X
<
>

L’arresto dell’editore e imprenditore lucano Valter Lavitola

4 minuti per la lettura

Il lucano Valter Lavitola ammette di essere lui il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci: l’avrebbe fatto per aumentare la scorta al giornalista


Valter Lavitola, lucano originario di Noepoli, ha ammesso “di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci” così come ipotizzato dalla procura di Roma. “Ho fatto mettere quella bomba perché Ranucci era in pericolo, era minacciato. Una bomba per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione” ha spiegato l’editore, imprenditore e giornalista in oltre cinque ore di interrogatorio davanti al gip di Roma. Un interrogatorio di garanzia in cui l’imprenditore offre una versione con molti aspetti ancora da chiarire e sui quali la procura farà i necessari approfondimenti.

L’AUDIZIONE DI BERARDINI

Un nuovo capitolo dell’inchiesta sull’attentato dinamitardo contro Ranucci emerge intanto dal verbale dell’audizione in procura di Marco Bernardini, ex informatore del Sisde condannato in via definitiva a 5 anni e 8 mesi per i dossieraggi illegali Telecom. A ricostruire il verbale è Giacomo Amadori in un articolo sul quotidiano Libero, nel quale spiega che lo stesso Ranucci avrebbe indicato Bernardini alla Procura di Roma nel novembre 2025 come persona in grado di fornire elementi utili sulle vicende legate all’attentato di Pomezia.

Nel verbale, riportato dal quotidiano, Bernardini riferisce che Ranucci lo avrebbe contattato nell’estate 2025, esprimendo preoccupazioni per la possibilità che qualcuno lo intercettasse o pedinasse. Bernardini racconta quindi di essersi rivolto a un ex collega dei servizi, indicato nel verbale con le iniziali “S.L.”, dal quale avrebbe raccolto informazioni su presunte irregolarità interne all’Aisi. Si tratta, sottolinea Libero, di accuse prive — nel racconto di Bernardini — di riscontri documentali e basate su informazioni riferite da terzi. Secondo il quotidiano, i pm avrebbero mostrato maggiore interesse per la figura di Giuseppe Deldeo, ex vicedirettore dei servizi e coinvolto nell’inchiesta sulla cosiddetta “Squadra Fiore”, agenzia investigativa privata nella quale figuravano anche ex appartenenti ai servizi.

RANUCCI SI DIFENDE SUI SOCIAL

Intanto Sigfrido Ranucci torna a usare i social per difendersi: «La voce che spaventa – scrive – Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza». Queste le parole pubblicate dal giornalista e conduttore di Report, in un post sul proprio account Facebook corredato dalla foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: «Muoiono tutti nello stesso identico modo – conclude Ranucci –, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta».

L’avvocato Roberto De Vita, legale di Sigfrido Ranucci, sottolinea come il suo assistito sia finito al centro di un attacco orchestrato: “Sigfrido Ranucci è tre volte vittima: di un attentato grave e pericoloso, di un tradimento e di una strumentalizzazione da parte di un amico in un delirante teatro della follia (se i fatti verranno definitivamente accertati) e, in ultimo, con forse maggiore gravità, di una massiva e persistente campagna di linciaggio mediatico e politico che con congetture e insinuazioni ha cercato di trasformare la vittima nel beneficiario più o meno consapevole dell’attentato.”

Il legale ha poi preannunciato azioni legali contro chi ha denigrato la figura del conduttore: “Adesso attendiamo il giudizio anche nei confronti di quanti sono stati denunciati per diffamazione aggravata per aver contribuito consapevolmente alla violenta azione denigratoria della figura più rilevante del giornalismo di inchiesta in Italia, azione pericolosa per la democrazia come un attentato.”

LE DICHIARAZIONI DAL MONDO DELLA POLITICA

Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini, a margine di una visita al Polo di interscambio del Pigneto a Roma, chiedendo un passo indietro per i protagonisti del caso: “Coloro che sono coinvolti direttamente in questa vicenda oscura e preoccupante debbono prendersi una pausa. Fino a che gli italiani che pagano questo stipendio non avranno totale e assoluta chiarezza, ritengo sia utile aspettare che la magistratura faccia il suo corso”.

«Ranucci si paragona ad Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, scrivendo di essere ‘una voce che spaventà. Ma a spaventare non è la sua voce, bensì i suoi silenzi. Usi la sua voce libera per spiegare perché, come risulta dagli atti dell’inchiesta, il giorno della perquisizione a Lavitola è stato due ore al telefono con il presunto mandante dell’attentato per tentare di concordare un alibi per lo stesso Lavitola.

Spieghi la sua fraterna amicizia con il massone, faccendiere e pregiudicato Lavitola, spieghi i suoi rapporti con Tavares reputato vicino alla camorra, spieghi perché ha tentato in tutti i modi di insinuare un collegamento tra l’attentato e Fratelli d’Italia. Aspettiamo trepidanti di ascoltare questa voce, ma nel frattempo non possiamo che giudicare ignobile che Ranucci si paragoni a chi davvero la mafia l’ha combattuta e che per sua mano ha trovato la morte». Lo dichiarano i componenti di Fratelli d’Italia della Commissione Vigilanza Rai.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA