Il tribunale di Potenza
7 minuti per la letturaPotenza, dopo l’inchiesta sui ricatti, nessuna voce dalla politica per rassicurare la città. Alle istituzioni si chiede anche di restituire ai cittadini fiducia nelle regole
«Quasi tutti gli uomini possono sopportare le avversità, ma se vuoi mettere alla prova il carattere di un uomo, dagli il potere». Lo ha detto l’avvocato Robert Ingersoll durante un elogio pubblico. Era il 1883, ma la frase torna d’attualità.
Un flash di molti anni fa. Formazione del giovane cronista, da qualche tempo alle prese con la cronaca nera. Il maresciallo dell’Arma – che di solito gli spiega i fatti per come sono avvenuti davvero – lascia cadere una frase: «Ti accorgerai che questa è una città in cui non c’è la mafia, ma c’è gente violenta. Molto violenta».
Secondo flash, un flash di ogni giorno. La casella di posta elettronica che si affolla di mail. Comunicati stampa, di solito: scritti bene o scritti male, ricchi di particolari o privi delle informazioni fondamentali. E ci sono i soliti noti, personaggi pubblici che hanno ogni giorno qualcosa da dire, e non su un solo argomento. Sembra che la vita dei lucani passi sulla loro scrivania, di tutto o quasi hanno merito, in qualsiasi incontro – che tratti o meno dei temi di cui sono più o meno competenti – sono lì a intervenire, premettere che saranno brevi, ad assicurare «dico questo e poi chiudo» e ovviamente a «trarre conclusioni».
Oggi. Nuova inchiesta della Procura di Potenza. In mezzo ci sono persone di ogni tipo, uomini e donne, giovani e anziani, politici e disoccupati, funzionari pubblici ed esercenti. Difficile individuare un filo unico nella gran mole di fatti che si affastellano a provare (o meno, lo si vedrà eventualmente in aula) una serie di reati di tipo diverso.
C’è però come una tinta di fondo che resta impressa, come un filtro attraverso cui le vicende descritte dagli investigatori pubblici appaiono di una particolare opacità.
È la violenza.
C’è la violenza esercitata da alcune persone nei confronti di altre persone. Una violenza che non si nutre di gesti eclatanti, di sfide infernali, di contrasti tra figure che in qualche modo possano giganteggiare. No, è una violenza che si consuma in telefonate sconclusionate, fra una bestemmia e una minaccia, un grande orrore grammaticale accanto a un piccolo orrore umano. È una violenza che si nutre di sistematicità, di quotidianità, che si trasforma nella bottega di ben miseri artigiani che come attrezzi del mestiere hanno lo spauracchio, la faccia brutta, le manate sul tavolo, lo schiaffo che umilia, l’ombra dell’arma.
Nulla di nuovo, beninteso. Però colpisce a fondo in una comunità come quella di Potenza in cui molti hanno ancora l’immagine dell’isola felice. Del posto tranquillo, in cui le brutture delle zone infestate dalle mafie e delle metropoli abbrutite dalla microcriminalità non sono arrivate e mai arriveranno.
D’altronde è vero: qui la mafia non c’è, come la s’intende di solito: una presenza criminale totale, con un esercito armato a propria disposizione, che controlla ogni anfratto del territorio e che ha in mano tutta l’economia criminale, settori fondamentali dell’economia legale e molti esponenti di spicco della politica.
Ma questa inchiesta dimostra che sotto il passeggio di via Pretoria, sotto gli alberi dei parchi pubblici e sotto i banchetti in ristoranti e pizzerie è nascosto ben altro.
LEGGI ANCHE: Potenza, maxi-inchiesta, una cricca di corrotti e violenti
A leggere di questi ricatti – che seguono uno schema lineare: dammi soldi quando te lo chiedo o ti faccio del male – non può non sorgere la paura nei cittadini. È ovvio: quando si legge che sotto ricatto c’erano anche personaggi pubblici importanti, non cittadini qualsiasi, il primo pensiero è: potrebbe capitare anche a me. Con l’ovvio corollario: come mi sarei comportato io? Nella chiacchiera da bar si può anche fare gli spacconi e dipingersi come rodomonti, ma nella solitudine dell’io si sa che le cose non sono così facili. La paura di fronte alla violenza non è prerogativa solo dei deboli ma anche delle persone per bene. Che non concepiscono un mondo fatto di predatori e prede e basta.
