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Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri

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I 209 miliardi se non siamo in grado di trasferirli in una crescita di produzione sana di lungo termine, è come un doping che ti fa correre veloce in quel momento ma solo perché sei dopato. Il campionato della crescita l’Italia lo vince se ha i numeri per giocare a tutto campo da Nord a Sud e vincere tutte le partite che gioca

SIAMO contenti che con i suoi tempi e con le sue convulsioni espressive anche la cosiddetta stampa di qualità si è accorta della tabellina di fantasia del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che va sotto il nome di Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza, in sigla Nadef. Sull’imminente arrivo di quei numerini fantasiosi i lettori del Quotidiano del Sud sono stati avvertiti da almeno una settimana. La cosiddetta stampa di qualità parla ora di “dubbi, è legittimo nutrirne” e di “possibili fragilità di un simile impianto”.

A noi piace essere più espliciti: sorvolando sul rimbalzo iperuranico del 2021 (6%) che non fa i conti con la resilienza globale del Covid e la cronica incapacità della macchina pubblica italiana di mettere a terra i 100 miliardi di deficit strombazzati a ogni pié sospinto per sostenere imprese e famiglie, le crescite del 3,8% nel 2022 e del 2,5% nel 2023 sono ahinoi qualcosa di peggio. Anche agli occhi di un bambino risultano il frutto di una disinvolta operazione algebrica che prescinde dalla realtà per potere dire ai finanziatori europei e ai mercati che dopo il tetto del 158% (2021) il nostro debito pubblico comincerà a scendere in rapporto al prodotto interno lordo.

Purtroppo, per tutti noi, nonostante l’ottimismo di maniera del nostro ministro, il debito non cala a parole e il moltiplicatore impiegato per la crescita non può essere un generico utilizzo di un qualcosa che si chiama Recovery Fund di cui si conosce il numero magico di 209 miliardi ma si omette sistematicamente di dire che si tratta di aiuti (meno) e di prestiti a tassi di favore (di più) che, al netto delle negoziazioni politiche con Frugali e dintorni, sono erogabili solo sulla base di singoli progetti ritenuti a uno a uno validi. Programmati e attuati nei tempi prestabiliti. Rendicontati e monitorati giorno e notte. Tutto tranne che una passeggiata soprattutto per il Paese dei venti Staterelli regionali in competizione permanente effettiva tra di loro qual è l’Italia di oggi dove a imperare è ancora la frammentazione decisionale e, quindi, i bastoni che si possono infilare nelle ruote del moltiplicatore tabellare di Gualtieri sono davvero infiniti.

Vogliamo, però, portarci avanti con i compiti per favorire un po’ di sano realismo senza il quale si va a sbattere di sicuro. Anche se è tecnicamente corretto mettere l’investimento pubblico nelle stime del prodotto interno lordo sarebbe anche buona norma mettere in guardia chi legge che stiamo parlando di una situazione eccezionale. Perché 209 miliardi sono una misura così eccessiva che si può mettere nel calcolo dell’economia perché è corretto, ma a patto che si abbia l’onestà di sottolineare che stiamo parlando di una quota di finanziamento senza precedenti. Qualcosa che non si è mai visto in Italia e che non sappiamo se saremo mai in grado di spendere e, soprattutto, di spendere bene. Parliamoci chiaro: non può essere un livello di spesa pubblica strutturale. Parliamoci chiaro: questo livello di spesa pubblica monstre, del tutto eccezionale, se non siamo in grado di trasferirlo in una crescita di produzione industriale sana di lungo termine, è come un doping che ti fa correre veloce in quel momento ma solo perché sei dopato. Il campionato una squadra lo vince se vince sempre, non se vince una sola partita con l’aiutino o l’aiutone. Il campionato della crescita l’Italia lo vince se la sua squadra della produzione, del turismo, dell’artigianato, della ricerca, della scuola e dell’Università, quella insomma dell’economia vera, ha i numeri per giocare a tutto campo da Nord a Sud e vincere così la partita ogni volta che gioca.

Per questo, ministro Gualtieri, la smetta di perdere tempo con la franco-italo-americana Tim e trovi la forza di mandare a quel Paese i lobbisti e i loro cari, perché con quel pasticciaccio lì la rete della fibra l’Italia la vedrà solo con il binocolo. Se fai la rete del futuro dai un vantaggio competitivo alle imprese, ma se continui a discutere di altro quando è finita la nuova Grande Crisi le imprese italiane private e pubbliche staranno messe peggio di prima. Perché non avranno la rete ultra veloce che i concorrenti nel mondo già hanno oggi o avranno a quella data e non potranno nemmeno più contare sul sostegno pubblico.

Potremmo parlare a lungo degli aspetti internazionali. Che cosa potrà accadere con l’economia americana post Trump? Che succede se vince l’uno o l’altro? Sarà accettato il risultato qualunque esso sia o ci sarà una “guerra civile” che per i mercati è peggio del Covid? Di questi aspetti, che non vanno sottaciuti, parliamo, però, un’altra volta. Ora ci preme consigliarLe, ministro Gualtieri, di smetterla di dare sempre numeri un po’ furbetti perché perde di credibilità lei (cosa grave) e perde di credibilità l’Italia (cosa ancora più grave). Questo giornale dal primo lockdown non ha mai smesso di dire i numeri veri e abbiamo sorriso davanti alle furbizie di confrontare il trimestre con il trimestre precedente (quello della chiusura totale), non con il trimestre dell’anno precedente, confondendo la congiuntura con la struttura e buttando fumo negli occhi delle persone.

Chi conosce le cose capisce che è tutto strumentale ma anche che è tutto molto pericoloso. Sembra di assistere al dialogo tra il professore e l’allievo, con il primo che dice al secondo di fare una tesi di laurea strumentale alla sua idea. Siamo all’università che insegna ai ragazzi come scrivere e sostenere una tesi di laurea, ma qui non siamo all’università. Siamo davanti a un Paese che balla sull’orlo del burrone e che in sei mesi rischia di compromettere un futuro di trent’anni. Finiamola di giocare con i numerini e facciamo le cose prima che sia troppo tardi. È proprio vero che chi sa fare fa, e chi non sa fare insegna.

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