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La struttura di reumatologia "Madonna dello Scoglio" a Crotone

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Il paradosso della Reumatologia, Crotone sostiene da sola la rete regionale ma il budget copre la metà dei posti


CROTONE – Centinaia di pazienti in lista d’attesa, un’emorragia costante di risorse regionali dirette verso i centri d’eccellenza del Nord Italia e una rete assistenziale che rischia di andare in corto circuito definitivo prima dell’autunno. È il quadro drammatico che emerge dall’analisi dello stato dell’arte della Reumatologia in Calabria, una branca specialistica che conta migliaia di malati cronici sul territorio regionale, ma che continua a viaggiare a scartamento ridotto tra burocrazia paralizzante e programmazione monca.

Il cortocircuito dei decreti

Al centro della vicenda si consuma un cortocircuito strutturale che lega i decreti commissariali della Regione alle casse della spesa sanitaria locale. Sulla carta, infatti, i provvedimenti normativi per il riassetto della Rete reumatologica integrata – a partire dal DCA 119 del 2017 fino al più recente DCA 53 del 2024, confermati dai principi della Legge Regionale 35 del 2025 – riconoscono in modo esplicito la rilevanza sociale e clinica delle patologie reumatiche. Tali norme delineano teoricamente un sistema organizzato su più livelli (Hub e Spoke) per garantire diagnosi precoci, presa in carico tempestiva e continuità terapeutica su tutto il territorio calabrese.

Migrazione passiva del 30%

La realtà operativa, tuttavia, continua a scontrarsi con dati ed evidenze estremamente impietose. In Calabria la migrazione sanitaria passiva per le patologie della branca reumatologica sfiora una percentuale record del 30%: in termini pratici, quasi un paziente su tre è costretto a intraprendere i classici “viaggi della speranza” verso altre Regioni per ottenere cure adeguate e assistenza specialistica. Questo fenomeno genera un doppio danno sistemico: da un lato la sofferenza logistica ed emotiva per i pazienti e i loro familiari, dall’altro un pesante aggravio economico sui bilanci della sanità calabrese, chiamata a rimborsare le prestazioni erogate dalle strutture sanitarie fuori regione.

Reparti pubblici inattivi

A fronte di un fabbisogno prestazionale in costante crescita demografica e clinica, il settore pubblico registra storiche inadempienze funzionali. I posti letto teoricamente stabiliti e assegnati dai piani di programmazione ad alcune strutture pubbliche dell’area centrale della Calabria – come ad esempio l’Azienda ospedaliero-universitaria “Dulbecco” – risultano a oggi ancora inattivi o non operativi. Di fatto, l’unico presidio di terzo livello attualmente funzionante sul territorio regionale per l’erogazione di prestazioni di ricovero reumatologico ad alta complessità rimane la Casa di cura “Madonna dello Scoglio” di Crotone.

Il profilo scientifico

La struttura crotonese, oltre ad assorbire circa il 70% della propria utenza da altre Aziende sanitarie della regione, si avvale della prestigiosa collaborazione scientifica di livello internazionale del professor Clodoveo Ferri, già ordinario e direttore della Scuola di specializzazione in Reumatologia presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Il professor Ferri è noto nel panorama medico mondiale anche per aver coordinato lo Studio multicentrico nazionale sull’impatto del Covid-19 nei pazienti affetti da malattie reumatologiche, oltre a guidare il Registro nazionale Sclerosi sistemica.

Un profilo scientifico di altissimo valore che la stessa Regione Calabria ha formalmente citato e riconosciuto nei propri atti programmatici (in particolare nei DCA 198/2023 e 78/2024), rendendo il presidio crotonese un punto di riferimento anche per il resto del Mezzogiorno, con una quota d’utenza proveniente da altre regioni del Sud pari al 25%.

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Il budget si ferma a metà

Ed è proprio sul piano programmatico e contabile che la vicenda travalica nell’ennesimo scontro giudiziario, finito ormai sul tavolo della giustizia amministrativa. Nonostante l’accreditamento istituzionale rilasciato per 40 posti letto complessivi (ottenuto a seguito di ingenti investimenti strutturali e tecnologici sostenuti per il trasferimento della sede di Cotronei a Crotone), il budget economico effettivamente contrattualizzato dalla struttura commissariale copre di fatto meno della metà dei posti accreditati. Una palese incongruenza su cui ora i giudici amministrativi sono chiamati a esprimersi per valutare i profili di un possibile danno alla salute pubblica.

Rischio di interruzione di cure complesse

Il risultato di questa sproporzione è un’interruzione programmata e sistematica dell’assistenza: il budget limitato si esaurisce regolarmente con largo anticipo rispetto alla chiusura dell’anno solare. Già per i mesi di agosto e settembre si prefigura l’esaurimento del tetto massimo di spesa disponibile per l’anno in corso. Questa situazione rischia di bloccare non soltanto le nuove accettazioni e i ricoveri già prenotati, ma mette a repentaglio la prosecuzione delle terapie in corso per centinaia di pazienti fragili. I malati reumatologici, infatti, sono spesso inseriti in piani terapeutici complessi, continui e ad alto costo (inclusi i farmaci biologici di ultima generazione) che non possono essere sospesi o riattivati a intermittenza senza causare gravi ed irreversibili peggioramenti del quadro clinico.

La legge di bilancio stanzia 238 milioni

La questione travalica ampiamente i confini della singola vertenza aziendale o territoriale e investe la gestione strategica della salute pubblica. La stessa Legge di Bilancio statale (L. n. 199/2025) ha introdotto un programma nazionale permanente per la prevenzione e la cura delle patologie reumatologiche, stanziando 238 milioni di euro annui strutturali a decorrere dal 2026. La presenza di risorse statali dedicate dimostra come la reumatologia sia ormai considerata una priorità sanitaria nazionale.

In assenza di una concreta attivazione dei reparti negli ospedali pubblici e in attesa che la giustizia o la politica sbroglino la matassa dei budget contrattualizzati, il rischio reale per la Calabria rimane quello di paralizzare l’erogazione dei Servizi sanitari. Ma anche di violare l’accesso ai Livelli essenziali di assistenza (Lea) e alimentare una migrazione sanitaria passiva che svuota le casse regionali e priva i cittadini del diritto fondamentale alla cura a chilometro zero.

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