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Conclusa la protesta degli autotrasportatori tra i malumori e accuse di tradimento. A pesare sullo stop una Pec inviata dalla Commissione di garanzia sugli scioperi.
GIOIA TAURO – Sono stati accusati di essersi venduti, di aver deposto le armi per convenienza. Ma gli autotrasportatori della Piana di Gioia Tauro non ci stanno. Da ieri i mezzi pesanti hanno ripreso a circolare nei tre presidi. Al porto qualcuno è ancora lì, incredulo per come si è conclusa la protesta. I camion entrano ed escono dallo scalo portuale. Tutto è ricominciato. Ma nei tre presidi della Piana, troviamo ancora le auto della polizia, tre o quattro a sorvegliare le aree occupate fino a poche ore prima dai manifestanti.
LA RABBIA DEI MANIFESTANTI E IL NODO SULLE ILLEGITTIMITÀ DELLO SCIOPERO
A Rosarno resta ancora qualche trattore del Movimento popolare nazionale, che riunisce agricoltori, pescatori e allevatori. Sono rimasti in pochissimi, ma la loro bandiera è ancora lì. «Ieri sera ho avuto forti contrasti con alcuni cittadini di Gioia Tauro – racconta Girolamo Giovinazzo, uno dei referenti di Fedralog Calabria –. Hanno visto in me una persona che li ha traditi. Li capisco, capisco la loro rabbia e la loro delusione». Nella tarda serata di ieri 23 ottobre 2026, però, dopo un lungo incontro con i referenti dei diversi presidi calabresi convocato in Prefettura, gli autotrasportatori hanno deciso di riaccendere i motori.
Ma perché hanno interrotto il fermo? A pesare sulla decisione è stata anche una Pec inviata dalla Commissione di garanzia per l’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali. Nel documento, firmato dal commissario Federico Ghera, vengono rilevati due profili di illegittimità: il «mancato rispetto del termine di preavviso» e l’«eccessiva durata dell’astensione». Secondo il codice di autoregolamentazione del settore dell’autotrasporto in conto terzi, per le azioni di carattere locale è previsto un preavviso minimo di 15 giorni, mentre la durata del fermo non può superare i cinque giorni.
CONCLUSA LA PROTESTA DEGLI AUTOTRASPORTATORI TRA RISCHIO SANZIONI, DIVERGENZE INTERNE E PROSPETTIVE PER UN NUOVO FERMO
Fuori dai cancelli del porto di Gioia Tauro, alcuni autotrasportatori lo dicono chiaramente: «Siamo sotto dittatura. Sono pazzi. Se non avessimo desistito le conseguenze, oltre che penali, sarebbero state anche pecuniarie, con multe tra i 25 e i 50mila euro, oltre al fermo dei mezzi». Il movimento sembra essersi un po’ diviso dopo il tavolo di martedì a Milano con il ministro Salvini. C’è chi si ritiene parzialmente soddisfatto dei 480 milioni stanziati per far fronte al caro carburante ed è fiducioso che possano arrivare altri sgravi e chi denuncia la presa in giro da parte del governo.
Giovinazzo, davanti ai cancelli del porto, spiega: «Ieri c’è stato un incontro con tutti i trasportatori calabresi. Guardando in faccia la realtà, era inutile continuare a manifestare viste le sanzioni». E continua: «Il nostro è stato un fermo fisiologico. Le liquidità delle imprese sono state erose dal costo del gasolio. Non ci siamo fermati per boicottare qualcuno. Il ministro non può fare orecchie da mercante davanti a una protesta lecita e giusta. Mi viene risposto che è colpa di Trump. La guerra non la dobbiamo pagare noi». La decisione di interrompere il fermo non esclude però nuove iniziative. «Sabato potremmo incontrarci nuovamente e decidere di proclamare un altro fermo, rispettando i quindici giorni di preavviso previsti dalla Commissione di garanzia», conclude Giovinazzo.
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