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Il viaggio di “De André canta De André-Best of Estate 2026” fa tappa in Calabria: il 2 agosto Cristiano De André salirà sul palco dell’Anfiteatro di Villa Pertini a Borgia, nell’ambito della rassegna Summer Vibes, portando con sé un intero universo umano e poetico.
BORGIA (CATANZARO) – A oltre quindici anni dall’inizio del progetto “De André canta De André”, Cristiano De André continua a salire sul palco portando con sé non soltanto un repertorio musicale, ma un intero universo umano e poetico. Non è un tributo celebrativo: è un confronto vivo con un’eredità immensa, un dialogo mai concluso con una voce che, ancora oggi, continua a interrogare il presente e a mettere in discussione le nostre coscienze. Le canzoni di Fabrizio De André abitano un tempo senza confini. Sono nate per raccontare gli ultimi, gli invisibili, gli esclusi, le vittime della guerra, dell’indifferenza e delle ingiustizie sociali. Ma proprio perché hanno saputo scavare nel profondo della natura umana, continuano a parlare con una forza inarrestabile, probabilmente oggi ancora più necessaria.
Fabrizio De André appartiene a quella rara schiera di artisti che il tempo non riesce a consumare. Le sue parole non invecchiano perché non appartengono soltanto a un’epoca: attraversano le generazioni e raccontano l’uomo nella sua complessità con le sue fragilità e contraddizioni, le sue cadute e le sue speranze, la solitudine e il bisogno d’amore, la capacità di ferire ma anche quella, ancora possibile, di scegliere la solidarietà, la libertà e la giustizia.
Cristiano De André conosce bene il valore di questo patrimonio artistico. Essere figlio di Fabrizio significa misurarsi con un poeta che ha lasciato un segno indelebile nella cultura italiana, ma anche costruire nel tempo una propria identità senza mai interrompere il dialogo con quella figura luminosa di padre e artista che ha accompagnato la sua vita. Sul palco Cristiano non punta a ricreare il passato: lo mette in dialogo con il presente attraverso nuovi arrangiamenti, nuove interpretazioni e nuove emozioni, mantenendo intatta quella forza narrativa che le ha rese immortali.
Il viaggio di “De André canta De André-Best of Estate 2026” arriverà anche in Calabria: il 2 agosto Cristiano De André salirà sul palco dell’Anfiteatro di Villa Pertini a Borgia (Catanzaro), nell’ambito della rassegna Summer Vibes. L’incasso del concerto sarà devoluto in beneficenza. In attesa dell’appuntamento calabrese, abbiamo intervistato l’artista per esplorare il profondo legame con il repertorio di Fabrizio De André, la sorprendente attualità dei suoi messaggi e di un progetto che, dopo oltre quindici anni, continua a emozionare generazioni diverse.
Cristiano De André, cosa significa per lei tornare ancora una volta sul palco con le canzoni di suo padre, proseguendo questo viaggio che continua ad incantare migliaia di persone?
«Continua ad avere forza perché rappresenta un po’ il contraltare di questo periodo storico molto effimero, caratterizzato da una cultura sempre più bassa. Credo che oggi sia fondamentale ascoltare quello che ha scritto mio padre, le indicazioni che ci ha lasciato e i valori presenti in ogni sua opera. Continuare a cantarlo è un piacere, ma anche un dovere. È un compito difficile per un figlio, ma sento profondamente la responsabilità di farlo».
Qual è il segreto della straordinaria attualità delle sue canzoni?
«Ha realizzato un’arte così alta da diventare senza tempo. Vedo ragazzi giovanissimi ai concerti, anche quindicenni, che si avvicinano alle sue canzoni e trovano in quelle parole qualcosa che li riguarda. Mio padre ha saputo dare voce alle grandi domande esistenziali. Per molti giovani è diventato un punto di riferimento, una presenza capace di accompagnarli nelle loro inquietudini, una sorta di padre ideale».
Fabrizio De André ha sempre scelto di raccontare gli ultimi, chi viveva ai margini. Quanto continua ad essere necessario oggi quello sguardo?
«È necessario più che mai. Mio padre ha dedicato la sua vita artistica a chi non aveva voce. Ha guardato dove gli altri spesso preferivano non guardare. Ricordo che durante l’ultimo tour insieme, “Anime salve”, era rimasto colpito dal fatto che molte delle situazioni raccontate nelle sue canzoni fossero ancora presenti. Oggi penso che il suo messaggio sia ancora più forte: non basta amare le sue canzoni, non basta commuoversi ascoltandole. Quelle parole devono diventare comportamenti, devono entrare nella nostra vita quotidiana».
Qual è l’aspetto della poetica di Fabrizio De André che sente più importante da riscoprire?
