui lei ha costruito, con pazienza e con intelligenza, una vita che aveva una sua forma. Non una vita contro di lui, sia chiaro, ma una vita accanto a lui, con i suoi ritmi, le sue piccole cerimonie personali: l’ora in cui si guarda quella serie che a lui non piacerebbe, il modo di stendere i panni che è il suo modo, l’uscire quando si ha voglia di uscire senza dover rendere conto a nessuno. Non sono libertà enormi. Sono libertà minuscole, quasi invisibili.
Ma è esattamente per questo che contano così tanto: perché sono il residuo di sé che si preserva dentro una vita condivisa. E adesso lui è lì. Sempre lì.
Capisce tutto, commenta tutto, migliora tutto. Probabilmente con buone intenzioni, anzi, sicuramente con buone intenzioni, che è quasi peggio, perché almeno contro la cattiveria ci si può arrabbiare con una certa dignità. Contro l’amore che si fa supervisione, invece, si finisce per sentirsi in colpa. Voglio dirle una cosa su questa colpa, che mi sembra il nodo centrale della sua lettera: la smetta di portarsela dietro come se fosse una prova della sua inadeguatezza coniugale. Non lo è. Il fatto che lei senta il bisogno di respiro non significa che vuole meno bene a suo marito.
Significa che è una persona intera, con una sua identità che non si esaurisce nel ruolo di moglie, nemmeno dopo quarantadue anni, nemmeno dopo la pensione di lui. Il problema, vede, è che la pensione è una crisi d’identità travestita da traguardo. Lui ha perso improvvisamente il luogo in cui stava nel mondo, la struttura che organizzava le sue giornate, probabilmente anche una certa idea di sé. Ed è tornato a casa. Ed è lì.
E lei, che nel frattempo aveva riempito quello spazio con sé stessa, ora deve rinegoziare tutto. Non è romantico, ma è reale. I matrimoni lunghi hanno una capacità straordinaria di reinventarsi, ma solo se si smette di dare tutto per scontato, compreso il fatto che l’altro sappia cosa ci vuole. Quarantadue anni non si portano avanti a forza di sacrificio silenzioso. Si portano avanti sapendo ancora chi si è.
Un consiglio veloce. Legga “Stai zitta” di Michela Murgia. Forse lo ha già letto. Ma c’è una differenza tra averlo letto e rileggerlo adesso, con suo marito che guarda il quinto telegiornale della giornata nel salotto accanto. Diventa un’altra cosa. Diventa quasi meditativo. Alcune pagine le consiglio ad alta voce, non per farglielo sentire, solo perché fa bene alla pronuncia.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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