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Enrico Rava, il maestro della tromba, artista tra i più influenti e riconoscibili della scena jazz italiana e internazionale, si racconta prima del concerto con The Fearless Five al Parco Archeologico di Sibari: New York, Miles Davis, ECM, i giovani musicisti e la sfida di trovare una voce autentica. «La cosa più importante è trovare il proprio suono, il suono dell’anima».


SIBARI (COSENZA) – Il jazz è l’arte di inseguire ciò che non si lascia afferrare. Nasce dal vuoto prima della nota, dal silenzio che precede il suono, da quella scintilla imprevedibile in cui l’istante diventa musica. È una lingua senza confini, una corrente sotterranea che cambia direzione senza mai perdere la propria voce, sospesa tra ciò che conosce e ciò che ancora non esiste. Il 6 agosto alle ore 22, questa tensione creativa attraverserà la Calabria con Enrico Rava, artista tra i più influenti e riconoscibili della scena jazz italiana e internazionale, protagonista di uno degli appuntamenti più attesi della 25ª edizione del Peperoncino Jazz Festival.

Nella suggestiva cornice naturale del Parco Archeologico di Sibari, Rava presenterà “The Fearless Five”, un progetto che racchiude la sua inesauribile spinta verso la ricerca, l’improvvisazione e la scoperta. Accanto alla sua tromba ci saranno Matteo Paggi al trombone, Francesco Diodati alla chitarra, Francesco Ponticelli al basso ed Evita Polidoro alla batteria. Da oltre mezzo secolo, Enrico Rava attraversa il territorio dell’impossibile: quel luogo senza coordinate in cui il suono diventa materia viva, pensiero in movimento, visione. La sua tromba non cerca risposte definitive: scava profondità, apre fenditure nell’ascolto, lascia emergere paesaggi ancora inesplorati. La sua musica vive sul margine, in quell’equilibrio fragile e incandescente in cui gli opposti si sfiorano e diventano possibilità: tra precisione e istinto, controllo e abbandono, memoria e invenzione.

“The Fearless Five” nasce da questa stessa urgenza: è musica pronta a cambiare pelle senza smarrire la propria identità.  È proprio in questa tensione che si riconosce la cifra più profonda del suo percorso artistico: la ricerca di un suono personale, irripetibile, capace di raccontare non soltanto una tecnica, ma un modo di stare nel mondo. Nella nostra intervista, Enrico Rava racconta una carriera senza approdi definitivi: un viaggio ancora aperto, sospinto dalla ricerca di nuove forme, nuovi suoni, nuove opportunità.

Enrico Rava, la sua tromba è riconoscibile dopo poche battute. Ha sempre cercato una voce più che un effetto, senza inseguire il virtuosismo. Che cosa rende il suo suono così unico? Qual è il segreto?

«Non c’è un segreto. La cosa più importante, per qualsiasi musicista, è trovare il proprio suono. Un suono che, come diceva Proust, non è qualcosa di astratto, ma è il suono dell’anima. Quando ero giovane, ogni musicista aveva una voce immediatamente riconoscibile. Bastavano due note di Chet Baker per capire che era Chet, una frase di Miles Davis per riconoscere Miles, una linea di Sonny Rollins per sapere che era Rollins. Ognuno aveva un suono personale, perché ognuno arrivava alla musica attraverso un percorso diverso: c’era chi era autodidatta, chi aveva avuto un maestro, chi aveva studiato in modi differenti. Proprio questa diversità rendeva quella musica così affascinante. Negli ultimi decenni, con la diffusione delle scuole, dei metodi e della facilità di accesso alle informazioni via Internet, mi sembra che i suoni si siano un po’ uniformati. Oggi faccio più fatica a distinguere i musicisti rispetto al passato».

L’incontro con Manfred Eicher e con ECM è stato uno dei momenti decisivi della sua carriera. Molti considerano ECM non soltanto un’etichetta discografica, ma una vera idea di musica e di spazio sonoro. Quella visione ha influenzato il suo modo di pensare la composizione?

