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Dalle antiche tradizioni contadine del Casertano ai palchi internazionali: Carmine Romano racconta la forza de “I Bottari”, il significato delle botti e il legame profondo tra ritmo, terra e pubblico. Allenamento, simbolismo e spirito di squadra: nella nostra intervista, il musicista ripercorre la storia de “I Bottari”, oggi protagonisti della world music accanto a Enzo Avitabile.


COSENZA – Un colpo secco sulle botti. Poi, un altro. E un altro ancora. Un ritmo ancestrale che nasce dalla terra, si propaga tra le pietre di Piazza XV Marzo e arriva dritto al petto. Impossibile restare immobili. Impossibile non lasciarsi trascinare. Con Enzo Avitabile & I Bottari, il Festival delle Invasioni ha travolto la comunità con un’esplosione di energia, suoni ed emozioni. I tamburi hanno scandito il tempo, le botti hanno parlato il linguaggio delle radici, mentre il sax e la voce di Enzo Avitabile hanno intrecciato soul, world music e tradizione mediterranea in un crescendo ipnotico che ha avvolto centinaia di persone. Mani alzate, occhi chiusi, corpi in movimento, piedi che seguivano istintivamente quel richiamo primordiale. Il pubblico era parte dello spettacolo.

Enzo Avitabile ha guidato questo viaggio con l’intensità di un artista che canta la sua terra e, allo stesso tempo, parla al mondo attraverso il progetto “Salvamm”o Munno” insieme a I Bottari di Portico. Un messaggio di pace, inclusione e dialogo tra i popoli si è intrecciato alla forza della musica, ricordando che le differenze possono diventare armonia quando è il cuore a dettare il tempo. Nella nostra intervista, Carmine Romano de “I Bottari” ci accompagna alla scoperta dell’anima di questo progetto, raccontando il valore di una tradizione che continua a reinventarsi senza perdere la propria autenticità.

Uno spettacolo travolgente e ricco di energia. Qual è il segreto dietro una performance così intensa?

«Il segreto è tanto allenamento e tanta dedizione. Suonare le botti non è come suonare uno strumento a membrana: il legno non restituisce il rimbalzo delle bacchette, ma assorbe il colpo e lo trasmette alle braccia e a tutto il corpo. Per questo serve una lunga preparazione fisica per arrivare a sostenere un concerto».

Al Festival delle Invasioni, abbiamo assistito a una vera e propria coreografia. A un certo punto, è salito su una botte: qual è il significato di quel gesto?

«Sì, salto sulla botte. Nella tradizione popolare tutto ciò che percuote un cerchio richiama il simbolismo della fecondazione: della terra, dell’uomo e della donna. Il mio salto rappresenta proprio l’innesco di questo ciclo vitale, in cui tutto finisce ma tutto ricomincia».

Come nascono I Bottari?

«I Bottari affondano le loro radici nella tradizione del Casertano. Mio padre, nel 1988, ha fondato questo nucleo di musicisti che ha trasformato un’antica tradizione popolare in un progetto musicale. Successivamente, grazie anche all’incontro con Enzo Avitabile, questa esperienza si è evoluta fino a diventare una realtà di World Music».

C’è qualche aneddoto o curiosità che ricorda con particolare affetto dei vostri backstage?

«Ce ne sarebbero tantissimi. La cosa più bella è che ci piace ridere insieme: qualsiasi episodio, anche il più banale, diventa motivo di divertimento. È un piccolo rituale che ci accompagna prima di ogni concerto e rafforza il nostro spirito di squadra».

Quali saranno i prossimi appuntamenti?

«Abbiamo ancora tante date in programma, sia in Italia che all’estero. Saremo anche nel sud della Spagna, in Marocco e in altri Paesi, portando avanti il nostro progetto musicale».

Che pubblico ha trovato a Cosenza?

«Un pubblico straordinariamente caloroso. La gente del Sud Italia sente questo ritmo ancestrale, il ritmo della terra che diventa musica. È un’energia che coinvolge tutti: il pubblico si emoziona, balla e vibra insieme a noi. È stato davvero bellissimo».

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