Il monitoraggio civico degli studenti del liceo Pitagora di Crotone
6 minuti per la letturaIntervista a un ex operaio della Montedison di Crotone nell’ambito del monitoraggio a cura degli studenti del liceo Pitagora di Crotone.
CROTONE – Quella che segue è la testimonianza di Antonio, un uomo che per quasi vent’anni è stato uno degli ingranaggi vitali del polo industriale di Crotone. Entrato nel 1975 nello stabilimento allora noto come Fosfotec, ha vissuto l’epoca d’oro e il drammatico tramonto della Montedison, ricoprendo il ruolo di motorista e autista di ambulanze aziendali. Le sue parole non sono solo il resoconto di una carriera lavorativa, ma un viaggio attraverso l’orgoglio operaio, il sacrificio fisico tra torni e frese, e la scoperta tardiva di un nemico invisibile che si annidava nelle polveri e nei fumi della fabbrica. Dalla precisione tecnica necessaria a domare motori da 2500 giri, fino ai giorni bui della stagione dei fuochi del 1993, Antonio ci restituisce il ritratto di una Crotone che non esiste più. Una città che ribolliva di vita e che si è ritrovata improvvisamente a fare i conti con il tradimento della politica e il peso dell’eredità tossica sulla salute delle famiglie.
In quale industria ha lavorato?
«Iniziai nel 1975 in quello stabilimento che il cuore dei crotonesi conosceva come Fosfotec, prima di diventare Montedison. Entrai come motorista, ma la mia confidenza con i motori era tale che mi affidarono anche la guida delle ambulanze aziendali. Ero l’uomo che teneva in movimento il cuore meccanico della fabbrica e quello che correva a sirene spiegate quando il pericolo diventava reale».
La sua giornata tipo in fabbrica?
«Le mie giornate erano un orizzonte senza fine. Il tempo non era scandito dall’orologio, ma dal bisogno delle macchine. Potevo iniziare all’alba o nel pomeriggio, ma spesso entravo alle sette e mezza del mattino e ne uscivo solo quando il lavoro era finito, magari dopo un’intera notte passata tra torni e frese. Riparavo di tutto: dalle pale meccaniche alle autopompe dei vigili del fuoco. Era un corpo a corpo continuo con il ferro e l’olio, a tempo indeterminato, finché ogni ingranaggio non tornava a cantare».
Lavorare in fabbrica cosa rappresentava?
«Rappresentava tutto. Era la colonna portante della vita. In quegli anni lo stipendio non era un diritto scontato, era un trofeo che strappavi alla giornata con il sudore della fronte. Lavorare alla Montedison era un motivo d’orgoglio: ci ha permesso di essere uomini, di costruire case, di far crescere i figli con dignità. La fabbrica non era solo un luogo, era la nostra terra promessa».
Com’è stato assunto?
«Fu una sfida. Presentai domanda, vinsi il concorso e poi arrivò il giorno della prova tecnica. Lo ricordo come fosse ora: mi misero davanti a un riduttore di velocità. I motori elettrici della fabbrica urlavano a 2500 giri al minuto, ma i macchinari avevano bisogno di un ritmo più lento, più umano, intorno ai 1000 giri. Dovevo far capire a quel meccanismo come domare la potenza, esattamente come il cambio di un’auto. Superai la prova e la fabbrica divenne la mia casa».
Cosa si aspettava da quel lavoro e quali erano i pericoli reali?
«Cercavamo la stabilità, e per molto tempo l’abbiamo avuta. Ci sentivamo protetti: avevamo tute, caschi, procedure. Ma il pericolo era un’ombra silenziosa. Ricordo un capo elettricista che, per un movimento azzardato con un cacciavite, scatenò l’inferno: un trasformatore da 24 volt esplose in una palla di fuoco. Lo portammo d’urgenza a Bari, coperto di ustioni. O quella volta che con l’ambulanza dovetti correre ai pozzi del fiume Neto per recuperare un collega. La fabbrica ti dava la vita, ma ogni giorno poteva chiederti il conto».
Ha mai visto alcuni suoi colleghi ammalarsi?
«Vivevamo in un’inconsapevolezza drammatica. Ci fidavamo dei controlli Inail, delle analisi che dicevano sempre che andava tutto bene. Solo dopo la chiusura abbiamo capito che stavamo camminando su un cimitero invisibile. Mio zio si ammalò, suo figlio ebbe un tumore al fegato. Un collega e sua moglie si ammalarono insieme: forse il veleno era nelle polveri che portavamo a casa attaccate alle tute. Mia moglie lo dice sempre: “La malattia ai reni di oggi è l’eredità di quegli anni”. Respiravamo il male senza saperlo, convinti di respirare solo il profumo del lavoro».