«Ho sempre fatto, sia per ECM sia per altre case discografiche, quello che mi piaceva. Effettivamente, ECM dà l’impressione di avere un’estetica precisa, ma questo nasce dal fatto che Manfred Eicher registra soltanto i musicisti che rispecchiano il suo gusto. Non significa però che chieda loro di adeguarsi a un modello specifico. Nel catalogo ECM, ci sono esperienze, linguaggi e mondi anche molto diversi tra loro. Per questo non posso dire che abbia influenzato il mio modo di fare musica. Ha avuto invece un’influenza enorme sulla mia attività di musicista, perché essere pubblicato da un’etichetta con una distribuzione internazionale è stata una svolta. Ha cambiato la dimensione del mio lavoro e mi ha dato opportunità straordinarie».

Negli anni Sessanta, lascia Roma, parte con Steve Lacy per l’Argentina e poi arriva a New York, entrando in una scena dominata da giganti che fino a poco prima aveva ascoltato soltanto sui dischi. Oggi questo percorso appare quasi naturale, ma allora era un salto nel vuoto. C’era incoscienza, ambizione o la convinzione che per trovare la propria voce fosse necessario allontanarsi da casa?

«Tanta incoscienza! Solo l’idea di fare il musicista jazz, in quegli anni, era una scelta da incoscienti. Negli anni Cinquanta, in Italia, erano pochissimi i musicisti che vivevano esclusivamente di jazz. C’erano grandi talenti, come Nunzio Rotondo e Franco D’Andrea, ma la maggior parte dei musicisti lavorava nelle orchestre della Rai, con i cantanti, nei locali, nelle balere, e suonava jazz negli intervalli di tempo. Io invece avevo scelto di fare soltanto quello. Già questa era una forma di incoscienza totale. Quando sono andato via di casa per suonare con Gatto Panceri, per la mia famiglia fu una tragedia: pensavano che stessi andando incontro al fallimento. Invece ho avuto fortuna.

A New York, in realtà, non sono andato per una scelta pianificata. Suonavo con Steve Lacy e lui decise di portare il gruppo lì. Per me era l’occasione di andare nel luogo in cui quella musica aveva la sua casa. Steve Lacy era molto rispettato soprattutto nell’ambiente dell’avanguardia. Per questo fui accolto molto bene e mi ritrovai quasi subito a suonare con musicisti come Cecil Taylor. Artisticamente è stato tutto molto naturale, anche se dal punto di vista economico New York non era facile per nessuno. Anche l’incontro con ECM è avvenuto così. Manfred Eicher aveva ascoltato un mio disco realizzato per un’etichetta tedesca, che aveva ricevuto ottime recensioni. Mi contattò mentre vivevo a New York, ci incontrammo e nacque una collaborazione. È successo tutto in modo molto naturale. Guardando indietro, devo dire che ho avuto molta fortuna».

Qual è il ricordo che porta con sé degli anni vissuti a New York? C’è qualche episodio o curiosità di backstage che ricorda in modo particolare?

«I ricordi sono tantissimi, ma quello che mi ha colpito di più è sicuramente la musica che si respirava in quegli anni. Parliamo soprattutto dell’inizio degli anni Settanta: i grandi maestri erano ancora tutti vivi e in attività. La sera bastava scegliere dove andare: potevi ascoltare Thelonious Monk, Miles Davis, Jimi Hendrix. La quantità e il livello degli artisti presenti in città erano qualcosa di straordinario. Era un momento irripetibile. Si respirava una qualità artistica incredibile e tutto questo inevitabilmente entrava nella musica che facevamo. Io avevo la fortuna di suonare con musicisti straordinari, come Cecil Taylor e molti altri, e quegli incontri hanno lasciato un segno profondo».

La New York degli anni Settanta aveva anche un altro volto. Era una città complessa. Che ricordo conserva di quei tempi?

