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Marco Petrini

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COSENZA – La Procura di Salerno non molla e, per l’ennesima volta, chiede di risentire l’ondivago Marco Petrini – stavolta con la formula dell’incidente probatorio – in merito alla presunta corruzione in atti giudiziari che coinvolge l’avvocato Marcello Manna e il suo collega Luigi Gullo. Accogliere o meno la richiesta avanzata dal procuratore Giuseppe Borrelli spetta ora al giudice delle indagini preliminari, il che ammanta di ulteriore incertezza un po’ tutta la vicenda. Non a caso, era stato proprio l’ufficio gip-gup di Salerno, lo scorso 9 giugno, a esprimersi negativamente sull’opportunità di interrogare ancora l’ex presidente di sezione della Corte d’appello di Catanzaro, reputando le sue dichiarazioni «inattendibili» e la sua collaborazione «fallace».

Parole che, tre mesi dopo, pesano ancora come macigni e rischiano di condizionare la prosecuzione dell’inchiesta. Com’è noto, Petrini finisce in cella a gennaio dopo che le telecamere nascoste della finanza documentano le mazzette da lui intascate per pilotare alcune sentenze di secondo grado. Tempo pochi giorni e il giudice ammette di essere un corrotto e inizia a collaborare con la giustizia. Confessa così una lunga serie d’illeciti analoghi, coinvolgendo nel gioco anche avvocati, politici e altri magistrati come lui, circostanza che a febbraio gli consente di uscire dal carcere e ottenere i domiciliari.

Lo stesso mese, però, c’è il colpo di scena: Petrini ritratta parzialmente le accuse – specie quelle mosse contro i colleghi – e la Procura di Salerno s’infuria. A inguaiarlo è soprattutto il pasticcio creato attorno alle figure dell’allora consigliere regionale Enzo Sculco e del suo avvocato Mario Nigro. Petrini, infatti, sostiene di aver barattato, con la mediazione del legale, una sentenza favorevole al politico crotonese, in cambio dei biglietti per assistere a due partite di pallone. I riscontri eseguiti dagli inquirenti, però, rivelano tutt’altro: l’assoluzione di Sculco, infatti, era stata determinata dal Tribunale di sorveglianza, la Corte d’appello aveva solo ratificato quella decisione e quel giorno, Petrini non faceva parte del collegio giudicante.

Come se non bastasse, una partita incriminata – Crotone-Milan del 2018 – si colloca in epoca successiva alla sentenza favorevole al politico, perciò con riferimento a questa vicenda il quadro indiziario si sgretola. Salerno, dicevamo, la prende malissimo, e a maggio tenta di riportare il magistrato in carcere, accusandolo di calunnia. Tempo un mese e il Tribunale salernitano respinge la richiesta di aggravamento della misura. La calunnia c’è tutta, rileva il gip, ma non le esigenze cautelari che fanno leva, come sempre, sul pericolo di reiterazione del reato o su quello d’inquinamento probatorio. Due eventualità che, nel caso di specie, non sussistono. Petrini, infatti, non è un calunniatore seriale; le sue bugie si fondano sulla sua volontà di uscire di prigione il più rapidamente possibile, e ciò fa di lui «un soggetto che potrebbe rendere altre dichiarazioni false solo se compulsato dall’autorità giudiziaria».

In altri termini: «L’unica possibilità di reiterazione della calunnia è collegata alla scelta della polizia giudiziaria e del pm di continuare a interrogarlo nonostante la presa d’atto della sua inattendibilità intrinseca». In calce al suo provvedimento, il gip Pietro Indinnimeo definisce addirittura «ovvia» la scelta di «non procedere più a nuovi interrogatori del Petrini». Tre mesi dopo, vediamo se i suoi colleghi sono del medesimo avviso.

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