L’originalità dei lavori di Roberto Saviano – prima ancora che su Gomorra, negli articoli che scriveva per Nazione Indiana e altre testate – è racchiusa nella smitizzazione della figura del mafioso, in particolare del boss, che descrive sempre come incarnazione della mediocrità umana e culturale. Saviano smonta l’iconografia cinematografica e romantica del “padrino” carismatico o del criminale affascinante (che sarà poi, purtroppo, rimontata nella serie tv tratta dal suo libro più celebre). Scrive di persone spesso semi-analfabete, provinciali, dagli orizzonti culturali estremamente limitati. Non geni del male, ma figure grigie che applicano regole arcaiche e brutali.
Il potere di queste persone non deriva da un’intelligenza superiore o da capacità strategiche eccezionali, ma esclusivamente dal monopolio della violenza e dalla totale mancanza di scrupoli morali. La forza militare e in particolare la capacità di intimidire sono gli unici strumenti che permettono loro di imporsi.
Gli stessi boss a volte non ispirano Hollywood, al contrario vi si ispirano per darsi un tono. Riprova di vacuità intellettiva.
Lo ha scritto un giornalista. Chissà cosa sarebbe avvenuto se lo avessero detto e ripetuto per anni presidenti di consiglio, ministri, parlamentari, prefetti, segretari di partito e amministratori locali.
Mettiamo insieme i flash iniziali e tutto quello che abbiamo detto finora. Con un ultimo flash: su questa inchiesta, su questo “romanzo criminale” che scrive e descrive una città in cui poche persone fanno paura e vivono di quello, la casella mail del giornale non ha registrato neanche una noterella stampa: nell’ultima settimana hanno continuato a fioccare comunicati stampa di politici e amministratori su ogni argomento possibile e immaginabile, da destra centrodestra centro centrosinistra e sinistra, alcuni su temi per i quali il mittente non ha alcuna voce in capitolo, qualcuno su questioni così specifiche che riguardano piccoli gruppi di persone. Nessun comunicato si riferiva all’inchiesta della procura.
Qua non si tratta di fare processi in piazza, tutt’altro. Se ci sarà un processo vero, in un’aula di tribunale, solo là si potrà dire chi per la legge italiana è colpevole o meno.
Ma quello che è scritto nell’inchiesta, e che è stato ampiamente divulgato, dipinge un quadro che conferma ciò che diceva il maresciallo dei carabinieri al giovane cronista: a Potenza c’è gente violenta. E c’è chi ne paga – letteralmente – le conseguenze.
Questo stato di cose può fare a pezzi la serenità di una comunità.
E ci vuole qualcuno che dica ai cittadini che (o se) possono stare tranquilli perché ci sono le forze dell’ordine, che bisogna denunciare, che (o se) lo Stato starà vicino a chi lo farà. Quel qualcuno non può essere una persona a caso ma un esponente dello stesso Stato.
Il sindaco di Potenza, Vincenzo Telesca, per la verità ne ha parlato nell’ultima seduta di consiglio comunale, di sua spontanea volontà e non per rispondere a una qualche interrogazione. In sostanza ha ribadito la propria fiducia nell’assessore Francesco Giuzio, nel dirigente comunale e nel funzionario dell’Acta indagati, oltre che nell’operato della magistratura. Gli fa onore aver voluto parlare e metterci la faccia. Ma la sua intenzione è stata quella di «preservare l’amministrazione», come ha specificato.
Giuzio e gli altri in questo momento sono innocenti fino a prova contraria e il sindaco fa bene a chiedere loro di continuare a lavorare.
Da preservare però c’è anche la tranquillità dei cittadini. Perché non credano di vivere in una giungla in cui chi ha la clava pesta sistematicamente chi non ce l’ha. Perché sappiano che la civiltà ha estirpato la legge di natura e ha relegato nel passato la selezione sociale basata sulla ferocia.
Naturalmente non c’è solo il sindaco.
C’è il prefetto, massimo rappresentante dello Stato; ci sono tanti parlamentari, c’è la giunta regionale con il suo presidente Vito Bardi che ultimamente ha commentato la denominazione dell’antica dimora di Rionero come “Monumento nazionale”, ci sono consiglieri regionali e leader di partito.
Non si tratta di condannare o assolvere nessuno. Si tratta di passare il “test supremo” di cui parlava l’avvocato Ingersoll, all’inizio, elogiando lo scomparso Abraham Lincoln: saper usare il potere.
In questo caso non per soverchiare ma per sollevare l’animo di chi viene ingiustamente soverchiato. Di Lincoln ne nascerà anche uno ogni mille anni, ma ci si può accontentare anche di qualcosa di meno.
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA