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La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Il peso del giudizio delle donne sul corpo delle altre donne
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Il peso del giudizio delle donne sul corpo delle altre donne
Un’altra estate di prova costume è arrivata cara Altravoce e con lei il giudizio sul corpo delle donne, che non va mai in vacanza. Cambia forma, si traveste, indossa parole nuove, ma resta lì, fedele come poche altre cose nella vita di una donna. Ho fatto un piccolo esercizio, nei giorni scorsi, ho provato a contare quante volte, nella mia vita, ho sentito commentare il corpo di una donna prima ancora di sapere che lavoro facesse, che libri avesse letto, che pensiero avesse in testa.
Ho perso il conto quasi subito. È accaduto a me, alle mie amiche, a mia madre, probabilmente accadrà a mia figlia, se mai qualcuno smetterà di guardarci prima ancora di ascoltarci. Ne ho lette di ogni ad esempio su Arisa, la cantante, prima troppo cicciotella, poi troppo sexy, ora troppo magra. Il corpo delle donne è stato per secoli un territorio pubblico, discusso, misurato, corretto, come se ogni donna nascesse con un contratto implicito: essere guardata, e possibilmente approvata. Troppo magra, troppo grassa, troppo vecchia per certi vestiti, troppo giovane per certe opinioni, troppo esposta, troppo coperta. Non esiste, mi pare, una misura che metta a tacere il giudizio, perché il giudizio non riguarda davvero il corpo: riguarda il diritto di quel corpo a esistere senza permesso.
Non credo che basti dire “amatevi così come siete”, perché è una frase che si consuma in fretta, diventa slogan, si appende ai muri delle palestre accanto a pubblicità che promettono esattamente il contrario. Credo invece che serva qualcosa di più lento e più vero: smettere di considerare il corpo delle donne un argomento di conversazione pubblica, un terreno su cui chiunque si sente autorizzato a esprimere un parere non richiesto. Io, ad esempio, sono grassotella e vorrei smetterla di sentirmi in colpa per questo o di vergognarmi di me. Come faccio?
LA NOSTRA RISPOSTA
Negli anni sono cambiata molto, ne ho parlato diverse volte, normopeso, grassa, obesa, sovrappeso, magra e so che c’è una cosa che noi donne impariamo presto, così presto che quasi non ricordiamo quando l’abbiamo imparata: il nostro corpo è una questione di interesse pubblico. Non appartiene a noi, appartiene agli occhi degli altri. E gli occhi degli altri hanno sempre un’opinione. Sempre. Adesso c’è l’Ozempic, e la conversazione si è fatta ancora più interessante. Le donne che dimagriscono velocemente vengono guardate con quella specifica miscela di ammirazione e sospetto che riservavamo un tempo alle ragazze che studiavano troppo. Come ci riesce? Con le iniezioni, probabilmente. Imbroglia.
Come se il corpo fosse una gara, e dimagrire con un farmaco fosse barare. Come se ingrassare senza farmaci fosse invece una prova di carattere morale. Ho passato anni a chiedermi da dove venisse questa urgenza collettiva di sorvegliare i corpi delle donne, e la risposta che ho trovato è deprimente nella sua semplicità: viene dall’abitudine. Siamo abituate a essere guardate, e quindi abituate a guardarci. Lo facciamo anche tra di noi, anche noi donne, forse soprattutto noi donne, con quella precisione crudele di chi conosce il campo dall’interno. Ha ripreso tutto il peso. Ha esagerato con la dieta.
Si vede che ha perso peso nel modo sbagliato, come se esistesse un modo giusto, approvato da una commissione competente, certificato e conforme. Il grasso, in particolare, porta con sé un carico morale che la magrezza non ha mai dovuto portare. Una donna magra può essere malata, stressata, infelice: la magrezza viene comunque letta come disciplina, come volontà, come rispetto di sé. Una donna grassa è grassa e basta, e quella grassezza viene interpretata come una confessione, come qualcosa che lei ha lasciato accadere, come una negligenza. È una lettura così radicata che la condividiamo senza accorgercene, anche quando vorremmo non farlo. Quello che trovo stancante, alla fine, non è il giudizio in sé.
Il giudizio è inevitabile, siamo animali sociali, osserviamo e valutiamo, fa parte di come funzioniamo. Quello che trovo stancante è la certezza con cui viene espresso. La sicurezza con cui chiunque sa esattamente come avrebbe dovuto essere il corpo di un’altra persona, cosa avrebbe dovuto pesare, come avrebbe dovuto muoversi nel mondo. La donna che prende o non prende l’Ozempic, che dimagrisce o ingrassa, che appare sui giornali o semplicemente vive la sua vita in un corpo che cambia come cambiano tutti i corpi, non ci deve nessuna spiegazione. Questa, almeno, è la teoria. La pratica è che il giudizio continua, e continuerà, e nel frattempo noi continuiamo ad abitare i nostri corpi come si abita una casa di cui qualcun altro possiede le chiavi. Non so ancora come si smette. Ma so che il primo passo è accorgersene.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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