«Al di là della scena artistica, era una città durissima. C’era la guerra in Vietnam, c’erano manifestazioni continue, molti reduci tornavano in condizioni drammatiche. La violenza era presente ovunque e il livello di criminalità era altissimo. Mi è capitato di assistere a episodi incredibili. Ricordo di aver visto un omicidio sulla 42ª strada e, poco dopo, sempre a Times Square, la polizia circondò un taxi e iniziò a sparare contro il veicolo. Era una realtà molto diversa da quella di oggi: quando uscivi la sera dovevi stare attento, avevi la sensazione di muoverti in una città pericolosa. Eppure, dentro quella stessa città conviveva una scena musicale straordinaria. Forse proprio questa contraddizione rendeva New York così unica: era un luogo difficile, ma artisticamente era una fonte inesauribile di energia».

Enrico Rava, lei racconta spesso che l’Argentina non le ha regalato soltanto il tango, ma anche Borges, Sabato, Bioy Casares, Cortázar. Nella sua musica c’è spesso una componente narrativa, quasi letteraria. Che cosa direbbe a un giovane musicista sull’importanza della lettura e dell’arte?

«Sono un lettore onnivoro. Non potrei vivere senza i libri: leggo da sempre, fin da quando ero bambino. Ma non riguarda soltanto la letteratura. Tutto ciò che è arte per me è fondamentale, è qualcosa di cui bisogna nutrirsi: la pittura, la scultura, la natura. Quando arrivo in una città, se posso, la prima cosa che faccio è andare nei musei. Quando sono arrivato ad Amsterdam, per esempio, sono andato subito a vedere Van Gogh. Non lo faccio perché penso che mi servirà per la musica: lo faccio perché mi piace. Credo però che tutto ciò che ci circonda, tutto ciò che ci emoziona e ci arricchisce, prima o poi finisca inevitabilmente in quello che facciamo.

Nei giovani musicisti che ho incontrato nei miei seminari a Siena Jazz, ci sono ragazzi bravissimi, intelligenti, tecnicamente preparati. Tuttavia, molti non conoscono la storia della musica che stanno suonando. Non hanno mai ascoltato Armstrong, Earl Hines, Jelly Roll Morton. Dovrebbero ascoltarli perché quella musica è meravigliosa. È la musica da cui nasce ciò che facciamo oggi, ma soprattutto è una fonte di piacere. Ancora oggi ascolto continuamente i grandi musicisti degli anni Venti e Trenta. Louis Armstrong del 1927 e 1928, i dischi di Jelly Roll Morton: sono musiche che considero essenziali, non come studio, ma semplicemente perché sono straordinarie. È come se un musicista classico contemporaneo non avesse mai ascoltato Bach, Mozart o Beethoven».

Enrico Rava, lei ha conosciuto una Roma irripetibile: quella del Purgatorio, del Music Inn, di Pepito Pignatelli, di Trastevere prima che diventasse un quartiere turistico, della fine della Dolce Vita e dell’inizio della contestazione. Riguardando quegli anni, ha la sensazione che quella città generasse naturalmente incontri e creatività oppure era semplicemente la vostra generazione ad avere un’urgenza diversa? In altre parole: è cambiata Roma o sono cambiati gli artisti?

«È cambiato il mondo. È cambiato tutto. Secondo me, in peggio, in molto peggio. Questa è diventata una specie di dittatura della tecnologia che sta distruggendo il cervello.  Quegli anni erano davvero un periodo magico. Roma viveva una stagione straordinaria, penso al grande cinema, al neorealismo, ai registi e agli attori che hanno segnato un’epoca. Era una città piena di energia, di incontri, di possibilità.

È successo qualcosa di simile anche nel jazz: dagli anni Venti agli anni Sessanta c’è stata una concentrazione incredibile di talenti. Basta pensare ad Armstrong, Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Miles Davis, Billie Holiday, Sonny Rollins. È quasi inspiegabile che in un periodo così breve siano comparsi così tanti geni. Sono quei momenti che capitano nella storia: come il Rinascimento in Italia, l’impressionismo nella pittura, il neorealismo nel cinema. Periodi in cui tante persone straordinarie si incontrano e nasce qualcosa di irripetibile. Questo non significa che dopo non ci siano stati grandi artisti. Ma certe figure, per forza e influenza, appartengono a un momento storico preciso che non può ripetersi. Anche Roma aveva quella forza.

