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Spider-Man: Brand New Day, un nuovo giorno per tornare quello di sempre e finalmente lo Spider Man di Tom Holland torna ad essere quello che conosciamo


Se penso a Spiderman mi vedo a sei anni con la febbre a trentotto, disteso nel letto, con la copia consumata di un albo a fumetti con sopra la copertina un uomo vestito di rosso e blu appeso a testa in giù a un lampione, con la faccia coperta e gli occhi enormi. Non sapevo ancora niente di responsabilità, di zii morti, di Peter Parker. Sapevo solo che quella figura sembrava sola in un modo che nessun altro supereroe, nemmeno Superman con tutto il suo splendore solare, riusciva a essere.

Da lì è iniziato tutto, e in quarant’anni di uscite, reboot, trilogie e cartoni animati, quella solitudine è rimasta l’unica cosa che per me contraddistingue un vero supereroe: affrontare sé stessi e la solitudine che ti impone la tua forza. Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo diretto da Destin Daniel Cretton, riesce in questo esattamente dove i tre film precedenti con Tom Holland avevano preferito altro. La trilogia di Jon Watts era costruita sull’adolescenza, sul liceo, sugli amici che sanno, sul mentore miliardario. Funzionava, ma era un’altra storia: quella di un ragazzino con superpoteri e una rete di protezione. Qui la rete non c’è più. Il mondo intero, per una scelta che No Way Home aveva reso irreversibile, si è dimenticato di Peter Parker.

IN BRAND NEW DAY IL RITORNO DELLO SPIRITO ORIGINALE DI SPIDER MAN

Nessuno sa chi sia, nemmeno MJ e Ned. E finalmente, dopo tre film, lo Spider-Man di Holland smette di essere un Avenger junior e torna a essere quello che Stan Lee e Steve Ditko avevano inventato nel 1962: un ragazzo di quartiere che porta un peso più grande di lui, senza nessuno a cui raccontarlo.Cretton lo capisce e lo mette in scena con un gesto tanto semplice quanto efficace: cambia la luce. Via i colori sgargianti e la spensieratezza da commedia liceale, dentro una fotografia crepuscolare, più sporca, più newyorkese nel senso più ditkiano del termine, quello dei tetti, dei vicoli, dei cornicioni bagnati. New York torna protagonista quanto il protagonista, e Spider-Man torna a vivere in simbiosi con la sua città.

Dentro questa cornice più cupa si muove il vero cuore tematico del film, quello che mi ha tenuto sveglio più a lungo dopo la visione: l’idea che accettare la parte oscura di sé non sia un cedimento, ma l’unico modo per restare integri. Il corpo di Peter comincia a cambiare in modi che lui non controlla: sensi iperattivi, una forza aggressiva che gli fa paura, ragnatela organica che gli esce dai polsi come se il corpo stesso stesse decidendo per lui. È una mutazione, non un potenziamento, e il film la tratta come tale: qualcosa da temere prima ancora che da usare.

GLI ANTAGONISTI: QUALCOSA È CAMBIATO

A questo punto arrivano Jean Grey, Hulk e Punisher, e confesso che alla prima visione li avevo scambiati per semplici cammei di servizio, il solito trafficato universo condiviso che deve piazzare pedine per i film successivi.

Ci vuole poco a capire che stavolta è diverso. Sadie Sink è una Jean Grey ancora adolescente, lontanissima dalla Fenice dei fumetti, con un potere psichico che nemmeno lei sa maneggiare e che il mondo intorno a lei legge subito come minaccia, non come ragazza spaventata. Bruce Banner, che nel film fa il professore alla ESU con un rigore quasi monacale, ha passato anni a costruire dispositivi per tenere a bada quello che si porta dentro, e quando il dispositivo salta, salta tutto insieme, in un colpo solo.

Il Punisher di Jon Bernthal sta all’estremo opposto: non reprime niente, ha smesso di provarci, e la sua violenza è ormai un mestiere come un altro. Repressione che esplode, paura proiettata sull’altro, oppure resa senza lotta: tre modi di convivere con un mostro interno, e nessuno dei tre è quello giusto.Peter sta nel mezzo, e il film non gli offre scorciatoie. Non lo redime con un discorso motivazionale, non gli fa reprimere la mutazione con un siero risolutivo che sistema tutto in trenta secondi di montaggio. Gli fa attraversare la paura di essere qualcosa di pericoloso, e alla fine gli fa scegliere di restare comunque quello che è, ragnatela organica compresa. C’è dentro un’eco della nostra contemporaneità.

LA SOCIETÀ DELLA STANCHEZZA

Nella “Società della stanchezza” Han descrive un soggetto che non è più tenuto a freno da un potere esterno che gli vieta qualcosa, ma da un imperativo che si è portato dentro casa: devi poter fare, devi essere sempre all’altezza, sempre produttivo, sempre in controllo di te stesso. Non ti sfrutta più un padrone da fuori, ti sfrutti da solo, e per giunta ti senti pure libero mentre lo fai. Per due terzi del film Peter è esattamente questo tipo lì: uno che prova a domare la mutazione a furia di disciplina e allenamento, come se bastasse applicarsi abbastanza per riportare il corpo sotto controllo. Fallisce, ovviamente, perché quel tipo di paura non si doma a colpi di volontà.

Mi viene una risata un po’ amara perché l’MCU intero è malato esattamente della stessa cosa che qui prova a mettere in scena per criticarla. È una macchina che da anni non sa più fermarsi dentro i confini di un singolo film. Ogni capitolo deve anche essere un investimento, una premessa, una scena post-credit che prepara l’evento corale successivo. Non basta mai essere quello che si è: bisogna sempre anche essere la promessa di qualcos’altro. Qui, invece, Brand New Day trova la sua forza, ma allo stesso tempo quasi non ne è convinto fino in fondo.Non è un film perfetto, e sarei disonesto a fingere il contrario. La trama è un po’ sovraccarica: Damage Control, Bill Metzger, la Mano, Scorpion, Tombstone, Jean e sua sorella Sara, più i debiti da saldare con la saga corale in arrivo.

UN FILM CHE FORSE DIVENTA TROPPO AFFOLLATO… MA FUNZIONA

Dopo un po’ il film diventa affollato, un filo troppo affollato, e quell’ingombro arriva dritto fino al finale, che serve più a rilanciare l’universo Marvel nel suo insieme che a chiudere questa specifica storia di formazione. Il film chiede a Peter di accettare un limite e convivere con qualcosa che non controlla del tutto, e nello stesso tempo non riesce ad accettarne uno per sé stesso come franchise. È il paradosso più scoperto di tutta l’operazione, e probabilmente anche il più sincero: un peccato che la Marvel si porta dietro da almeno un decennio, e che nemmeno il film più riuscito della sua nuova fase riesce del tutto a scrollarsi di dosso.

Nonostante tutto è uno dei film più sinceri e belli dell’ultimo periodo Marvel. Quando Holland smette di fare l’Avenger e torna a fare Spider-Man, quello vero, quello di Ditko, il film funziona. Funziona in quella scena, quasi dimessa, in cui Peter si convince che riempirsi le giornate di lavoro basti a metabolizzare un lutto, salvo scoprire che non è così: certe cose, per quanto tu ti affanni a evitarle, restano lì ad aspettarti, e prima o poi devi girarti e guardarle in faccia.

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