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Grande è lo smarrimento dell’elettore di sinistra in Calabria (che oggi chiameremo Ciccio): e si sa che Occhiuto avrebbe bisogno di una forte opposizione. Arriviamo quasi a dire che il presidente eletto la invoca, la desidera, la brama, perché governare in totale libertà, con una campagna elettorale che va avanti tutti i giorni fra un annuncio e l’altro, alla fine diventa quasi noioso. La differenza fra la Calabria instagrammata e quella reale si vede e si sente.

Ma quasi più preoccupante lo spettacolo pre e post elezioni che il Pd, il Campo Largo e tutte le sigle balcanizzate della sinistra stanno dando. Ultima puntata, la baruffa sul capogruppo in consiglio regionale. È stato scelto Ernesto Alecci, in base al numero delle preferenze ottenute, Giuseppe Falcomatà non ci sta. E pochi giorni fa, la nascita di un nuovo gruppo consiliare – una specialità reggina come il sugo di capra – a cura del giovane ma navigato Filippo Quartuccio. Evidente conseguenza di una campagna elettorale dove antichi amici tutti baci & baci hanno lavorato da uomini contro. Da una parte Falcomatà e dall’altra il partito. Con comitati elettorali splendenti e lontani, e accuse sottovoce di tradimento.

Il sindaco (uscente) ha festeggiato trionfalmente l’elezione alla Regione, mentre il popolo calabrese di centrosinistra piangeva. Ha detto di aver fatto la campagna elettorale da solo, e questo è vero. Ma l’uno contro tutti è stucchevole per l’uno e per i tutti, e non può continuare.

A parte Cosenza, la sinistra ha perso alle Regionali anche nelle città che governa, le divisioni hanno pesato. Quello che è ignoto a Ciccio è il perché di queste polemiche continue, lui pensava almeno che la sconfitta portasse consiglio. Sappiamo che Irto e Falcomatà non si sopportano da anni, ma se non spiegano mai il motivo, il povero elettore è portato a immaginare che sia una pura questione di potere. Ciccio però ha il problema delle liste d’attesa, il figlio è partito, la figlia all’Università, il suo paese ha tante finestre chiuse e ogni tanto brucia un’auto: vorrebbe magari qualche risposta in quella direzione, e non scazzi a mezzo stampa, decifrati grazie a giornalisti miniaturisti o inguaribili appassionati della sinistra storica come Filippo Veltri.

A Ciccio piacerebbe che Falcomatà dicesse: “Va bene, non faccio il capogruppo. Ma mi sdraierò sui banchi del Consiglio regionale, farò un’opposizione dura e pura, fino all’ultimo cavillo. Combatterò questa Giunta di imparentati e padroni del voto”. E magari Irto potrebbe rispondergli: “Riconosciamo la tua popolarità, abbiamo litigato fino a oggi, ci dividiamo da anni su ogni scelta. Il capogruppo è stato scelto secondo le regole stabilite prima, ma questo non impedisce che tu sia una figura di primo piano nel Pd. Anche perché a Reggio Calabria sono in programma le elezioni comunali, e al momento…”

Qui Ciccio è abbastanza informato e continua: al momento, la sinistra reggina è in mutande, e l’unica possibilità che ha di vincere è che nel campo avverso ricomincino a pesare le vanità, i finti candidati civici che sono ancora più vanitosi, le liste che il giorno dopo il voto si sciolgono come un gelato alla fragola. Ciccio però non ci crede più. Ha letto anche delle dimissioni della segretaria Pd di Crotone Annagiulia Caiazza (qualcuno, ogni tanto, se ne va: e guarda caso, è giovane). Conosce la faida di Cosenza, con l’asse Adamo-Bossio-Guccione contro Bevacqua, una federazione dove i sacchi di sabbia sono l’arredamento. Sa che il Pd locale non ama il sindaco di Catanzaro Nicola Fiorita, che viene dai movimenti e ha una sua base. Ha letto tutte le puntate che hanno portato alla sonora sconfitta di Doris Lo Moro a Lamezia Terme, con l’emarginazione di tante figure storiche e una coda novecentesca come l’assemblea degli iscritti a porte chiuse.

E poi, casi più piccoli ma simbolici come Taurianova, dove il circolo “Walter Schepis” ha abbandonato il Pd, e tutti sanno quanto conti quel nome nella sinistra calabrese e quanto quella località sia strategica nello sviluppo della Piana di Gioia Tauro. E sempre in zona, la sinistra cenere e lapilli di Polistena: e qui a Ciccio piange il cuore perché ricorda Mommo Tripodi, il senatore dei braccianti e delle gelsominaie della jonica, che in qualche parte del cielo si dispiace e si vergogna. Ma almeno in questo caso, il Pd non c’entra, anche se sta all’opposizione del sindaco che si dichiara comunista.

In conclusione, Ciccio si è un po’ stufato: come non capirlo?

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