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Nei giorni prima di essere ricoverato per un rischioso intervento mio padre ha messo in ordine il suo orto; più o meno come fa il sabato pomeriggio, sapendo che la domenica ci va solo per fare un giro e dare da mangiare a Tirbirico (il cane). È il suo modo di lasciare la cose a posto per il futuro, che è sempre incerto, tanto da un giorno all’altro quanto alla vigilia di eventi importanti.
Anch’io, ora, la domenica sera, quando comincia ad imbrunire, prima di rientrare in città, sono vittima di quell’inquietudine; di quello strano bisogno di sistemare le cose: ognuna al proprio posto, quello giusto. Composte. Come si fa, a volte, con gli oggetti intorno prima di scattare una foto da postare su facebook. Perché questo ci dà la sensazione di fermare il tempo in quell’istante, per bene, che si dilata e riempie di ogni particolare, di gesti, anche il più insignificante.
Ma di mettere tutto in ordine proprio non mi riesce.
E mentre torno a casa, in macchina, mi assale una leggera nostalgia, una saudade. Perché mi rendo conto che quella specie di foto, proprio come accade su facebook, in pochi minuti è finita in coda a decine di post: a “cosa stai pensando”, a frasi senza senso (per me), ad altre foto ritenute importanti (da altri). E so che non la ritroverò più. Così provo a ricordarla, e mi accorgo che è ancora più ricca di particolari: in fondo si intravede il cane, e mio padre che passa sulla strada di confine. Capisco che è domenica perché cammina più lentamente, con l’aria di chi per un giorno ha messo le cose a posto. Gli urlo “vieni a bere una birra”. E lui mi risponde: “No, grazie. Vado, che tua madre mi aspetta”.
Amo ritornare a casa, la domenica sera. Se la abbandonassi – se davvero mollassi tutto per vivere nell’orto  – perderei questi minuti di impagabile malinconia che ci metto per sistemare le cose e rincasare sotto la luce giallognola dei lampioni.

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