Quando suonavo con Gatto Panceri, dopo i concerti andavamo spesso in via Veneto, e lì si incontrava un mondo incredibile: attori, registi, musicisti, persone che discutevano, vivevano, creavano. Oggi passo da via Veneto la sera e faccio fatica a riconoscerla: quella atmosfera non c’è più. Trovo solo qualche turista».

Enrico Rava, a suo parere, cosa ha cambiato così profondamente il nostro modo di vivere e di creare?

«Credo che sia cambiato soprattutto il rapporto con la tecnologia. Oggi tutto passa attraverso Internet e il telefono: abbiamo accesso a qualsiasi informazione in ogni momento, ma rischiamo di non coltivare più la memoria, la curiosità, la capacità di pensare. Prima per conoscere qualcosa bisognava cercare, leggere, ascoltare. Quel percorso faceva parte della formazione. Oggi spesso basta digitare una parola e tutto arriva subito. Anche nella musica vedo questo cambiamento. La tecnologia ha dato possibilità straordinarie, ma allo stesso tempo ha creato una certa uniformità. Un tempo ogni musicista aveva un percorso personale, un suono, una storia diversa alle spalle. Forse il punto è proprio questo: tutto cambia e bisogna accettarlo. Il mondo va avanti, o indietro, non lo so, ma continua a muoversi. Io cerco semplicemente di guardarlo con curiosità, continuando a fare la musica che amo».

“The Fearless Five” arriva dopo una lunga serie di progetti in cui lei ha saputo riconoscere e valorizzare giovani talenti. Come nasce questo progetto e che cosa cerca nei musicisti con cui sceglie di collaborare?

«La scelta dei musicisti, come è accaduto spesso nei miei gruppi, è nata anche grazie a Siena Jazz. Nei miei seminari ho incontrato, negli ultimi quarant’anni, moltissimi giovani talenti: non soltanto musicisti tecnicamente preparati, ma soprattutto persone capaci di avere una propria visione musicale. La bravura è il punto di partenza. Quello che cerco è un’affinità nel modo di intendere la musica e la capacità di creare un dialogo. In Italia esistono realtà straordinarie spesso nascoste, perché ogni città ha una propria scena.

Siena Jazz ha avuto il merito di creare un luogo d’incontro dove queste esperienze possono entrare in contatto. Da questa esperienza sono arrivati artisti come Gianluca Petrella, Stefano Bollani e, più recentemente, Evita Polidoro e Matteo Paggi. Sono musicisti che avrebbero trovato comunque la loro strada. Forse suonare con me ha semplicemente accelerato alcuni passaggi del loro percorso. Ma il rapporto è sempre stato reciproco: io ho dato qualcosa a loro, ma ho ricevuto altrettanto».

Enrico Rava, dopo oltre sessant’anni di carriera, che cosa significa oggi salire sul palco accanto a giovani musicisti?

«Per me è una grande soddisfazione, ma anche la consapevolezza di essere fortunato. Ho la possibilità di stare accanto a ragazzi che hanno una passione autentica, che studiano uno strumento magari difficile come il trombone, che dedicano ore e ore alla musica, ma anche alla cultura in generale: leggono libri, guardano film, si interessano al mondo. In un certo senso è un’isola felice: un luogo dove esistono ancora curiosità, impegno e desiderio di conoscere. E questa cosa per me è molto importante, perché la musica nasce proprio dalla voglia di scoprire, di ascoltare, di crescere».

“The Fearless Five” mette insieme tromba, trombone, chitarra, contrabbasso, batteria ed elettronica. Quando ha immaginato questo gruppo aveva già un’idea sonora precisa oppure il suono è nato dal confronto tra personalità diverse?

