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L’operazione antimafia nello Jonio cosentino evidenzia i gravi ritardi del sistema giustizia italiano, rallentato da carenze d’organico e burocrazia.
Fa un certo effetto leggere che tra i destinatari delle misure cautelari eseguite ieri, 28 ottobre 2026, nell’operazione antimafia nello Jonio cosentino ci fosse anche Silvana Sibarelli, la donna uccisa qualche giorno fa a Cassano nell’agguato in cui è rimasto ferito in modo grave il compagno, il presunto boss Damiano Pepe (anche lui tra i coinvolti nell’inchiesta). Le ordinanze per le misure cautelari erano state firmate il 30 settembre dal giudice distrettuale per le indagini preliminari, ma la richiesta era articolata in due fasi, l’ultima delle quali risale al 16 aprile 2025, un anno e mezzo fa. E questo fa ancora più effetto. Quantomeno dovrebbe. E, anzi, dovrebbe dare una sveglia dal rumore assordante al Paese. Alla politica, prima di tutto. Poi alla stessa magistratura, ma soprattutto al Paese intero, che sarebbe bello si svegliasse. Il sistema giustizia non funziona.
SISTEMA GIUSTIZIA: LE CAUSE DEI RITARDI E LE CARENZE ORGANIZZATIVE DEGLI UFFICI GIUDIZIARI
Non funziona perché è inaccettabile che tra una richiesta di arresto e la decisione passi un anno e mezzo, così come è inaccettabile che la durata delle indagini preliminari si protragga, diciamo così, con grande elasticità. Per non parlare dei tempi dei processi. Colpa dei magistrati? Al primo solone che con il ditino batterebbe subito sulla tastiera le lettere “s” e “ì” giovi farsi prendere da qualche dubbio: sarà che gli uffici giudiziari sono sguarniti? Sarà che, evidentemente, non c’è il personale sufficiente (magistrati e impiegati) perché il sistema funzioni in tempi ragionevoli, prima ancora che secondo il codice, secondo elementari regole di civiltà? Qua non si tratta di essere forcaioli o ipergarantisti. Si tratta di essere seri, avendo a che fare con un settore, quello della giustizia, che subito dopo la sanità incide direttamente sui singoli e sulla collettività. E può anche far danni, se non funziona.
LA GIUSTIZIA TARDIVA E IL DIBATTITO SULL’INCHIESTA DELLO JONIO COSENTINO
In attesa di sapere se un’accusa è fondata oppure no possono passare anni e anni. E se alla fine uno viene dichiarato innocente, la giustizia tardiva è sempre ingiusta. Vale per i colletti bianchi esattamente come per uno accusato di furto di energia elettrica, vale per tutti. Sull’inchiesta che ha portato agli arresti di ieri, al di là della cronaca, parleranno eventualmente i giudici, nei tre gradi che l’ordinamento prevede. Certo uno può farsi un’idea, può dire “a me questa cosa del sindaco di Corigliano Rossano sembra davvero debole”, o, sul versante opposto “finalmente, si fa luce sulla ‘ndrangheta di quella zona”. Ma al di là della fiducia nella magistratura e nel richiamo sacrosanto al garantismo inteso come allineamento allo spirito del nostro sistema giudiziario, rimane il problema.
E sarebbe ora di finirla con il perdere tempo con le polemiche inutili alle quali politici e politicanti di tutte le estrazioni ci hanno abituati. Ma non era sempre qui in Italia, qualche mese addietro, che la politica (e anche la magistratura), si accapigliava con fervore per un referendum su alcune questioni legate proprio alla giustizia? E che verve… Allora, qui e adesso, servono un paio di cose: una moratoria sulle discussioni inutili (e ce ne sono tante) e una presa di coscienza seria e urgente da parte della politica.
SISTEMA GIUSTIZIA: LA NECESSITÀ DI RIFORME STRUTTURALI E LA RISPOSTA DELLA COLLETTIVITÀ
C’è la questione urgente del sistema giustizia da sistemare: quanti magistrati e cancellieri servono per farlo funzionare a dovere? E si fa. Una volta fatto chi sbaglia paga, chi non rispetta i termini (avendone la possibilità materiale) deve risponderne. Si può tenere la gente sulla graticola per anni, in attesa magari di essere scagionata? E la collettività può davvero aspettare anni e anni per vedere realizzata la giustizia amministrata in suo nome? Basta. E la gente capisca che, in caso della solita inerzia, è un buon motivo per scendere in piazza. Sennò teniamoci questa vergogna e continuiamo a trastullarci assistendo allo show continuo tra un’elezione e l’altra.
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