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La rubrica del Quotidiano… la Posta dell’estate: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Rifugiato dal mondo eppure io ci sono
LE VOSTRE DOMANDE ALLA POSTA DELL’ESTATE: Vivere una vita da arrabbiato. Vivere triste e malamente
Quando hai a che fare con lo slang dei medici della “testa” devi fare abitudine allo “slang” che usano, altrimenti rimani fuori dal gioco. Soffro praticamente dalla fase adolescenziale di depressione, che quest’anno ha preso le stellette diventando “depressione maggiore”, il top. Da fasi up & down la cosa si è cronicizzata.
Ma riesco ancora a mantenere uno spazio critico con il quale vado avanti, se così si può dire. Ero un ragazzo di quelli che vanno a 1000 all’ora, non mi facevo mancare nulla ma ero sempre sottobraccio madame depressione, che nel meglio delle mie performance di vita mi bloccava con un bell’attacco di panico o un attacco soffocante di ansia. Pubblicista, direttore televisivo, politico, attivista e movimentista, bancario infelice, marito, figlio e amico di cui potevi fidarti.
Sono stato tutto questo. E lei non mi ha abbandonato per un momento. Ho vissuto lo stigma “dell’esaurito” di quello che non doveva essere depresso, di un ragazzo viziato che viveva di capricci e di quanto poteva sostituirsi ad una depressione. Negli anni ho fatto analisi e psicoterapia, ma fondamentalmente sono andato avanti con le “pillole” della felicità spaziando da antidepressivi, psicotici, ansiolitici, litio. ecc. Non mi sono fatto mancare niente neanche l’esperienza del fatidico TSO, un esperienza veramente terribile, con gente che diceva di essere “Napoleone” e via dicendo. Basaglia ha aperto i manicomi, ma negli ospedali i reparti di psichiatria sono lager dove il disagio mentale vive di cinghie legati ai letti e a farmaci che non sai cosa sono e perché te li danno. Grazie a Dio sono tornato a casa. Per non uscire più.
Con questa sono quattro le estati che usando un modo di dire dei Doc non esco. Sono un rifugiato dal mondo. Eppure io amo, mi emoziono, sono empatico, mi interesso a quello che succede intorno a me. Ci sono. Io ci sono. Ma non riesco a vivere fuori da questa casa. Penso spesso a Emily Dickinson. E alla sua scelta. E a come si può scendere nel sottoscala dell’anima cercando disperatamente la luce. Io non ti conosco ma ti voglio bene perché sei “vita” anche quando non sorridi come fai magnificamente. E seguo la vostra estate piena di vita e attraverso le vostre righe mi rinfresco l’anima.
Caro Quotidiano, spero di poter scrivere di libri, cinema, musica e di tutto quello che accarezza l’anima. Vivo in Calabria in una città che non aiuta, dove la gente va via, una comunità che vive una sopravvivenza forzata e alimenta quella voglia di non fare nulla. Volevo scrivere una mail più positiva. Chiudo con una promessa. Quella di essere un lettore “positivo” nel senso più estivo della parola. Un abbraccio forte.
Grazie per tutto
Vostro rifugiato dal mondo
LA NOSTRA RISPOSTA
Caro “rifugiato” ho tenuto la tua lettera come un bene prezioso nella mail. È difficile parlare di depressione, lo stigma della malattia mentale in ogni sua forma è quasi impossibile da vincere e lo so, lo vivo personalmente. Lo racconto senza vergogna, che da tempo ho fatto una scelta di “timore zero”, mio marito, dopo un tumore al cervello, convive con problemi neuropsichiatrici importanti, dall’epilessia al disturbo bipolare.
Ti risparmio la trafila di medici, visite, medicinali, discese ardite e risalite. Le lacrime. Il dolore. La vergogna. A un certo punto abbiamo provato anche quella. Poi la scelta di affrontare a viso aperto quello che la vita ci porta in dono ogni giorno. Che vivere questo è. Vivere, appunto. E noi tenacemente abbiamo scelto di farlo, anche con le ginocchia sbucciate che sanguinano. Ti lascio con una storia, di amore e fine, triste e vera. Non ho ovviamente soluzioni, non sono preposta ad averle e neanche ci provo. Non sono così arrogante o sciocca o leggera.
Il 7 febbraio del 1909 una donna di trent’anni e madre di due figli di nome Emma Hauck fu ricoverata nell’ospedale psichiatrico dell’Università di Heidelberg, in Germania, con la diagnosi di demenza precoce – un disturbo mentale oggi conosciuto come schizofrenia. La situazione in breve migliorò e nel giro di un mese la donna fu dimessa, salvo essere ricoverata poche settimane dopo perché le sue condizioni erano ulteriormente peggiorate.
Purtroppo il declino continuò e nell’agosto di quell’anno, essendo la malattia giudicata “terminale” e ogni riabilitazione ormai inutile, la Hauck fu trasferita a Wieslocch Asylum, la struttura dove sarebbe morta undici anni dopo.
Fu più o meno in questo periodo che negli archivi degli ospedali di Heidelberg, fu scoperta una straziante raccolta di lettere, tutte scritte ossessivamente a mano da Emma nel 1909 durante il suo secondo soggiorno in clinica, in una fase in cui, stando ai rapporti medici, la donna parlava in continuazione della sua famiglia. Ciascuna lettera disperata è indirizzata al marito assente, Mark, e ciascuna pagina è piena di parole sovrapposte. Alcune così fitte da risultare illeggibili, su altre si legge “Herzensschatzi komm” (Torna, tesoro) replicato senza sosta, su altre ancora è ripetuta la supplica “komm, komm, komm” (vieni, vieni, vieni) migliaia di volte. Nessuna di queste lettere fu mai spedita.
Emma morì sola. In un ospedale psichiatrico (da L’arte delle lettere, a cura di Shaun Usher).
Io mi sdilinquisco e fremo per ogni cuore, fiore, ricordo, pensiero. Perché amare è la cosa più bella del mondo. Anche se a parecchi la cosa rode.
Ti abbraccio e ti auguro luce, quella che esce dalle crepe. Quella che arriva dal buio più profondo.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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