«La sua umanità. Le sue opere andrebbero rilette continuamente perché contengono tantissime sfumature. Ci sono parole e concetti che ogni volta possono rivelare qualcosa di nuovo. È stato uno dei più grandi poeti del Novecento».

Cristiano De André, c’è un verso o una frase di suo padre che sente particolarmente vicina al momento storico che viviamo?
«Sicuramente brani come “La guerra di Piero”, “Sidún” e “Fiume Sand Creek”. Sono canzoni che raccontano la violenza, lo sterminio, la sofferenza degli innocenti. Quei versi sembrano parlare anche delle tragedie contemporanee, dell’orrore della guerra e delle vittime senza voce».
Essere il figlio di Fabrizio De André rappresenta un privilegio enorme, ma comporta anche un confronto inevitabile. Com’è riuscito a trasformare questa eredità in forza creativa?
«All’inizio è stato doloroso. Ogni volta che scrivevo una mia canzone, nonostante abbia realizzato sette album personali, arrivava inevitabilmente il confronto: “Sì, però tuo padre…”. È stato difficile convivere con quel paragone e trovare il mio spazio. Ma ho proseguito il mio percorso, senza farmi condizionare, cercando semplicemente di essere me stesso. Oggi sento che quella fase è superata: le persone mi riconoscono per il musicista che sono diventato, per il mio cammino e per la mia identità».
Oltre ad essere un cantautore, è un polistrumentista. Si muove con disinvoltura tra chitarra, pianoforte, violino e bouzouki. Quanto è importante la dimensione musicale nell’interpretazione delle opere di Fabrizio De André?
«Ho sempre studiato musica. Fin da piccolo mi sono innamorato degli strumenti: ho studiato violino e pianoforte, poi ho approfondito la chitarra. Passare da uno strumento all’altro per me è sempre stato naturale. Mio padre aveva intuito questo mio talento già quando ero ragazzo. Mi coinvolse anche nel lavoro di arrangiamento di alcuni brani di “Anime salve”. Avrebbe voluto continuare quel percorso, poi purtroppo è successo quello che sappiamo. Riprendere quelle canzoni dopo anni e vederle rinascere attraverso nuovi arrangiamenti è stato emozionante».
Cristiano De André, ci sono brani che, con il passare del tempo, hanno assunto per lei un significato nuovo?
«Sì, ce ne sono tanti. Quando rimetti mano a un brano, quando cambi gli arrangiamenti e gli dai una nuova veste musicale, può accadere che emergano aspetti che prima erano rimasti nascosti. Il nuovo suono può amplificare la forza del testo, può far emergere sfumature diverse e rendere ancora più potente il messaggio della canzone. Non credo ci sia un brano in particolare: sono state diverse le opere che, attraverso questo percorso, hanno acquistato per me un significato nuovo».
Dopo tanti anni sul palco e numerosi sold out, cosa riesce ancora a sorprenderla durante i live?
«L’amore del pubblico verso mio padre e verso queste canzoni. Mi sorprende vedere questa contrapposizione: da una parte un periodo culturale molto povero, dall’altra la forza della canzone d’autore che continua a stimolare mente, cuore e anima delle persone, anche dei più giovani».
Qual è il messaggio o l’emozione che vorrebbe rimanesse al pubblico al termine di un suo concerto?
«Vorrei che le persone portassero via non soltanto un’emozione, ma una responsabilità. Le parole di Fabrizio devono uscire dal teatro e diventare vita».
Dopo questo percorso “Best of Estate 2026”, c’è un’altra opera di Fabrizio De André che vorrebbe esplorare?
«Sì. Sto lavorando a “Non al denaro, non all’amore né al cielo”. È un progetto a cui tengo molto e ci saranno novità».
Cristiano De André, qual è il suo sogno artistico?
«Vorrei che mio padre fosse conosciuto in tutto il mondo. Credo che lo meriterebbe. Fuori dall’Italia è ancora poco conosciuto. Sarebbe bello riuscire a portare la sua voce oltre i nostri confini, perché le sue parole hanno una forza universale».
Un ricordo di suo padre che porta ancora con sé?
«Una volta mi disse: “Ho scritto tanto contro la guerra, contro l’ipocrisia, contro i soprusi del potere, ma non è servito a nulla”. Quella frase mi è rimasta dentro. Credo che oggi sia ancora più importante mettere in pratica queste sue parole, trasformarle in comportamenti concreti, affinché possano davvero produrre un cambiamento e aiutarci a costruire un mondo migliore».
Cristiano De André, desidera lanciare un messaggio o dare un consiglio ai giovani cantautori, musicisti, interpreti?
«Non lasciarsi condizionare da ciò che impone il mercato. Bisogna avere il coraggio di seguire la propria strada e continuare a scrivere con il cuore. La musica nasce dall’autenticità».
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