João Gonzalez
5 minuti per la letturaAMANTEA (COSENZA) – La Guarimba è riuscita in questi anni a costruire qualcosa di raro: non solo un festival, ma un modello culturale indipendente, accessibile e profondamente internazionale, capace di trasformare Amantea in un luogo reale di incontro tra cinema, arte, musica e comunità. Con oltre 180 cortometraggi da 53 Paesi, eventi gratuiti diffusi tra piazze, sale e mare, e una visione che tiene insieme partecipazione collettiva e ricerca artistica, il festival continua a dimostrare che il cinema può essere insieme gesto politico, esperienza popolare e spazio di scoperta.
In questo contesto si inserisce la presenza di João Gonzalez, tra gli ospiti più attesi della quattordicesima edizione, che chiude oggi, 12 agosto. Regista, animatore e compositore, Gonzalez è membro della giuria internazionale del festival: un ruolo che conferma l’attenzione de La Guarimba per gli sguardi più originali del cinema contemporaneo. Il suo nome è entrato nella storia recente del cinema portoghese grazie a Ice Merchants, che gli è valso una nomination agli Oscar, la prima mai ottenuta da un filmmaker portoghese in questa categoria.
Ad Amantea, Gonzalez non porta soltanto il suo percorso artistico e la sua esperienza internazionale, ma ha anche incontrato il pubblico in una masterclass dedicata al rapporto tra musica e immagine, cuore pulsante della sua poetica. È da qui che parte questa intervista: dall’incontro con un autore che, come La Guarimba, crede nel cinema come linguaggio capace di attraversare confini e creare connessioni.
Sei regista, animatore e compositore: come convivono queste tre anime nel tuo processo creativo?
«In armonia. Sono stato molto fortunato ad avvicinarmi al pianoforte fin da piccolissimo. La musica è diventata presto un modo naturale per comunicare i miei sentimenti. Questo, unito al controllo delle immagini, del movimento e della recitazione che deriva dal mio ruolo di animatore, e al controllo del ritmo e del montaggio che arriva dal mio ruolo di regista, mi da una grande libertà. Mi permette di esprimermi in una forma completa»
Da cosa nasce concretamente un tuo progetto?
«Di solito tutto parte da un’immagine o da uno scenario che emerge dal subconscio, sognando o a occhi aperti. Cerco di capire quale sia la sensazione che la sostiene: spesso è legata a un ricordo lontano o a un tema che sento molto vicino. È proprio in quella fase che inizio ad avere un’idea più chiara della possibile narrazione del film. Allo stesso tempo improvviso e compongo musica che possa comunicare il tono di quell’immagine o di quella realtà interiore. A volte è un frammento musicale a suggerirmi una svolta di scrittura, altre volte è una parte di sceneggiatura a farmi immaginare una scena, oppure un disegno a indicarmi una direzione musicale. Tutti questi linguaggi crescono insieme fin dalla preproduzione, in dialogo costante tra loro»
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che l’animazione sarebbe diventata il tuo linguaggio principale?
«Dopo The Voyager, il mio primo corto nove anni fa. Era il progetto finale della mia laurea triennale, e ne avevo anche composto la colonna sonora, che suonavo dal vivo al pianoforte durante proiezioni. Lavorando a quel progetto ho capito quanto fosse forte la soddisfazione di riuscire a combinare il mio amore per la musica con quello per l’illustrazione e per la narrazione. Da quel momento ho deciso di continuare a studiare pianoforte in modo indipendente e di unirlo al cinema d’animazione. Nel 2019 sono poi stato ammesso al Royal College of Art di Londra per il Master in Animazione ed è lì che il mio percorso ha preso davvero una direzione precisa».
Alla Guarimba sei giurato. Cosa colpisce prima in un cortometraggio?
«Prima di tutto il concetto e l’idea, insieme al modo in cui vengono realizzati. Tutti gli aspetti tecnici – ritmo, forza visiva, suono e così via – sono importanti solo se servono davvero il nucleo centrale del film. Per fare un esempio, un’animazione grezza o un’estetica rustica possono rendere un’opera più potente di quanto farebbe un’animazione “perfetta”, se questa scelta è coerente con il suo concetto. Allo stesso modo, una colonna sonora magnificamente composta può persino indebolire il film, se finisce per interferire troppo e distrarre lo spettatore dal suo centro emotivo. A volte la colonna sonora più forte è il silenzio assoluto. È sempre una questione di equilibrio e ogni film va considerato come un caso a sé».
Ice Merchants, che ha ricevuto una nomination all’Oscar, ha colpito pubblico e critica in tutto il mondo: quando ti sei reso conto che stava succedendo qualcosa di speciale attorno al film?
«Il percorso è ancora piuttosto confuso nella mia mente, anche perché ci sono state tantissime informazioni da elaborare in un tempo molto breve. Dopo averlo concluso, visto che tecnicamente era ancora il mio progetto finale al Royal College of Art, immaginavo che sarebbe stato distribuito come corto studentesco. Però il mio distributore ha insistito sul fatto che avesse il valore e la forza di un film professionale, e alla fine abbiamo seguito quella strada. Credo che i due momenti in cui ho capito che il film potesse arrivare molto più lontano di quanto immaginassimo siano stati la selezione per la premiere’ a Cannes e, soprattutto, il premio della giuria della Semaine de la Critique per il Miglior Cortometraggio».
Cosa volevi davvero raccontare: la sopravvivenza, la perdita, l’amore familiare, o qualcosa di ancora più indefinibile?
«In realtà è un film che contiene tutte queste cose insieme. Credo che il suo messaggio centrale abbia a che fare con l’importanza di quei piccoli rituali che condividiamo con le persone a noi più vicine. Sono proprio quei gesti minimi, ripetuti nel tempo, a trasformarsi in una sorta di rete di sicurezza emotiva capace di sostenerci nei momenti più difficili».
La Guarimba è un festival molto legato al territorio e alla comunità: che differenza senti rispetto ad altri festival internazionali?
«Amo molto i festival che mettono al primo posto il senso di comunità e di identità. Credo che La Guarimba rappresenti perfettamente questo spirito, ed è anche uno dei motivi per cui mi era stata consigliata da diversi filmmaker di tutto il mondo già prima che avessi il privilegio di essere invitato. Non potrei essere più felice di entrare a far parte di un festival e di una comunità così belli»
Che idea avevi della Calabria prima di venire, e cosa hai trovato invece dal vivo?
«Temperature alte, persone calorose, cibo straordinario e un’atmosfera assolutamente fantastica. E ho trovato esattamente tutto questo!»
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