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Per i “rapinatori professionali” di risorse pubbliche nazionali è arrivato il momento della verità. Sono i neofeudatari di Piemonte, Lombardia e Veneto, dissipatori in poltronifici, prebende e clientele varie di quote non dovute del bilancio statale sottratte agli investimenti nelle Regioni meridionali. L’Europa chiede per loro un processo in piena regola e chiede al governo italiano di farlo. Altrimenti, se non tornerà a fare investimenti pubblici nel Mezzogiorno con risorse ordinarie, quelle sistematicamente “rubate” dalle fameliche classi politiche regionali del Nord, l’Italia perderà la sua dote di fondi strutturali. Qualcosa che vale, per difetto, una quarantina di miliardi. Lettera o non lettera, arrivata o in viaggio, questa è la sostanza.

Dobbiamo smetterla di prenderci in giro. Questo giornale ha documentato che la Regione Piemonte spende, come servizi generali, quasi cinque volte quanto spende la Regione Campania che ha un milione e mezzo di abitanti in più. Per il diritto allo studio vanno in Lombardia 420 milioni, alla Regione Puglia 32; la Regione Veneto riceve risorse pubbliche per pagare nella sanità 16mila stipendi in più di Campania e Sicilia. Il capitolo più inquietante, però, riguarda proprio gli investimenti pubblici in infrastrutture di sviluppo. Si è abolito il Mezzogiorno con il trucco leghista della Spesa Storica, che è piaciuto tanto alla sinistra di governo tosco-emiliana, e assecondando la moda di intellettuali meridionali al soldo dei Grandi Prenditori del Nord. Siamo alla vergogna delle vergogne, di addendo in addendo, la somma finale espropriata supera i 60 miliardi.

Per cui quando si tratta di scuole, asili nidi, treni, strade, aeroporti ci sono occhi e fondi solo per le Regioni ricche, anzi si dà così tanto alle Regioni ricche che solo la Lombardia arriva a elargire un reddito assistenziale a oltre 50mila persone in un coacervo di enti collegati che umilia le leggende meridionali di postini e forestali della Prima Repubblica. Si è arrivati a spendere per infrastrutture di sviluppo al Sud dal 2009 al 2015 lo 0,15% del Pil ed è questo “il vero e proprio buco nero delle risorse nazionali per la coesione ereditato dal passato” di cui ha lucidamente parlato il ministro per il Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano, rivendicando la sua battaglia che è anche la nostra. C’è un punto, però, che lui, Provenzano, e prima di lui Conte e Gualtieri, e a seguire Boccia, si devono mettere bene in testa: questo buco nero è frutto del fallimentare regionalismo predone del Nord e del fallimentare regionalismo povero del Sud. Smettiamola di fare appelli agli uomini avidi o fessi del doppio fallimento italiano. Le opere possono ripartire solo dal centro con strutture snelle, poteri e progetti speciali, cominciando a ridimensionare fino a abolire le Regioni e rifacendo finalmente lo Stato. Altro che autonomia differenziata.