Annunziato Vardè e Vito Bardi

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POTENZA – Prima la quarantena obbligatoria per chiunque arrivi, a qualunque titolo, da Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria. Poi la quarantena «fiduciaria» limitata ai residenti in Basilicata. Infine un mero obbligo di comunicazione limitato agli studenti «per l’adozione delle misure di permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva».

È un dietrofront quasi completo quello compiuto ieri dal governatore Vito Bardi, dopo l’annuncio, domenica notte, della quarantena obbligatoria di 14 giorni per chiunque fosse rientrato in Basilicata dalle regioni dove scuole e università sono state chiuse a causa del rischio di diffusione del Coronavirus. Lombardia e Veneto, dove s’è registrata la maggioranza dei casi, ma anche Piemonte, Emilia Romagna, e persino Liguria, dove di contagi non ce ne sono stati ma il governatore Giovanni Toti ha deciso a sua volta, in via estremamente prudenziale, di proibire assembramenti e manifestazioni pubbliche (salvo partecipare la sera stessa a una cena elettorale con Matteo Salvini e 1.400 persone).

La retromarcia si è compiuta all’incirca a metà giornata, quando si è conclusa la riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza convocato dal prefetto di Potenza Annunziato Vardé. Prima ancora del suo inizio, ben conscio delle reazioni che a livello nazionale – e di governo – aveva scatenato l’iniziativa del governatore lucano, il prefetto aveva messo in chiaro l’esigenza di una revisione del provvedimento. Per questo entrando in prefettura Bardi aveva voluto subito precisare, che i destinatari della quarantena «fiduciaria» sarebbero stati esclusivamente i residenti in Basilicata di ritorno a casa dalle 5 regioni del Nord: né turisti, come temevano soprattutto gli albergatori di Matera; né professionisti in transito come l’avvocato milanese e il giudice onorario, di casa a sua volta nel capoluogo lombardo, allontanati quasi in contemporanea dal Palazzo di giustizia di Potenza.

Tanto non è bastato, tuttavia, a sedare gli animi. All’interno dell’Azienda ospedaliera San Carlo, infatti, la quarantena «fiduciaria» di quanti nelle due settimane precedenti avevano frequentato corsi di formazione al Nord sarebbe stata in grado di compromettere l’operatività di diversi reparti. Da Balvano alcuni autotrasportatori si sarebbero rifiutati di partire per effettuare delle consegne nelle regioni “a rischio” senza garanzie sulla possibilità di rientrare a casa, così come un gruppo di operai atteso su un cantiere a Riccione. La mediazione, quindi, ha premiato l’obbligo per «tutti gli studenti residenti in Basilicata che rientrano in regione» di «comunicare la propria presenza ai competenti servizi dì sanità pubblica (…) per l’adozione delle misure di permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva».

Vale a dire che la quarantena sarà disposta solo nel caso che dovesse emergere qualche segnale di allarme in più. Con la delega ai «sindaci di tutti i comuni della Basilicata in collaborazione con tutte le altre istituzioni comunali» di censire gli studenti in questione «comunicando i dati agli uffici di sanità pubblica delle Asl di competenza». Nell’ordinanza che raccoglie il testo dell’accordo raggiunto in prefettura non si spiega il motivo per cui gli studenti lucani in arrivo da Milano, Padova, Bologna eccetera andrebbero sottoposti alla misura dell’obbligo di comunicazione, e chi vive nelle stesse città ma ha smesso di studiare no. Né si spiega il senso della differenziazione in base al criterio della residenza in Basilicata, tra chi, vivendo sempre nelle stesse città, si è iscritto alla anagrafe del posto e chi no.

Scomparsa nel nulla anche la precedente ordinanza, quella annunciata domenica notte e pubblicata sul portale della Regione (benché al Quotidiano del Sud – come riportato – risultasse ancora “alla firma” del governatore), che prescriveva che «tutti i cittadini che rientrano in Basilicata provenienti dal Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Liguria o che vi abbiano soggiornato negli ultimi 14 giorni dovranno rimanere in quarantena presso il proprio domicilio per 14 giorni». Non a caso sul testo di quella rettificata si legge il numero “1”, come se avesse sostituito in tutto e per tutto la precedente.

«Voglio tranquillizzare i presidenti delle altri Regioni – ha dichiarato Bardi all’uscita dall’incontro in prefettura –: noi non siamo una regione che si vuol chiudere, una regione non ospitale. Nella nostra regione possono entrare tutti». Il provvedimento «è scaturito – ha aggiunto il governatore – dalla necessità di far fronte al flusso di studenti che sono rientrati nel nostro territorio». «Solo chi ha la residenza può essere censito – ha precisato ancora Bardi – ecco perché i sindaci possono effettuare questi censimenti. Non abbiamo vietato l’ingresso al nostro territorio da quelle regioni ad altri cittadini. Può venire chiunque, d’altro canto non potemmo controllarli. Non è un controllo di polizia. Non si blocca il Paese».

Al termine della riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, il prefetto di Potenza, Annunziato Vardè, ha inoltre precisato che «ci muoviamo sulla linea tracciata dal Decreto legge del governo», ma intervistato dalla Tgr si è trincerato dietro un «no comment» sulla discriminazione degli studenti rispetto ad altre categorie di cittadini.

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