L'arena di Verona
4 minuti per la letturaISOLA CAPO RIZZUTO – I tentacoli della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto si erano allungati sull’Arena di Verona. Almeno secondo la Dda di Venezia, che ha chiesto il rinvio a giudizio per 19 imputati. Ma la Fondazione Arena di Verona (almeno per ora) non si costituisce parte civile: la sovrintendente Cecilia Gasdia aveva dichiarato che l’ente lirico si ritiene parte lesa. La Procura, nella richiesta di rinvio a giudizio, individuava lo Stato come parte offesa ma nell’udienza preliminare non si è registrata alcuna costituzione di parte civile.
Al centro del procedimento c’è un meccanismo di false fatturazioni e sovrafatturazioni ruotante attorno alla Eurocompany Group srl, società ritenuta contigua al clan e appaltatrice di servizi per ponteggi ed altri lavori svolti per l’ente pubblico deputato alla gestione del noto anfiteatro. E fatturando importi maggiorati l’impresa vicina alla ‘ndrangheta, secondo l’accusa, lucrava con i fondi neri. Un anno fa la Dia e il Nucleo di polizia economico-finanziaria di Verona, al termine di complesse indagini coordinate dal procuratore distrettuale di Venezia, Giovanni Zorzi, e dalla sua sostituta Federica Baccaglini, eseguì, nelle province di Verona, Mantova e Trento, quattro misure cautelari personali e il sequestro di beni per un valore di oltre nove milioni di euro.
La Dda di Venezia, a distanza di un anno, ha chiesto, dunque, il rinvio a giudizio per 19 persone: chiedono il rito abbreviato gli imputati chiave, i fratelli Pasquale e Francesco Riillo, rispettivamente di 57 e 52 anni, di Isola Capo Rizzuto (li difendono gli avvocati Luigi Antonio Comberiati e Luca Cianferoni), ritenuti promotori e organizzatori di un’associazione a delinquere volta all’emissione di fatture per operazioni inesistenti con l’aggravante mafiosa perché finalizzata ad agevolare le cosche Arena e Nicoscia di Isola e Grande Aracri di Cutro.
I Riillo furono arrestati insieme a Giorgio Chiavegato, veronese di 65 anni, amministratore della Eurocompany, mentre all’obbligo di dimora nella sua Rovereto era stato sottoposto il 74enne Alberto Sighele, amministratore di fatto di imprese cartiere intestate a terzi prestanome e funzionali al presunto giro di irregolarità fiscali: loro optano per il rito ordinario, invece. Soltanto i flussi finanziari transitati da Eurocompany a Riillo srl erano per quasi 5 milioni.
Sotto accusa c’è anche un altro imputato di Isola, il pentito Domenico Mercurio, di 53 anni. Gli altri imputati sono Giorgio Meneghelli (61), di Sant’Ambrogio di Valpolicella, tra i collaboratori più vicini a Chiaregato, e il ragioniere Michele Marin (49), residente a Verona, più gli amministratori formali di società Andrea Longo (46), di Legnago, Loris Apostoli (66), Liviano Bertogna (71), Fausto Grigoli (48), Matteo Lucchese (43), Marisa Mantovani (74), Daniele Manzini (60), Anna Marcolini (33), Franco Perinelli (51), Gianluigi Prà (73), Michele Strina (62), tutti veronesi
La Eurocompany, gestita dai Riillo e da Chiavegato, sarebbe stata strumentalmente utilizzata per l’emissione di fatture per operazioni inesistenti di cui erano beneficiarie altre imprese riconducibili a esponenti della criminalità organizzata di matrice calabrese attive tra Veneto ed Emilia Romagna. Ma le indagini avrebbero documentato anche l’esistenza di altre società ritenute vicine alla ‘ndrangheta, interessate alla realizzazione di lavori, anche in appalti pubblici, nel settore edilizio. Le successive verifiche svolte, avvalorate dalle dichiarazioni rese da Giuseppe Giglio, collaboratore di giustizia arrestato nell’ambito dell’operazione Aemilia della Dda di Bologna, già imprenditore di riferimento della cosca Grande Aracri, hanno consentito l’apertura di un nuovo procedimento penale e l’esecuzione di complessi accertamenti bancari nei confronti di società esecutrici di lavori pubblici.
Ma si sono aggiunte le rivelazioni di Mercurio, ex “fatturista” della cosca Arena. Le indagini avrebbero quindi fatto luce sui tentativi di infiltrazione nel settore dell’edilizia in Veneto da parte dei clan isolitani Arena e Nicoscia. Disamine contabili, controlli incrociati, riscontri degli obblighi previdenziali, interpolazione con le evidenze antiriciclaggio e mappature delle cointeressenze societarie, insieme alle verifiche fiscali, avrebbero permesso di appurare elementi di contiguità con la ‘ndrangheta in alcune imprese e la fittizietà di rapporti per la realizzazione di opere o la prestazione di servizi. I flussi finanziari erano poi diretti in favore di imprese con sede in Calabria, riconducibili agli ambienti della criminalità organizzata del Crotonese.
Il meccanismo delle false fatturazioni avrebbe consentito di lucrare il 35% circa dell’imposta IVA maggiorata di una commissione di ricarico per il servizio reso pari a circa il 13%. Il guadagno così ottenuto, appunto del 35% del capitale inizialmente investito, veniva corrisposto direttamente al gruppo e suddiviso in due parti uguali pari al 17,5% a o ai Riillo. La parte che veniva attribuita a Mercurio sarebbe stata destinata per circa il 10% per remunerare l’acquisto di nuovo denaro contante da parte dei diretti fornitori, il denaro residuo sarebbe stato il compenso per lo stesso Mercurio. Una parte del compenso dei fratelli Riillo, circa il 3 %, andava alle famiglie di ‘ndrangheta Grande Aracri, Arena e Nicoscia. Così l’Arena di Verona diventava strumento di finanziamento dei clan.
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