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di FABIO AMENDOLARA

POTENZA – Ci sono stati almeno tre tentativi di far ritrovare il corpo di Elisa Claps ad altri. Prima le donne delle pulizie. Poi, con la scusa del sopralluogo per l’infiltrazione d’acqua, il titolare di un’impresa di costruzioni. E infine l’operaio rumeno. Lui è stato l’ultimo a salire nel sottotetto. Le ragioni che hanno spinto qualcuno a mettere in scena il ritrovamento non sono ancora chiare.
Chi ha portato via il materiale di risulta che copriva il corpo di Elisa?
La polizia ha trovato solo qualche tegola, cocci di tegole e calcinacci. Ma le costole rotte lasciano supporre che qualcosa di pesante occultasse il cadavere.
Cosa?
E perché don Vagno, il viceparroco brasiliano che ha difficoltà a parlare in italiano, ha cercato di smarcarsi con gli investigatori dichiarando di aver saputo di quei resti nel sottotetto dalle donne delle pulizie?
L’impressione è che in quel sottotetto, nel corso degli anni, siano entrati in tanti.
E’ un particolare che gli investigatori confermano.
Un testimone ha dichiarato di essere entrato tempo fa per alcuni lavori di ristrutturazione e di aver visto un mucchietto di materiale edile di risulta, ma di non aver controllato.
Nulla di strano. Le contraddizioni che rendono misterioso il ritrovamento riguardano altre persone.
I protagonisti sono don Ambrogio Atapka, parroco amministratore della Trinità, don Vagno, viceparroco, il vescovo Agostino Superbo, le due signore delle pulizie e il titolare dell’impresa di costruzioni.
Ognuno di loro ha detto agli investigatori una verità. Queste verità però non combaciano. Almeno all’apparenza.
Ecco la ricostruzione. Don Ambrogio dice di non essere mai salito nel sottotetto e di non aver raccolto confidenze dal viceparroco.
Ha però telefonato al titolare dell’impresa di costruzioni più volte. Ed era presente sul terrazzo della chiesa della Trinità durante il sopralluogo.
Don Vagno dichiara di essere entrato a gennaio nel sottotetto e di aver trovato un «cranio», di aver parlato in modo sommario con il vescovo a telefono e, dopo aver appreso che era Roma, di aver deciso di aspettare il suo ritorno per riprendere il discorso.
Ma dice anche di aver saputo dalle donne delle pulizie che c’erano dei resti nel sottotetto.
Il vescovo, vicepresidente della Cei, monsignor Agostino Superbo, sostiene di aver appreso del ritrovamento il 17 marzo, giorno in cui gli operai hanno ritrovato Elisa.
Sostiene di non essere mai entrato nel sottotetto. Di aver sollecitato l’intervento dell’imprenditore. Di aver aver partecipato al sopralluogo del venerdì precedente al ritrovamento, ovvero il 5 marzo.
E sostiene anche di aver suggerito alla polizia di sentire don Vagno perché dava l’impressione di aver qualcosa da dire.
L’imprenditore edile ha confermato di aver ricevuto le chiamate da don Ambrogio, di aver rinviato l’intervento causa maltempo, di aver poi comunicato il giorno per il sopralluogo e di aver effettuato primi lavori sul terrazzo.
Quel 5 marzo il terrazzo era coperto di acqua e fango ed era impossibile accedere al sottotetto.
Le due donne delle pulizie negano di aver trovato i resti.
Confermano di essere state sul terrazzo e di non aver mai messo piede nel sottotetto.
Certo risulta difficile poter credere che due donne abbiano potuto portar via da sole il materiale che copriva il corpo di Elisa.
E appare assurdo che lo abbia potuto fare il viceparroco.
Le cinque verità rendono misterioso il ritrovamento. C’era un sesto uomo?
Gli investigatori oggi torneranno nel sottotetto forse per scoprire anche questo.

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