Un collaboratore di giustizia
INDICE DEI CONTENUTI
Rivelazioni del pentito Toffanin nel processo “Isola scaligera 2”, il massone della ‘ndrangheta che utilizzava bitcoin 20 anni fa
ISOLA CAPO RIZZUTO – Dalla modernità dei mercati sommersi, che viaggia grazie all’estrazione mineraria digitale dei bitcoin, all’icona di San Michele Arcangelo venerata dalla ‘ndrangheta e ai codici arcaici del comando. Due mondi paralleli che si intrecciano e si confondono nella deposizione del collaboratore di giustizia veneto Nicola Toffanin. Davanti al Tribunale penale di Verona, si celebrano le udienze del maxi-processo “Isola Scaligera 2”, procedimento penale che vede alla sbarra 31 imputati accusati a vario titolo di aver costituito il distaccamento veneto delle cosche Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto.
Il ruolo di “riservato”
A tirare le fila del racconto è il testimone assistito Toffanin, figura chiave per il suo ruolo di “riservato” della consorteria, inserito nei circuiti massonici del Nord, molto vicino al boss Antonio Giardino, vertice indiscusso del “locale” di ‘ndrangheta di Verona. Un esame fiume, fitto di dettagli, che svela l’infiltrazione radicale delle cosche crotonesi nel florido tessuto economico scaligero e i canali segreti della politica locale che il clan utilizzava.
Estraeva bitcoin 20 anni fa
Colpisce il mix tra l’innovazione tecnologica e la persistenza dei vecchi rituali. Toffanin descrive le sue attività informatiche che già 20 anni fa anticipavano le moderne tecniche di riciclaggio. «In quella occasione vengo contattato, pochi giorni, mi contattavo con Ottavio (Lumastro, ndr) per il discorso informatico e anche io già all’epoca stavo… stavo già facendo ricerche per i bitcoin, per la minazione dei bitcoin». Il coimputato Lumastro ha origini di Papanice, dove è stanziata la cosca che successivamente sarebbe balzata all’attenzione delle cronache anche per la capacità di reclutare hacker. Un mercato tecnologico che tuttavia coesisteva con la disponibilità immediata di armi micidiali fornite dai sodali. «E mi dice: “Guarda c’è, ho delle bombe col telecomando, una col telecomando e tre”. Praticamente erano dei cilindri pieni di esplosivo con due controdadi all’uscita e una aveva il detonatore e il telecomando».
Il simbolo dell’Arcangelo
Il volto arcaico dell’organizzazione si riflette sui corpi degli affiliati attraverso la simbologia dei tatuaggi, usati come un vero e proprio passaporto criminale. Nel corso dell’udienza, Toffanin affronta il tema dei marchi impressi sulla carne e il loro valore pubblico nel codice della malavita. «I tatuaggi riportano un modo di dimostrarti e di dire: “Guarda, mi riconosci, mi appartengono’”, che poi avvengono più nell’ambiente diciamo carcerario, perché tutti si possono fare dei tatuaggi. Il problema è poi saperli portare o poterli portare, perché se magari uno si fa un tatuaggio, va dentro un ambiente carcerario, qualcuno gli chiede conto, lì diventa imbarazzante, ecco».
Iconografia mafiosa
Il fulcro di questa iconografia mafiosa è la figura del guerriero celeste, l’Arcangelo difensore dei giuramenti di San Luca e delle storiche iniziazioni calabresi. Toffanin dichiara a verbale le sue dirette esperienze e i consigli ricevuti dal coimputato Salvatore Strangio. «Io ho fatto San Michele Arcangelo sulla spalla destra… Strangio mi disse: “L’importante che alla bilancia… ehm… alla spada non metti la bilancia, ma metti il diavolo, perché la bilancia la porta la giustizia”. San Michele è il protettore, veniva utilizzato molto nei riti ’ndranghetistici, un tempo». Un tatuaggio che, per la sua forte valenza simbolica, poteva scatenare violente reazioni se “indossato” da chi non era autorizzato a esibirlo, specie nell’ambiente carcerario.
Passaporto criminale
Secondo Toffanin è accaduto durante le docce in carcere. Il pm a quel punto incalza il teste chiedendo con quale dei marchi sul corpo si rischiasse maggiormente di dover rendere conto in cella. E il collaboratore di giustizia risponde: «Con San Michele Arcangelo, perché è il più iconicamente riconosciuto. Poi adesso nell’evolversi delle cose si evolvono anche tutte le forme, nulla è immobile». Se un detenuto avesse chiesto conto di quel simbolo, Toffanin aveva la sua difesa pronta. «Gli avrei detto la lettera di credito. Io ti do la lettera di credito, i nomi che mi danno credito, ecco, questo».
Il matrimonio del clan
I legami di sangue e la vicinanza geografica venivano cementati anche attraverso le tradizionali “mangiate” e i summit organizzati direttamente nei territori d’origine dei clan, a Isola Capo Rizzuto, e nei casolari della provincia veneta. Del resto, Toffanin era di casa a Isola sin dalla fine degli anni Novanta. In aula ha raccontato di un banchetto, tenutosi in occasione di uno dei matrimoni del clan, avvenuto nel ’99, durante il quale era seduto accanto ai pezzi grossi. Come Franco Arena (allora reggente dell’omonima cosca, che pochi mesi sarebbe stato assassinato in un agguato), Vincenzo Corda, Salvatore Nicoscia e due fratelli di Cutro di cui non ricorda il nome.
