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Francesco Totti nel dipinto dell’artista Valerio De Cristofaro

Tempo di lettura 4 Minuti

L’attesa è finita. Da venerdì 19 marzo su Sky e Now Tv andrà in onda Speravo de morì prima, la miniserie in 6 puntate sugli ultimi due anni di carriera alla Roma del campione e capitano Francesco Totti. Diretta da Luca Ribuoli, è basata sull’autobiografia “Un capitano”, scritta da Paolo Condò in collaborazione con Francesco Totti, da cui Alex Infascelli trasse anche il documentario Mi chiamo Francesco Totti, fresco vincitore del Nastro d’Argento.

Un racconto leggero ma avvincente, in cui si verifica l’esatta dinamica del western: l’eroe contro l’antagonista cattivo. Per citare Sergio Leone, il Buono (e il Biondo) contro il Brutto e il Cattivo, entrambi interpretati dall’allenatore Luciano Spalletti. D’altronde come dimenticare il taglio stretto sugli occhi del campione durante il rigore all’Australia nel 2006? C’è poco campo (anche perché negli ultimi due anni di carriera Totti il campo l’ha visto di rado), e c’è tutto il privato del campione, interpretato da Pietro Castellitto. Due personaggi chiave che hanno accompagnato l’addio al calcio della bandiera romanista, sono l’allenatore Luciano Spalletti, interpretato da Gianmarco Tognazzi, e Ilary Blasi, interpretata da Greta Scarano.

Totti contro Spalletti insomma, l’eroe della Città Eterna contro colui che ha cercato di defenestrarlo. E chissà che l’ex allenatore della Roma non quereli Sky e la produzione per come è stato ritratto.

«Il ruolo di Spalletti è in qualche modo il ruolo dell’antagonista – racconta Gianmarco Tognazzi – e come tale non viene raccontato nei suoi minimi dettagli, viene raccontato in generale. L’approccio al personaggio è stato molto difficile perché, trattandosi di una persona vivente ed essendo anche una storia abbastanza recente, quello che non volevo fare assolutamente era cadere nell’imitazione. Infatti quello che vedrete non è Spalletti, è il mio Spalletti, che per altro è un personaggio, come me, abbastanza prolisso nel modo di parlare. Riuscire ad adattarlo ad una sintesi, come richiesto dalle scene, è stata la parte più difficile. Da attore devi capire come arrivare a quei determinati punti che sono gli snodi della storia e con quale grado di emotività, per non rischiare di rimanere piatto perché, se sei sempre molto arrabbiato e urlante, rischi di fare un personaggio monocorde e senza spessore. Con il regista Luca Ribuoli ci siamo confrontati molto. È stato quasi più difficile fare il provino che girare poi il film. Durante il provino ho provato a far venire fuori anche quel senso di frustrazione che secondo me Spalletti ha avuto spesso nel non riuscire a far capire il suo nuovo modo di porsi, sicuramente sconcertante per Totti, che è poi la parte della storia che noi raccontiamo. Ho cercato di convivere con il personaggio dalla mattina alla sera, anche e soprattutto in quello che caratterizza un set, che sono le pause più che i momenti in cui si gira. Instaurando quindi un legame con tutto il resto del gruppo perché poi non abbiamo solo il rapporto tra Spalletti e Totti ma anche quello tra l’allenatore, la squadra e la società». Sulla sua romanità, Tognazzi chiude: «Non so’ romano de Roma perché so’ romano de Velletri, però sono un romano che sa riconoscere il grande amore di questa città per questo fuoriclasse, campione e persona straordinaria che è Francesco Totti».

Il protagonista, Pietro Castellitto, invece racconta quanto sia stato difficile entrare nella testa di un fuoriclasse in uno dei momenti cruciali della vita.

«Il mio primo “incontro” con Francesco Totti non me lo ricordo. È una figura talmente iconica, così presente nella mia vita che diventa complicato capire come e quando l’hai conosciuta. Ricordo molto bene, invece, la prima volta che l’ho visto dal vivo che è stato grazie a questa serie. Ci ho pranzato insieme, lui mangiò una pasta e fagioli e per tutto il pranzo tenne banco. Mi spingeva la soddisfazione incredibile di riuscire a dare carne a un ricordo così eterno della mia vita. Sono cresciuto con il suo poster in camera, il paradosso di doverlo interpretare mi è sembrata una cosa bellissima, una chiamata del destino a cui non potevo assolutamente dire di no. È stato veramente un sogno che si è avverato. Ho percepito qualcosa di molto simile ad un senso di responsabilità davanti alla macchina da presa che nasceva proprio dalla voglia di rendergli onore, di renderlo felice. È veramente un’icona Totti, quindi è come fare una serie su un figlio di sei milioni di padri. Mentre leggevo ero molto curioso di come una vita così semplice e unica potesse essere rappresentata in maniera epica, perché poi la memoria storica di Totti è epica: lui è anzitutto un gladiatore, un predestinato che ha fatto i conti con il proprio destino. La sua storia nella serie è molto delicata, molto sfumata. Speravo de morì prima è innanzitutto un racconto incentrato sul disagio e sull’inquietudine di questo campione che ad un certo punto deve smettere di fare la cosa che ha fatto per tutta la vita. Smettere di giocare a pallone significa anche cambiare vita, ognuno di noi sperimenta in maniera diversa il concetto di fine. All’inizio ero un po’ disorientato perché spesso si passava da un episodio all’altro e poteva essere complicato cercare di trovare il filo cronologico della storia fino a lì raccontata e anche del sentimento giusto. Ma forse era l’unico modo per sintetizzare in sei episodi una vita così enorme».

Che raccomandazioni le ha dato Totti e cosa le ha chiesto di preciso lei per interpretarlo al meglio? «Non mi ha detto assolutamente nulla e neanche io gli ho fatto domande, io gli ho fatto soltanto domande calcistiche. Di fronte ad icone simili credo sia molto sano rimanere fedeli alla propria infanzia. Per prepararmi al ruolo, oltre alla dieta – ho preso quasi dieci chili – e tanta palestra, ho visto molte sue interviste e cercavo di passare le giornate con i suoi pensieri. Ho fatto quello che faccio sempre, ho convissuto col personaggio. La cosa fondamentale era cercare di catturarne quella essenza ironica che, da sempre, lo contraddistingue, lo rende unico, anche in campo».


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