«Quando cambio gruppo, l’idea di fondo rimane più o meno la stessa, perché quello che propongo nasce sempre dalla mia visione della musica. Però ogni musicista reagisce in modo diverso e porta dentro il gruppo la propria sensibilità, il proprio linguaggio, il proprio modo di ascoltare. È questo che rende ogni formazione unica. Anche quando suoniamo gli stessi brani, la musica prende una direzione diversa. Ogni concerto è diverso dal precedente. Ai miei musicisti chiedo una cosa molto semplice: non voglio che si ripetano, voglio essere sorpreso».

Se oggi il ragazzo che suonava al Purgatorio, con una tromba in mano e il sogno di andare lontano, entrasse in questa stanza e si sedesse accanto a lei, quale consiglio gli darebbe che nessuno ebbe il coraggio di darle allora?

«Gli direi di non seguire il mio esempio. Io sono un autodidatta. A me è andata bene, ma non è una strada che consiglierei. A un giovane musicista direi di studiare, di costruirsi tutte le basi possibili: conoscere profondamente la musica, leggere bene, studiare armonia, avere una grande padronanza dello strumento. Più strumenti di conoscenza si hanno, più si è liberi. Quelle basi tecniche io le ho costruite dopo, da solo, e a volte mi stupisco ancora di essere riuscito a fare questo percorso. Ho preso in mano una tromba per la prima volta quasi a diciott’anni, mentre molti grandi musicisti avevano iniziato sin da bambini. Però avevo qualcosa che mi ha aiutato moltissimo: una passione enorme per la musica.

Fin da piccolo, ascoltavo continuamente dischi, non facevo altro. Quando ho iniziato a suonare avevo già dentro una cultura musicale molto ampia: conoscevo il jazz, la musica classica, quella brasiliana. Avevo imparato ad ascoltare prima ancora di imparare a suonare. Conoscevo gli assoli, le frasi, il linguaggio dei grandi musicisti. Anche se mi mancava lo studio tradizionale dello strumento, avevo una conoscenza profonda della musica che volevo fare».

Il brano che l’ha folgorata sin da bambino?

«“At the Jazz Band Ball” di Bix Beiderbecke. Avevo circa sette anni e lo ascoltavo continuamente. Conoscevo a memoria tutti gli assoli. È iniziato tutto da lì».

Dopo Bix Beiderbecke, c’è stato un altro ascolto che ha cambiato il suo modo di percepire la musica?

«Sì, un altro brano che amavo moltissimo era “I’m Coming, Virginia”. All’inizio, però, non pensavo ancora di suonare la tromba. Era semplicemente una musica che mi affascinava profondamente. Qualche anno dopo, quando avevo circa tredici anni, ho scoperto Miles Davis. Il brano che mi colpì più di tutti fu “When Lights Are Low”. Da quel momento è nata una passione totale per Miles, che non è mai finita. Anzi, con il tempo è diventata quasi un’ossessione»

Enrico Rava, durante i suoi anni a New York, ha avuto la possibilità di incontrare Miles Davis. Dico bene?

«Sì, una volta è venuto ad ascoltarmi. Avevo fatto un disco prodotto da Teo Macero, che era stato il suo produttore, e Miles è venuto al locale. Abbiamo parlato, è stato molto gentile. È stato un incontro breve, ma per me naturalmente molto emozionante. Con Chet Baker, invece, ho avuto un rapporto diverso: l’ho conosciuto bene, abbiamo suonato insieme, fatto concerti e registrato dischi. È stato un incontro molto importante della mia vita musicale».

Questa sera, sarà in concerto a Sibari con “The Fearless Five”. Cosa si aspetta dal pubblico calabrese?

«Ho suonato spesso in Calabria, soprattutto a Reggio e a Roccella Ionica. Ho sempre trovato un pubblico molto attento e appassionato. E poi devo che sono un grande amante della ’nduja. Spero di trovarla».

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