Il massone
Toffanin non era un semplice esecutore di strada, ma un uomo cerniera che sfruttava l’adesione a circuiti paralleli per schermare i rapporti con la cellula calabrese. Davanti alla Corte spiega il motivo per cui inizialmente aveva rifiutato le tradizionali proposte di affiliazione formale avanzate dai compagni di cella della famiglia Nicoscia. «Non volevo assolutamente, in quanto io già all’epoca ero associato ad un’altra forma di organizzazione, già fin da giovane, legato praticamente alla massoneria». Questo fino al 2003, quando le sue strade si sono incrociate con Salvatore Strangio. «Da lì abbiamo fatto un altro tipo di conoscenza e mi ha messo al corrente di tutta quella che era l’organizzazione, cosa rappresentava l’organizzazione, in questo caso era la minore, quella di Isola Capo Rizzuto».
Il caso Tosi
Grazie a questa duplice veste di massone e collaboratore fidato dei clan, Toffanin metteva a disposizione della cosca le proprie competenze nel campo delle investigazioni e delle infiltrazioni tecnologiche. Sfruttando coperture societarie formali, penetrava nei sistemi informatici per estrarre informazioni sensibili da spendere sui tavoli che contano. «Entravo magari nelle e-mail o nei telefoni per avere informazioni, ecco». Questa attività sotterranea lo porta a toccare i vertici della politica veronese durante le calde fasi delle consultazioni elettorali amministrative, quando venne incaricato di gestire un caso spinoso riguardante l’allora primo cittadino della città scaligera, Flavio Tosi.
Lo spionaggio politico
«Uno di questi casi fu, il più importante fu sulla richiesta. In quella occasione erano delle elezioni comunali che si dovevano svolgere a Verona, erano state fatte delle foto particolari, imbarazzanti al candidato sindaco Tosi e Besinella, e Tosi mi era stato dato l’incarico se potevo capire, conoscere chi aveva fatto questo e con quale fine». Toffanin specifica la sua reale posizione operativa rispetto a quei servizi. «A progetto mi appoggiavo a chi aveva la struttura legale…per poter produrre la documentazione».
Il canale Pugliese
Un lavoro di mediazione continua che a partire dal 2013 si focalizza su un unico canale di comunicazione interno al sodalizio calabrese, Michele Pugliese, uno degli esponenti di vertice delle cosche isolitane e delle loro proiezioni al Nord. «Dal 2013 prevalentemente solo con Michele Pugliese… A volte girando, perché i contatti li teneva Michele con Antonio e con Ottavio Lumastro. A volte mi incontravo con Pino Cozza e Salvatore Pullano, che erano spesso insieme, ma sempre alla presenza di Michele, perché erano suoi contatti diretti insomma… Io i miei contatti li avevo mediati tramite Michele Pugliese. E se avevo bisogno di parlare con qualcuno mandavo il messaggio o tramite Michele Pugliese o tramite Ottavio Lumastro».
Il pestaggio del sindacalista
Toffanin descrive ai magistrati veronesi un mercato economico piegato alle regole dell’intimidazione, dove gli imprenditori locali si rivolgevano direttamente ai calabresi per risolvere contese interne ed eliminare i fastidi legati alle rivendicazioni sindacali. La violenza non risparmiava nessuno. Dalla sprangata inflitta all’assicuratore per regolare i conti legati a polizze e risarcimenti contrari agli interessi del gruppo, fino al pestaggio del sindacalista operante all’interno dei grandi stabilimenti della filiera della carne della ditta Aia. Il rappresentante dei lavoratori fu addirittura sorvegliato attraverso l’installazione abusiva di localizzatori satellitari per controllarne gli spostamenti logistici prima di procedere all’azione di forza.
Il mercato dell’arte
Le rivelazioni spaziano dalla violenza senza quartiere alla “passione” per il mercato dell’arte. Nella sua deposizione, Toffanin si è soffermato anche sulla “sparata” contro Stefano Zambon, un episodio di fuoco mirato a colpire e spaventare il professionista inserito nel circuito della custodia e del commercio dei quadri d’autore, utilizzati dalla consorteria come strumenti di pressione finanziaria nei confronti di imprenditori taglieggiati. Toffanin racconta di aver avuto in mano un Basquiat da un milione di euro. E svela che Zambon, che aveva investito cifre colossali in arte prima che le sue società fossero spogliate dagli isolitani, aveva anche un Fontana da due milioni. Uno scenario desolante, che restituisce l’immagine di un Veneto colonizzato dalle cosche crotonesi con la complicità dei colletti bianchi del Nord.
LEGGI ANCHE: Processo “Isola Scaligera 2”, il pentito Mercurio e la passione inedita dei clan per l’arte moderna – Il Quotidiano del Sud
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA