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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: La donna che non sapeva fare il sugo, anatomia di un pranzo della domenica
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: La donna che non sapeva fare il sugo, anatomia di un pranzo della domenica
Cara Altravoce ho un problema che non è enorme ma è un problema, da più di tre anni ho una felice relazione con un ingegnere (no, non è questo il problema). È gentile, è intelligente, mi ama, e quando siamo soli insieme sono convinta di aver fatto la scelta giusta. Poi arriva la domenica ed è il giorno. Pranzo fisso, ogni settimana, inamovibile come un appuntamento medico a casa sua, dai suoi. La mia famiglia vive in un’altra città, piuttosto lontano. La cucina di sua madre inizia a lavorare il sabato sera. Ragù, polpette, lasagne, arrosto. Sua sorella porta i dolci. La cognata apparecchia.
Io arrivo e non so mai bene dove mettere le mani, nel senso letterale: loro hanno già fatto tutto, seguendo un copione che esiste da prima che io nascessi. Lavoro tanto, spesso troppo, nel senso che ci sono settimane in cui la cena è un’app di delivery e il weekend è un concetto teorico. Non sono brava in cucina non perché non ci abbia mai provato, ma perché non mi interessa abbastanza da volerci investire tempo ed energia. Questo, nella vita normale, non è mai stato un problema. Nella famiglia del mio compagno è un problema enorme, anche se nessuno lo dice in modo diretto. Tutto passa attraverso la battuta, la risatina, l’allusione. La battuta di sua madre è sempre la stessa, con variazioni minime.
«Povero il mio figliolo, con te andrà a letto affamato», oppure «Meno male che c’è la mamma, almeno uno mangia come si deve». Lui ride. Sempre. Con quella risata un po’ imbarazzata di chi è nel mezzo e non vuole scegliere. Ho quasi trentacinque anni, un lavoro che mi piace e mi assorbe, una vita costruita in un certo modo. Non mi sembra di chiedere molto se pretendo di essere rispettata così come sono. Il punto è che mi sento svalutata in modo molto preciso. Non so come uscire da questa cosa. Non voglio perdere lui. Ma non voglio nemmeno continuare ad arrivare a casa la domenica sera con quello strano peso allo stomaco, quella sensazione di essere stata giudicata e trovata mancante. Cosa faccio?
Una donna non cuciniera
LA NOSTRA RISPOSTA
Ne I Soliti ignoti, a un certo punto Tiberio Murgia nella parte di “Ferribotte” recita: «Dalle nostre parti diciamo: femmina piccante pigliala per amante, femmina cuciniera pigliala per mugliera!». Io sono moglie e non cucino. E ho detto già tutto. Ne ho scritto proprio la scorsa settimana in Cous Cous, della mia passione per i programmi di cucina e l’assoluta repulsione per il cucinare, quindi benvenuta nel club. Non abbiamo tessere, non facciamo riunioni, e soprattutto non abbiamo ricette da condividere. Siamo quelle che arrivano al pranzo della domenica con una bottiglia di vino buono, le pastarelle e la coscienza pulita.
Serene e pacifiche, al massimo, se necessario, sparecchiamo a fine pasto. Tua suocera fa la battuta sul figlio che morirà di fame. La mia invece cucina felicemente per tutti e manco ci pensa a farmi mettere mano ai fornelli. Tua suocera non ti sta dicendo che sei cattiva cuoca. Ti sta dicendo qualcosa di più preciso: che il tuo posto, in quella casa, in quella famiglia, nel mondo come lei lo capisce, è un posto che tu non stai occupando. E che questo è un problema tuo, non suo. Il problema non è il cibo. Non è mai il cibo.
È il contratto implicito che ti viene presentato ogni volta che varchi quella soglia: sorridi, siediti, dimostra di valere secondo le nostre regole. E se non ci riesci, almeno abbi la grazia di sentirti in colpa. Tu invece non ti senti in colpa. Ti senti svalutata, che è diverso, ed è molto più onesto. Adesso la parte difficile, quella che non si dice abbastanza chiaramente. Il tuo compagno che ride non è neutrale. Ridere non è una posizione di equilibrio, è una scelta. Significa che ha deciso, in questo momento, che mantenere la pace con sua madre costa meno che stare dalla tua parte. Può farlo senza essere un cattivo ragazzo. Può farlo senza nemmeno accorgersene. Ma lo fa.
Quindi la conversazione che devi avere non è con sua madre, che non cambierà opinione su niente perché non ha nessun motivo per farlo. La conversazione è con lui. Non durante il pranzo della domenica, non subito dopo, quando sei ancora arrabbiata e lui è ancora in modalità pacificazione. In un momento normale, in cui potete parlarvi come due adulti che hanno scelto di stare insieme. Quello che devi dirgli non è: «Tua madre mi fa stare male». Anche se è vero. Quello che devi dirgli è: «Quando ridi, mi lasci sola».
Perché è questo che succede. E lui deve sapere che cosa gli stai chiedendo: non di litigare con sua madre, non di scegliere tra voi due, ma di smettere di trattare la tua dignità come una cosa negoziabile. Nel frattempo: continua a non cucinare. Non come gesto politico, non per mandare un messaggio. Solo perché non ti va, e non ti va è una ragione più che sufficiente. La bottiglia di vino buono e le pastarelle, però portale sempre. Fa molto. Per i consigli di lettura gioco in casa, Carmine Abate con il suo La festa del ritorno. Una famiglia calabrese, il peso delle tradizioni, le donne che tengono tutto insieme mentre gli uomini guardano altrove. Non parla esattamente di suocere, ma parla benissimo di quel sistema di aspettative non dette che si tramanda senza che nessuno l’abbia mai messo per iscritto.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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