X
<
>

Tempo di lettura 3 Minuti

Non vorremmo apparire ripetitivi, ma c’è un intreccio distorto di poteri legislativi concorrenti, conflitti di interessi territoriali, incapacità e vizi della burocrazia elevati al cubo, che fa del regionalismo all’italiana il punto più elevato della decadenza competitiva del Paese. Perché è il motore di un sistema di prelievi indebiti e di veti paralizzanti che ha acuito il divario tra Nord e Sud, ha moltiplicato l’assistenzialismo nelle terre dell’intrapresa privata, ha di fatto impedito di concepire e realizzare grandi infrastrutture di sviluppo nei territori meridionali e posto così le basi del più clamoroso esodo di cervelli mai conosciuto nel mondo occidentale.

Siamo al punto finale di una storia pluridecennale tutta anticipata negli atti parlamentari di molti anni fa che registrano i discorsi di Ugo La Malfa. Un urlo che esprimeva razionalità e visione, ma che rimase pressoché inascoltato: queste Regioni moltiplicheranno le burocrazie e le clientele, aumenteranno i capi di divisione e i capi di sezione e, di conseguenza, il Paese non potrà più fare neppure una grande opera, distribuirà solo assistenzialismo. Per bloccare l’Italia e condannarla al declino mi sembra la scelta più azzeccata.

Ricordo un incontro con Antonio Maccanico, uomo delle istituzioni di valore di scuola repubblicana, di ritorno dagli Stati Uniti dopo un periodo di studi. Mi dice: dobbiamo combattere la battaglia per l’abolizione del valore legale del titolo di studio, l’esperienza americana mi ha insegnato questo. E aggiunge: ne ho parlato con La Malfa che ha spento subito i miei entusiasmi. Chiedo: come mai? Che cosa ha detto? Ecco la risposta che cito a mente: “caro Tonino non ti preoccupare, le quattro o cinque leggi che hanno rovinato l’Italia le abbiamo già fatte. La prima sono le Regioni”. Diciamo che la veduta corta che è la caratteristica dominante della classe dirigente di questo Paese degli ultimi trent’anni non apparteneva a La Malfa, ma purtroppo persiste ancora e rende inutili le sue prediche profetiche e di tutti quelli che hanno il coraggio di non chiudere gli occhi davanti al misfatto di una frammentazione decisionale che condanna al declino l’Italia. Ha incrementato di anno in anno pratiche nefaste di saccheggio del bilancio pubblico da parte delle Regioni del Nord a spese di quelle del Sud, che hanno fatto il male loro e hanno portato la popolazione meridionale al picco del suo minimo storico di reddito pro capite. Un disastro senza pari che va denunciato senza riguardi per nessuno.

A Malpensa dopo decenni di finanziamenti pubblici mai visti non sono capaci di fare gli stessi tamponi negli stessi tempi che fanno a Fiumicino, ma il corridoio Adriatico dell’alta capacità ferroviaria non si fa perché litigano Molise e Puglia per la storia di un volatile che non è più lì e di un avvocato romano esperto di tutto meno che di ornitologia che lo mette prima di ogni altra ragione e blocca i lavori. La questione regionale è una questione nazionale e come tale va affrontata. Siamo seri: ma in queste condizioni davvero credete che possiamo aprire il cantiere della rinascita italiana? Senza fare i conti con l’operazione verità sulle mille distorsioni della spesa sociale e infrastrutturale sarà mai possibile ripartire? Nord e Sud devono tornare a essere un Paese, non le fazioni territoriali di due squadre contrapposte. Devono farlo in fretta e avere il coraggio di dirlo a viso aperto in Europa. Il vento del Nord soffi forte perché l’Italia ponga al centro del Piano europeo la riunificazione infrastrutturale materiale e immateriale delle due Italie, fiscalità di vantaggio e delocalizzazioni industriali agevolate al Sud. Questa oggi è la priorità. Per conseguire l’obiettivo le Regioni che hanno avuto troppo devono cominciare a restituire, ma tutte le Regioni da Nord a Sud devono fare un passo indietro.


La qualità dell'informazione è un bene assoluto, che richiede impegno, dedizione, sacrificio. 
Il Quotidiano del Sud è il prodotto di questo tipo di lavoro corale che ci assorbe ogni giorno con il massimo di passione e di competenza possibili.
Abbiamo un bene prezioso che difendiamo ogni giorno e che ogni giorno voi potete verificare. Questo bene prezioso si chiama libertà. 
Abbiamo una bandiera che non intendiamo ammainare. Questa bandiera è quella di un Mezzogiorno mai supino che reclama i diritti calpestati ma conosce e adempie ai suoi doveri.  
Contiamo su di voi per preservare questa voce libera che vuole essere la bandiera del Mezzogiorno. Che è la bandiera dell’Italia riunita.
ABBONATI AL QUOTIDIANO DEL SUD CLICCANDO QUI.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA