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Decreto Flussi, il presunto affare del clan Pepe in Calabria. L’inchiesta Ginestra svela il presunto affare sui migranti in Calabria: 1.254 domande nei click day. La ricostruzione della Dda di Catanzaro


«Non si muove foglia che “qualcuno” non voglia». C’eravamo lasciati così a giugno scorso. Perché nell’ inchiesta che avevamo realizzato su “caporalato 2.0”, sfruttamento degli stranieri nei campi, prostituzione e storture del Decreto Flussi, non c’era alcun buco nero e nessuna domanda lasciata irrisolta riguardo la descrizione dei fenomeni. Con una eccezione. Al nostro puzzle, fatto di tante piccole-grandi testimonianze raccolte sul territorio, mancava, infatti, un solo tassello: qual era (se c’era) il legame tra gli intermediari stranieri e le organizzazioni criminali locali.

DECRETO FLUSSI, LE STORTURE DEL CLICK DAY

Una domanda da un milione di dollari, ci eravamo detti. Tant’è che si viaggiava nel campo delle ipotesi, nonostante qualcuno si spingesse ad ammettere, appunto, che «qui non si muove foglia che “qualcuno” non voglia». Oggi, la ricostruzione della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro – che nell’ambito dell’operazione “Ginestra” ha portato nei giorni scorsi all’esecuzione di 41 misure cautelari – richiama in causa il Decreto Flussi e racconta una storia, fatta di personaggi – ormai noti alle cronache e indicati dagli investigatori come appartenenti al clan che sarebbe stato capeggiato da Damiano Pepe – e un “affare” che per stesse “confidenze” tra indagati rappresentava il “core business” del momento.

IL DECRETO FLUSSI

È nelle maglie del decreto del governo che ogni anno stabilisce quante persone e chi, proveniente da Paesi extra Ue, può entrare in Italia per lavorare regolarmente, che si annida il disegno criminale. In estrema sintesi, il decreto funziona così: si individua un tetto massimo di ingressi. La richiesta di manodopera parte dal datore di lavoro, in Italia, che chiede di poter assumere una persona specifica. La domanda si invia online, in giornate stabilite, i famosi “click day”, indicate dallo stesso governo centrale.

Se la richiesta rientra nella quota e le verifiche su posizione del datore e contratto vanno a buon fine, la Prefettura rilascia il “Nulla Osta” al lavoro. Il lavoratore straniero si reca così all’Ambasciata o al Consolato italiano nel suo Paese d’origine e ottiene il “visto” per raggiungere l’Italia. Qui, entro 8 giorni, lavoratore e datore vanno insieme in Prefettura per firmare il contratto e richiedere il permesso di soggiorno. Poi, ci sarebbe anche la procedura semplificata, ci sono le modifiche, ci sono ulteriori passaggi, ma, ai fini della ricostruzione del “meccanismo” oggetto dell’inchiesta, è sufficiente fermarsi ai punti chiave di lettura.

LA RICOSTRUZIONE DELLA PROCURA ANTIMAFIA

Sebbene le responsabilità delle persone coinvolte (nei cui confronti si ipotizza il favoreggiamento dell’ingresso illegale di cittadini stranieri aggravato dal metodo mafioso) dovranno ora essere eventualmente accertate nel seguito del procedimento giudiziario, nella richiesta di applicazione delle misure cautelari inviata al gip nell’aprile 2025, l’analisi accusatoria vede Damiano Pepe e i suoi presunti stretti collaboratori, come Vincenzo Sibarella, Marcello Pepe, Rocco Azzaro e Antonio Azzaro, mettere su il meccanismo criminale. In che modo? Sempre secondo gli inquirenti, Damiano Pepe ordina e dispone.

LEGGI ANCHE: Operazione Ginestra, il clan Pepe controllava il business dei click day

Gli altri intercettano le aziende sul territorio disposte a partecipare all’affare (facendo anche leva sul nome del presunto boss), e si mettono in contatto con figure “intermedie” come Antonio Angiò, conosciuto come “il professore” (ex avvocato di Roma, apparentemente lontano dagli ambienti criminali) e tale Hassan, detto “il talebano” che, di fatto, era colui che reperiva in territorio straniero gli immigrati che desideravano entrare in Italia regolarmente, dietro il pagamento di un corrispettivo. Il paracadute dell’organizzazione era proprio la possibilità di utilizzare strumenti e mezzi legali: la predisposizione di domande depositate nei giorni del click day.

LE INTERCETTAZIONI

«Questa è una cosa che non è illegale: io ho l’azienda, faccio la richiesta per dieci persone. Me ne ammettono sette. Me ne ammettono cinque». Così Vincenzo Sibarella si rivolge ad un imprenditore (anche lui tra i destinatari delle misure cautelari), per convincerlo a entrare a fare parte di un giro che per le sue stesse modalità – secondo lui – li avrebbe messi a riparo da rischi e conseguenze di tipo giudiziario. «È facile, sentimi a me».


Obiettivo quattrini. I soldi – quantificati in diverse migliaia di euro totali per ogni straniero chiamato – che sarebbero dovuti giungere al gruppo dal “talebano” e dal “professore”, il quale, tra le altre cose, per un ritardo nella consegna della somma, secondo la ricostruzione della Dda, è stato percosso e malmenato da Damiano Pepe alla presenza di altri, a Marina di Sibari: «E gliene ho date poche – le microspie degli investigatori registrano la rabbia di Damiano Pepe – doveva “sbruffare” il sangue».

RUOLI E RAPPORTI

E proprio Angiò, il “professore”, pare svolgesse un ruolo chiave nella vicenda. Lui coordinava l’affare. Univa i puntini utili per partecipare alla procedura del click day, chiedendo i documenti che servivano caso per caso, tenendo perciò contatti frequenti con Marcello Pepe e Rocco Sibarella. E loro, su sua indicazione, si attivavano. Per esempio, nel fornire le carte necessarie al completamento della procedura, nel fornirgli informazioni sull’azienda, oppure l’individuazione del posto dove i lavoratori in ingresso in Italia avrebbero dovuto domiciliare. Non è un caso che, sempre secondo la tesi accusatoria, le conversazioni intercettate sono concentrate proprio in prossimità dei giorni del click day e, nel merito dell’operazione, si fa riferimento al click day del 27 marzo 2023 per il “Decreto Flussi 2022”, del 12 dicembre dello stesso anno per il “Decreto Flussi 2023” e del 25 marzo 2024 per il “Decreto Flussi 2024”.

GLI IMPRENDITORI

E poi ci sono gli imprenditori, anello fondamentale della filiera illecita. Senza il loro benestare, l’affare non si conclude. Senza il loro consenso e la loro partecipazione, l’inoltro delle domande nel corso dei click day non si potrebbe concretizzare. Per loro – tanto per sottolineare l’importanza del ruolo rivestito nella vicenda secondo la Procura – era stata chiesta, infatti, la misura cautelare in carcere, prima che il gip ritenesse sufficiente l’applicazione dei domiciliari. Infine, c’è Hassan, il procacciatore di stranieri: «Ce li ha portati quello là, il talebano», dice Sibarella chiacchierando con Rocco Azzaro. E sempre lui era deputato a versare il denaro. Anche se pare si sia risparmiato le percosse di Pepe per il ritardo della consegna. A differenza di Angiò.

IL NODO

Nell’ambito delle tre procedure, sono state complessivamente inserite per le aziende coinvolte 1.254 domande per altrettanti cittadini extracomunitari (357 per il Decreto flussi del 2022, 257 per il 2023 e 640 per il 2024). Di tutte le pratiche censite, nessuna pare risulta essersi conclusa positivamente con la sottoscrizione effettiva di un contratto di soggiorno inteso tra il datore che ha fatto la richiesta e il cittadino extracomunitario.
D’altronde, in un’intercettazione tra Sibarella e un terzo sconosciuto alle indagini, nella proposta dell’affare, dopo aver riferito che si potevano guadagnare mille euro “a nero”, lo stesso specifica che poi non era tenuto ad assumere stranieri per i quali faceva la domanda. «Non devi assumere niente».

LE PRATICHE

Numerose pratiche, comunque, al tempo dell’indagine avevano raggiunto un avanzamento positivo, essendo rientrate nelle quote della provincia stabilita ed erano giunte all’emissione del “nulla osta per lavoro stagionale” e al momento degli accertamenti – tra settembre e novembre 2024 – sarebbero giunte all’emissione di un visto di ingresso per lavoro stagionale subordinato 203 pratiche, quasi tutte relative al click day del 27 marzo 2023.


203 domande che, però, risultavano non solo prive di completa documentazione e, ancora, nelle quali, nessuno dei soggetti indicati, risulta essere stato assunto dalle aziende che ne hanno richiesto l’ingresso. Solo per 23 cittadini stranieri, sembra essere stata comunicata l’assunzione da parte di diverse aziende sparse in diverse località d’Italia. Tutte non in provincia di Cosenza. La Procura, in ogni caso, sottolinea che il reato di favoreggiamento dell’ingresso illegale di cittadini stranieri, è un reato di condotta, a forma libera e di pericolo: insomma, per perfezionarsi, basta l’attività diretta e non è necessario l’effettivo ingresso illegale.

E, se anche non ci sono elementi per affermare che i proventi confluissero nelle casse della cosca, secondo gli atti investigativi il gruppo di Pepe avrebbe ricevuto – almeno in una circostanza – dei soldi da questa attività illecita e che per alcuni stranieri l’iter si sarebbe concluso con l’ottenimento di un visto per soggiorno di lunga durata.

LO SPACCATO DI UNA PRATICA

Una vicenda, insomma, ricostruita sulla base di incontri, date, documenti, ricerche certosine, telefonate intercettate, sulla quale adesso l’autorità giudiziaria sarà chiamata a fare piena luce. L’operazione “Ginestra”, comunque, ci restituisce uno spaccato di una pratica che, qualora venga definitivamente accertata, racconta di un meccanismo complesso, sporco, radicato, che gioca, si muove e sfrutta la debolezza umana. La voglia di raggiungere l’Italia in vista di un futuro migliore. Il sogno delle uniche vittime di questa brutta pagina calabrese: gli stranieri. Alla fine, pagano loro. In tutti i sensi. E, a quanto pare, la criminalità organizzata aveva fiutato l’affare.

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