Il boss ergastolano Nicolino Grande Aracri
3 minuti per la letturaConcluse le indagini sul duplice omicidio dei coniugi di Vallefiorita Bruno-Raimondi, “avvisati” il boss di Cutro Grande Aracri e altri due.
CATANZARO – La Procura distrettuale antimafia di Catanzaro ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari ai presunti mandanti e ad uno dei presunti killer accusati del duplice omicidio di Giuseppe Bruno e della moglie Caterina Raimondi, trucidati a colpi di kalashnikov il 18 febbraio 2013 a Squillace. Un delitto brutale che ha segnato la storia criminale del Soveratese e del Catanzarese e le cui responsabilità, a distanza di anni, trovano oggi una nitida ricostruzione giudiziaria. Questo troncone dell’inchiesta delinea le posizioni del boss ergastolano di Cutro Nicolino Grande Aracri, ritenuto il mandante, di Salvatore Abbruzzo, di Borgia, indicato come l’organizzatore ed esecutore della strategia logistica, e di Sandro Ielapi, oggi collaboratore di giustizia, accusato di aver fatto parte del commando. Il presunto esecutore materiale Francesco Gualtieri, incriminato per primo, è già sotto processo.
Il summit a Cutro e il gesto alla “Ponzio Pilato”
Al centro dell’impalcatura accusatoria c’è la ricostruzione dei vertici di ‘ndrangheta tenutisi nella tavernetta di Grande Aracri a Cutro nell’estate e nell’autunno del 2012. L’argomento all’ordine del giorno era l’insubordinazione di Giuseppe Bruno, capo della ‘ndrina di Vallefiorita. Bruno rifiutava la linea espansionistica verso Soverato per timore di condanne pesanti. Era accusato dal gruppo Catarisano di Borgia di trattenere per sé i soldi delle estorsioni destinati al sostentamento dei detenuti.
Di fronte alle lagnanze dei Catarisano e all’ipotesi avanzata da Abbruzzo di eliminare il rivale, il super boss di Cutro batté le mani facendo il gesto simbolico di pulirsele e pronunciando la condanna a morte: «Compà… ve lo potete pure fumare». Un benestare che preludeva all’azione militare.
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L’agguato a Squillace e la morte dell’innocente
Il 18 febbraio 2013 scattò il piano. Bruno fu sorpreso davanti al cancello di casa a Squillace. L’esecutore materiale Francesco Gualtieri (già a processo per questi fatti) e Sandro Ielapi si appostarono ad attenderlo, giunti sul posto grazie al supporto logistico fornito da Abbruzzo a bordo di un Mitsubishi Pajero. Gualtieri avrebbe fatto partire nove colpi a carica unica con un kalashnikov Ak47. Nella fittissima rinfiancata di proiettili rimase uccisa anche Caterina Raimondi, colpita a morte unicamente per essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’arma da guerra venne poi abbandonata nei pressi della scena del crimine: un segnale di aperta sfida e affermazione di potere sul territorio.
La svolta con i pentiti e il sigillo del DNA
A consentire la chiusura del cerchio non sono state solo le storiche intercettazioni delle inchieste Kyterion e Jonny, ma soprattutto il contributo dei collaboratori di giustizia. Dalle prime confidenze carcerarie intercettate a Terni – dove il presunto killer Gualtieri si vantava dell’azione con altri detenuti – si è giunti ai riscontri scientifici sul DNA e alle rivelazioni dirette del neo-pentito Sandro Ielapi. Ielapi ha descritto ai magistrati l’atmosfera di gelido silenzio e lo sgomento nel commando subito dopo l’agguato, quando gli esecutori si resero conto che nell’azione era caduta anche una donna incolpevole, un fatto considerato “una vergogna” persino dai codici della malavita.
A firmare l’inchiesta sono le pm Antimafia Debora Rizza e Giulia Pantano. Del collegio difensivo fanno parte gli avvocati Salvatore Staiano, Guido Contestabile, Isabella Camporano. Con la notifica della conclusione indagini, si apre ora la fase che porterà la Procura a formulare la richiesta di rinvio a giudizio con l’accusa di duplice omicidio aggravato dal metodo e dalle finalità mafiose.
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