Come avete vissuto la chiusura delle fabbriche?
«Fu un trauma collettivo, uno sradicamento brutale. Vidi colleghi scivolare nell’esaurimento nervoso, uomini forti ridotti a ombre. Io ebbi la fortuna di avere la mia officina a cui aggrapparmi, ma mi chiedo spesso: se non l’avessi avuta, a 50 anni, cosa avrei fatto? In quel clima di smantellamento, i giovani vennero sradicati e trasferiti al Nord, tra Ferrara e Mantova, mentre i più anziani finirono in cassa integrazione in attesa della pensione. Io, non avendo ancora cinquant’anni, mi ritrovai in un limbo: non potevo accedere alla cassa né venivo trasferito».
Come ha vissuto quella fase?
«Per quasi un anno fui costretto a recarmi in fabbrica solo per registrare la presenza. Restavo lì, fermo, in mezzo al silenzio di reparti dove tutto era ormai spento. Dopo quel periodo di vuoto arrivai finalmente alla pensione, ma la beffa finale arrivò anni dopo. A causa di un errore burocratico dell’INPS nella registrazione del mio reparto, il 31 luglio del 2002 fui costretto a pagare ben 24.000 euro. Un ultimo schiaffo dopo una vita di sacrifici».
Ha partecipato alla stagione dei fuochi?
«Nel 1993 l’atmosfera era spettrale. Trovai mio cugino per strada che tremava, lo shock di aver perso tutto lo aveva spezzato. Ero lì, in mezzo a quella rivolta disperata. Il fosforo, che per anni avevamo prodotto, divenne l’arma della nostra rabbia: appena toccava l’aria si incendiava, illuminando la notte di Crotone. Gli operai, fuori di sé, lanciavano i bidoni nelle aree deserte. Non volevamo colpire le persone, volevamo che il mondo si accorgesse che stavamo bruciando anche noi. Era un delirio collettivo nato dal tradimento».
Sapevate di venire a contatto con materiali pericolosi?
«Non sapevamo nulla. Ci dissero che la fabbrica chiudeva perché poco redditizia, ma la verità era politica. Un ministro scelse di favorire Porto Marghera e noi fummo sacrificati dall’oggi al domani. Il tradimento bruciò più del fosforo. E la salute? Io mi sentivo sano nel 1993, ma tre anni dopo i miei reni iniziarono a cedere. La creatinina era impazzita. Nessuno ha mai ammesso che era colpa di quello che avevamo toccato e respirato per vent’anni. Anche in questo, ci hanno lasciato soli».
Com’era Crotone negli anni Settanta?
«La differenza tra ieri e oggi è un abisso di dolore. Negli anni Settanta Crotone ribolliva di vita e di lavoro. C’erano i colossi, ma anche i costruttori, i mattonifici, le falegnamerie. C’era un’economia che correva. Io venivo da Strongoli, partivo con la zappa in spalla e la sera aspettavo un passaggio al freddo, tra i cani randagi, pur di tornare a casa. Ma c’era speranza. Oggi la città è desolante. Il lavoro non era solo uno stipendio, era l’anima delle strade. Oggi quell’anima sembra svanita».
Ha mai avuto paura per la sua famiglia?
«Allora no. La Montedison ci sembrava una roccia, una certezza incrollabile. Finché c’era lo stipendio, pensavamo che tutto sarebbe andato bene. Solo oggi capisco quanto fosse assurda quella sicurezza. La vera paura è arrivata dopo, quando abbiamo realizzato che il pericolo non era cadere da un’impalcatura, ma aver portato il veleno nel letto di casa, tra le lenzuola, con le nostre mani sporche di fatica. Mia moglie ricorda sempre che finché i motori giravano, c’era serenità. Il terrore arrivò nel ’93. Gli uomini non tornavano a casa, le donne si sedevano sui binari per fermare i treni, sfidando i tribunali. Mia moglie scelse di restare in disparte per proteggere la mia famiglia, ma il clima era insostenibile. In quei mesi abbiamo capito cosa significasse davvero avere paura del futuro».
*Team Ribelli Kronici
Liceo classico Pitagora di Crotone
Intervista realizzata nell’ambito del progetto A scuola di OpenCoesione
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