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Le speculazioni riguardo un ipotetico boicottaggio prendono sempre più piega anche nella voce studentesca che esprime le sue opinioni riguardo la nazionale argentina, il caso Balogun e la gestione economica del Mondiale 2026.


Segnatevi questa data: 19 luglio 2026. È la notte in cui il clima di tensione, di adrenalina e di speranza si accumula nelle tribune del MetLife Stadium. Una matassa di emozioni leggibili su ogni volto: dal piccolo con i colori della propria bandiera tracciati sulle guance al signore antistante che aspetta trepidante il risultato definitivo. Ma, per un momento, i cori si assestano. Il silenzio è padrone di quell’istante, spezzato solo dal triplice fischio finale dell’arbitro Slavko Vinčić.

L’annuncio della conclusione del match si scontra con l’inizio di una favola: la Spagna è campione del mondo. E, così, il sogno albiceleste è ufficialmente infranto. Sogno che trova nella sua realizzazione un ostacolo firmato Ferran Torres, autore del goal al 106’, decisivo per il risultato. Lacrime amare che si mischiano a quelle di felicità. Il 19 luglio diventa una notte magica dove la storia si compie di nuovo: l’ultima coppa del mondo targata La Roja, infatti, era stata vinta nel 2010 in Sudafrica. E, ad oggi, il mondo riscopre quella tinta bicolore iberica colorandosi di rosso e di giallo.

Eppure, nonostante il vento di novità sventoli sulla bandiera spagnola, questo successo accusa il rischio di essere eclissato. La domanda è lecita: «da cosa?». Da un giocatore quasi impercettibile, più insidioso e che non intende attaccare le scarpette al chiodo: la mano politica che muove fili sul rettangolo verde.

Le bocche speculanti sul mondiale 2026 parlano chiaro: l’idea di un possibile boicottaggio è il tema centrale. Non si tratta dei classici commenti vani e di invidia di chi rivendica la vittoria della propria nazionale durante le qualificazioni. Non si tratta di semplice chiacchiericcio. Ma di opinioni, speculazioni, dubbi fondati su episodi precisi. E questi, oltre ad essere richiamati dal web, sono ricalcati anche da alcuni commenti degli studenti del nostro campus.

IL PRIMO DUBBIO PARTE DA ALCUNI EPISODI ARBITRALI DELL’ARGENTINA

C’è chi, come molti, volge lo sguardo sulla Selección: «secondo me è stato evidente, almeno per come ho vissuto il torneo, che l’Argentina abbia beneficiato di alcune decisioni arbitrali molto favorevoli. Non parlo necessariamente di una competizione “pilotata”, ma credo che ci siano stati diversi episodi che hanno alimentato il sospetto di un trattamento diverso rispetto alle altre nazionali». E chi riporta punti a favore di questa affermazione: «Un esempio lampante è Inghilterra-Argentina, dove si è parlato tanto del gioco duro e cattivo e, a tratti, anche intenzionale da parte dei giocatori argentini. Un contatto particolare è quello di Enzo Fernandez contro Anderson in cui il calciatore argentino, di proprietà del Chelsea (dove è anche uno dei pilastri), colpisce in modo cattivo sulla nuca il suo avversario a palla ormai lontana».

Ma non tutta la polemica parte dal rettangolo di gioco. A fomentare il pensiero di un disegno di vittoria argentino e a peggiorare l’escalation sono anche i social. A trarre maggiore attenzione sono video meme che ritraggono come protagonisti principali il fratellino del giovane fenomeno spagnolo Lamine Yamal, Keyne, e il calciatore norvegese, Erling Haaland. Ma, tra questi, spopolano filmati di reazioni che fungono da trampolino di lancio fuorviante per qualsiasi episodio controverso.

L’obiettivo? Amplificare e dare per certo ciò che non ha una base del tutto verificata. Nonostante «anche la gestione mediatica dell’Argentina ha contribuito ad alimentare queste percezioni: la presenza di Lionel Messi, il suo valore simbolico e il racconto della possibile “ultima grande occasione” hanno creato un’enorme attenzione internazionale intorno alla squadra. Per alcuni questo ha dato l’impressione che ci fosse una spinta narrativa molto forte affinché l’Argentina arrivasse fino in fondo».

FIFA E DONALD TRUMP AL MONDIALE 2026: L’IMPARZIALITÀ CALCISTICA TRABALLA

Ma non finisce qui. Altre voci dichiarano che: «dire che “lo sport deve rimanere fuori dalla politica” è ormai la favola più comoda del calcio moderno, una storiella che Gianni Infantino è solito raccontare ai microfoni mentre spalanca le porte dei palazzi del potere politico». E continuano argomentando: «I Mondiali 2026 ne sono stati l’esempio perfetto: da un lato la FIFA che ostenta l’ormai ipocrita maschera della neutralità, dall’altro l’invadente ombra di Donald Trump. Difatti, il Presidente statunitense non si è limitato alle solite passerelle istituzionali, ma si è spinto fino a fare pressioni dirette e spudorate sulle decisioni disciplinari della FIFA».

Il riferimento è diretto: il caso Balogun. Questo episodio vede incastrata la figura di Donald Trump come diretto partecipante. Quest’ultimo – a seguito dell’espulsione del calciatore statunitense Florian Balogun – ha prontamente telefonato al presidente della FIFA per effettuare la revoca della decisione arbitrale. Telefonata con esito positivo: il cartellino rosso non è mai esistito.
Non manca chi pone l’accento sulla questione dell’inclusività. «Il mondiale che passa da 32 a 48 squadre doveva essere non solo una mossa strategica per più partite e più spettacolo ma anche portare un’inclusione generale: con squadre, giocatori, staff e tutto ciò che ne faceva parte a vivere per la prima volta il mondiale».

Idea non realizzata perché: «per molti non è stato così». Ad essere citato è il nome di Omar Artan, arbitro di calcio somalo, il cui ingresso negli Stati Uniti è stato negato. Parole di delusione in merito alla vicenda sono riferite dallo stesso al New York Times dove sottolinea i documenti in regola e il colloquio con l’ufficio immigrazione durato 11 ore. Tutto vano.

UNA MANCIATA DI ESCLUSIONI

Oltre ciò, un’esclusione velata è emersa dal costo dei biglietti dove «non si cerca più di riempire lo stadio con il tifoso di curva che vive la squadra con trasporto viscerale, ma si punta al cliente ad alta disponibilità di spesa». L’importo di un singolo biglietto per la finale presenta un valore talmente alto da toccare cifre a quattro o cinque zeri. «Invece di un evento popolare, lo stadio è diventato ufficialmente una roba da élite» non per tutti, quindi.

A partire dalla politica d’immigrazione rigida da parte di alcuni Paesi ospitanti fino ad arrivare alla mancata neutralità sportiva, qualcosa non quadra. Non è una novità vedere i due fenomeni convergere. Tantomeno lo è vederli esposti ad occhio nudo. Questo non è sicuramente il primo caso. Eppure, potrebbe destare compassione lo sguardo spento di un appassionato di questo sport poiché dove prima vedeva passione, adrenalina e ammirazione, ora vede denaro, tornaconti personali e poca credibilità.

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