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L'abbazia florense di San Giovanni in Fiore

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L’imponente abbazia florense di San Giovanni in Fiore e la figura di Gioacchino Fiore, citato da Dante nella Divina Commedia


COSENZA – Nel vasto repertorio del turismo religioso l’Abbazia florense di San Giovanni in Fiore occupa senza dubbio un posto di assoluto rilievo. È uno dei più grandi edifici religiosi della Calabria. Grazie alla vastità dell’intero complesso badiale è considerato, insieme al santuario di San Francesco di Paola, il più importante edificio religioso della provincia di Cosenza.
La storia dell’Abbazia florense è indissolubilmente legata alla storia del suo fondatore Gioacchino da Fiore. L’abate, filosofo e teologo, citato anche da Dante Alighieri nella Divina Commedia, che visse tra il XI e XII secolo.

IL SITO ORIGINARIO DELL’ABBAZIA FLORENSE

Alla ricerca di una nuova fonte di spiritualità, dopo una serie di viaggi, tra 1186 e il 1188, decise di recarsi sui monti della Sila. Nella località di “Iure Vetere” Gioacchino, fondò quella che sarà la sua prima abbazia. Nel 1214 un incendio devastò il protocenobio di Iure Vetere e tutti i suoi edifici contigui. I monaci, dopo alcune valutazioni logistiche, decisero di non ricostruire il monastero nel sito originario. Tuttavia seguendo l’operato di Gioacchino da Fiore (morto nel 1202) non vollero abbandonare i boschi silani.

LA COSTRUZIONE DELL’ABBAZIA FLORENSE

Venne scelto un costone roccioso nella valle del fiume Neto, vicino alla confluenza con il fiume Arvo. Il luogo apparve subito più ospitale del precedente, con maggiori possibilità di costruire il monastero. Il clima era di fatto più mite, e a valle del costone fino al fiume vi erano terreni adatti sia al pascolo sia alla coltivazione. Per dare continuità al primo messaggio di Gioacchino, i monaci florensi decisero di nominare la località scelta Fiore o “Fiore Nuovo”.
«Ci vollero circa quattordici anni per portare a compimento l’opera. L’esecuzione, ideata dall’architetto e vescovo Luca Campano, già autore del Duomo di Cosenza, fu particolarmente faticosa e comportò grandi sacrifici per la comunità monastica, costretta a vivere in fredde e umide baracche di legno ai piedi del gigantesco cantiere», si legge nell’opera di R. Napoletano, San Giovanni monastica e civica. Storia documentata del capoluogo silano, vol. 1 (Dalle origini al 1215), parte I, L’abate Gioacchino: le fonti, Laurenziana, Napoli, 1978).

LE CARATTERISTICHE DELLA STRUTTURA DEL COMPLESSO

L’edificio nel corso del tempo ha subito numerosi rimaneggiamenti e modifiche, spesso seguendo le tendenze architettoniche dei vari periodi. L’ingresso dell’Abbazia è mutato nella sua quasi millenaria esistenza. Dell’ingresso originale rimane solo il portone mentre è andato perduto il nartece e la facciata ha più volte mutato d’aspetto. La facciata dell’abbazia florense si presenta oggi molto semplice e snella, con la cuspide che forma una capanna mentre il portale è stato realizzato in pietra calcarea finemente lavorata e costituisce l’unico tratto distintivo di tutta la facciata. L’abside è forse l’elemento di maggiore pregio di tutta l’abbazia. Si rifà all’architettura tardo romanica del periodo e presenta una finestra circolare esalobata, al centro di un triangolo ai cui vertici vi sono tre piccole finestre circolari quadrilobate. Sotto questi quattro elementi circolari si trovano tre ampie monofore, che nella dimensione del complesso disegno, non superano i lati delle piccole finestre circolari.
L’interno modificato con l’ultimo restauro del 1989 si presenta oggi in stile romanico a pietra nuda, come lo era originariamente. Sulle pareti dell’interno non sono presenti sculture, fregi, decorazioni, dipinti, statue, guglie, e qualsiasi altra forma decorativa, affinché «non vi fosse nulla che ostentasse superbia, vanità o potesse corrompere la povertà, custode di virtù», secondo la Regola florense. Molto suggestive anche la navata centrale e la navatella laterale così come l’altare in stile barocco realizzato dal maestro di arte lignea Giovanbattista Altomare. Un luogo di ineguagliabile cultura e di profonda spiritualità tra i monti della Sila.

GIOACCHINO DA FIORE CITATO DA DANTE NELLA DIVINA COMMEDIA

Gioacchino da Fiore è stato un abate, teologo e filosofo italiano, celebre per la sua concezione trinitaria della storia divisa in tre età, per la fondazione dell’ordine florense e per le sue profezie che hanno influenzato il pensiero europeo.
Nato a Celico nel 1130 circa in provincia di Cosenza, lavorò come notaio prima di compiere un viaggio in Terra Santa che lo spinse a farsi monaco e a condurre una vita di ascesi ed eremitismo. Si ritirò sui monti della Sila, dove fondò l’abbazia di San Giovanni in Fiore e diede vita a una nuova famiglia monastica approvata da papa Celestino III nel 1196, morì a Pietrafitta nel 1202. Dante Alighieri inserisce Gioacchino da Fiore nel Paradiso, lodandolo come abate calabrese dotato di spirito profetico. Il suo pensiero storico e spirituale ha lasciato una forte impronta nella Divina Commedia.
Il Sommo Poeta nomina l’abate nel verso «e lucemi dallato / il calavrese abate Giovacchino / di spirito profetico dotato» (Paradiso, Canto XII, vv. 139-141). Come Dante, l’abate criticava la ricchezza e il potere politico della Chiesa del tempo, puntando a una vita di povertà e giustizia. Da segnalare le indefesse attività del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti che, in oltre quarant’anni, ha contribuito ad una straordinaria rifioritura di ricerche e pubblicazioni sulla figura e sul messaggio di Gioacchino da Fiore.

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