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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: L’Altra posta: Mio padre sta scomparendo lentamente davanti i miei occhi
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA:L’Altra posta: Mio padre sta scomparendo lentamente davanti i miei occhi
Cara Altravoce, quello che temevo, il mio terrore più grande, alla fine è successo: mio padre non mi riconosce più. Continua a guardarmi come si guarda una signora gentile, una sconosciuta. Gli occhi spenti, smarriti e forse anche un po’ impauriti. Io sorrido, gli tengo stretta la mano, gli parlo con tono rassicurante, gli dico il mio nome, chi sono, chi è lui, ma dentro di me succede qualcosa che non so ancora come chiamare.
Mio padre ha 78 anni, ha l’Alzheimer da quattro. Fino allo scorso Natale mi riconosceva ancora, mi chiamava “la mia bambina”. Da marzo ha iniziato ad alternare giorni in cui mi guarda come si guarda una sconosciuta gentile a quelli in cui tornavo ad essere la sua bambina. Nell’ultimo mese solo sguardi vacui, rabbia a volte, confusione e smarrimento il più delle volte. Vado a trovarlo tre volte a settimana nella RSA, gli porto i biscotti che gli piacevano, gli racconto cose. A volte sorride, a volte si agita. Mia sorella ha smesso di andarci: dice che “tanto non se ne accorge”.
Io torno a casa, svuotata, e ogni volta mi chiedo se ha ragione lei. Nostra madre è morta, ha solo noi. Ha senso continuare? Non so come si fa, non so come si fa a essere una buona figlia in una situazione in cui non c’è nessun modo di essere abbastanza; non so se devo parlargli del passato, dei suoi ricordi di quando era giovane, che a volte sembrano gli unici che gli restino, o se devo portarlo nel presente, nella realtà.
Non so se dovrei fare di più, vendere qualcosa, smettere di dormire, non so quando si smette di arrangiarsi e quando si comincia a sbagliare davvero.
Ti scrivo perché ti leggo da qualche tempo e perché hai una maniera di stare dentro le cose difficili che non le semplifica ma le rende meno sole. Non ti chiedo di risolvere niente, so che non si risolve. Ti chiedo solo di dirmi se quello che sento ha un senso. Se questa stanchezza ha un senso. Se si può amare qualcuno così tanto e avere così tanta paura allo stesso tempo, e se le due cose non si escludono.
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LA NOSTRA RISPOSTA
Mio padre era forte. Fino al giorno prima. È crollato tutto insieme, come un gigante fatto di argilla. Si è sgretolato, letteralmente, mentalmente e fisicamente. È morto in quattro mesi, nell’ultimo non credo abbia mai riconosciuto nessuno di noi. A due anni di distanza, ancora non la so dare una risposta a quello che è successo; a come è successo e sì, la cosa più inutile e autocommiserante, perché è successo. A noi, a lui. Che era forte, invincibile, imbattibile, il mio eroe, la mia difesa contro il mondo, la mia spalla.
Ma aveva i piedi di sabbia che alla prima onda se lo sono portato via. Nella tua lettera che è molto più lunga di quella pubblicata ad un certo punto scrivi, “non so se sono una buona figlia”. Ce lo siamo dette tutte noi credo (o quasi tutte). Quelle che si sono dovute arrendere a cliniche, Rsa, infermieri, aiuti, sostegni. Quelle che si sono innervosite nel traffico per andare a trovarli. Che si sono sentite stanche, perse, sole. Disperate. Vuoi sapere cosa fare. È la domanda più umana del mondo, l’abbiamo fatta tutte, e io non ho una risposta tecnica da darti, perché non sono una neurologa né una geriatra.
Però ho una cosa: ho attraversato stanze come le tue. Ho visto persone care diventare qualcosa di diverso da quello che erano, qualcosa di più fragile e di più strano, e ho capito che si può restare in quella stanza senza dissolversi, a patto di non fingere che non faccia male.
L’Alzheimer è una malattia che ruba il tempo al contrario: porta via prima i ricordi recenti e lascia quelli antichi, come se tuo padre stesse tornando indietro verso un posto dove tu non eri ancora nata. Questa cosa ti fa sentire esclusa? Benissimo. Sentiti esclusa e diccelo, non nasconderlo in un cassetto. La perdita ambigua, la chiamano così, i clinici, è forse la forma più logorante di dolore: stai perdendo qualcuno che è ancora seduto di fronte a te, che respira, che a volte ride. Non hai il permesso sociale di essere in lutto, perché lui c’è.
Eppure tu sei in lutto, ogni giorno, a piccoli sorsi. Hai scritto che hai paura. La paura in questo caso non è debolezza: è intelligenza emotiva che ha riconosciuto la gravità della situazione prima che tu lo facessi consapevolmente. Non combatterla. Ascoltala. Chiediti: di cosa ho paura, esattamente? Di perderlo, di non farcela? Di diventare quella figlia che non ce la fa, di dimenticare chi era prima, il padre che conoscevi? Metti un nome preciso alla paura, è meno spaventosa quando ha un nome.
E poi trova qualcuno con cui parlare. Intendo uno psicologo, un gruppo di supporto per familiari di persone con demenza, esistono, in tutta Italia, spesso gratuiti, spesso bellissimi per la qualità dell’ascolto che offrono. Non perché tu sia fragile, ma perché quello che stai portando è pesante e non è fatto per essere portato da soli. Hai anche scritto, quasi di passaggio, quasi scusandoti, che a volte ti arrabbi con lui.
Che esci dalla sua stanza con la mascella stretta. Che ci sono momenti in cui vorresti non essere lì. Fa parte di te che ami tuo padre, non di te che lo ami male. È amore lo stesso. Forse è più amore. L’amore rimane, anche quando la memoria va. Rimane in un posto più antico, più nel corpo, meno nelle parole. Non sei una cattiva figlia. Sei una figlia che sta cercando di fare una cosa impossibile nel modo migliore che conosce. Questo, credimi, è già moltissimo..
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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