X
<
>

6 minuti per la lettura

La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Ho un disturbo bipolare, il problema non è la malattia


LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Ho un disturbo bipolare, il problema non è la malattia

Cara Altravoce, la mia non è una lettera, ma un racconto di vita. Ho trentasei anni, un lavoro che riesco a tenere, un gatto che si chiama Micio e una diagnosi che porto con me da undici anni. Disturbo bipolare di tipo uno. L’ho detto ad alta voce così poche volte che ancora mi fa un effetto strano. Il disturbo bipolare non è l’umore che cambia perché è lunedì. Non è essere un po’ su e un po’ giù. È stare benissimo in un modo che spaventa, è fare cose di cui poi non capisci la logica, è spendere in tre giorni quello che non hai, è scrivere messaggi alle tre di notte convinta che siano importanti, urgenti, bellissimi.

E poi è il contrario. In mezzo ci sono i farmaci, i controlli, la psichiatra, i periodi lunghi di stabilità in cui quasi mi dimentico di essere malata. Quasi. Il problema non è la malattia. La malattia è mia, la conosco, ci lavoro. Il problema sono gli altri. Non gli altri in senso ostile. Non i nemici. Gli altri sono mia madre che abbassa la voce quando ne parla al telefono. Il collega che dopo averlo saputo mi ha guardata diversamente. Il tizio che frequentavo due anni fa e che mi ha detto, con tono quasi dispiaciuto per me: ma quindi sei pericolosa? No. Non sono pericolosa. Sono stanca.

Sono stanca di dover fare la versione rassicurante di me stessa proprio nei momenti in cui sto peggio. Di dover spiegare che no, non sono pericolosa, che sì, prendo le medicine, che no, non è colpa di un trauma, che sì, posso lavorare, che no, non è una fase. Di dover gestire le loro reazioni mentre sto già gestendo le mie. È un lavoro doppio e non lo paga nessuno. La cosa che fa più male non è nemmeno il giudizio esplicito. È il giudizio sottile, quello che si nasconde nella premura eccessiva e nel silenzio. Ho una diagnosi psichiatrica e questo, nel 2026, significa ancora portare qualcosa che la gente non sa dove mettere.

Significa essere guardata a volte come se fossi un problema da gestire invece che una persona che ha un problema. Significa che quando racconto di me stessa c’è sempre un momento in cui valuto, consciamente, ogni volta, se dirlo o no, a chi, in che misura. È una piccola negoziazione continua tra l’onestà e l’autoprotezione. Non chiedo pietà. Non la voglio. Chiedo che la il giudizio sparisca. Stamattina mi sono alzata e stavo bene. Ho fatto il caffè, ho guardato Micio sul davanzale, ho pensato a questa lettera che volevo scrivere da mesi. Non so come starò la settimana prossima. Ma questa mattina stavo bene, e ho deciso che bastava per cominciare.


LA NOSTRA RISPOSTA

Ci sono persone, e sono tante, costrette a farsi traduttori di se stesse per un mondo che non ha ancora imparato la loro lingua. E che forse non lo farà mai. Una di queste persone è mio marito. Un’eredità del tumore al cervello. La bipolarità. Il dono ricevuto è essere sopravvissuto, lo scotto da pagare è lo stigma della malattia mentale. Per lui, per me è vivere camminando come su un immenso prato ricoperto di uova fresche. Pronte a rompersi. Negoziamo costantemente tra onestà (non ti ho capito, sono stanca, faccio fatica) e autoprotezione (va tutto bene, non ti arrabbiare, sono tranquilla). Viviamo sul binario del lavoro doppio. Gestire le proprie reazioni mentre si gestiscono quelle degli altri.

Il problema non è la tua diagnosi o quella di mio marito. Il problema è che viviamo in una cultura che sa parlare di corpo decisamente meglio di quanto sappia parlare di mente. Che sa stare accanto a una frattura, a una chemioterapia, a una convalescenza visibile ma che davanti a qualcosa che non si vede, che va e viene, che non ha bende, gessi, cerotti o stampelle, non sa dove fare cadere lo sguardo, quindi, fondamentalmente, lo gira. Sposta il focus. Nella tua lunga lettera a un certo punti scrivi una cosa che mi ha colpito assai: che nei momenti in cui stai peggio devi presentarti nella versione rassicurante. Questo mi sembra il punto più importante e anche il più crudele. Perché significa che la malattia ti chiede energia, e lo stigma te ne chiede altra, e alla fine il conto che paghi è sempre solo tuo.

Non mi è sempre chiaro, neanche nel rapporto di puro e incontrastato amore che ho con mio marito. Non ho soluzioni, né facili, né difficili, e sinceramente diffida di chi te le offre. Ogni vita è una vita a sé. Un consiglio letterario, quello te lo posso offrire, An Unquiet Mind di Kay Redfield Jamison è il libro che ti chiedo di leggere se non l’hai già fatto. Jamison è una neuropsicologa americana, ha il disturbo bipolare, e ha scritto una memoir degli anni Novanta che è ancora il testo più onesto e letterariamente bello che esista su questa esperienza. Non è un libro di auto-aiuto.

È un libro di vita vera, con le manie e le cadute e i farmaci e l’amore e la carriera, tutto insieme, senza separare la malattia dalla persona. Leggendola si capisce che si può essere brillanti, complicati, interi. Hai scritto: non so come starò la settimana prossima, ma questa mattina stavo bene, e ho deciso che bastava per cominciare. Questa frase è già una forma di saggezza che molte persone che stanno benissimo, me compresa, non hanno ancora raggiunto. Vivere nel presente non è roba spiccia da frase motivazionale via social è una competenza che si impara a forza, spesso a caro prezzo.



CLICCA E SCOPRI TUTTE LE LETTERE DELL’ALTRA POSTA


COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA