Una veduta dal Monte Sant'Elia
5 minuti per la letturaDall’antica abbazia alle impronte del diavolo un viaggio tra storia, fede e tradizioni popolari sul Monte Sant’Elia
«Palmi ha un Dio dalla sua, il Monte Sant’Elia dalla cui cima folta di pini si gode uno dei panorami più affascinanti del mondo» (Leonida Repaci).
Non c’è tramonto più bello se non quello visto da casa propria, mi sono sempre ripetuta negli anni. Per me la Piana è tutta casa mia, i suoi colori, i suoi profumi, le coste e la l’Aspromonte, non hanno rivali. C’è un piccolo angolo di paradiso, perché se dovessi immaginare l’Eden, lo vedrei esattamente così, a Palmi: Sant’Elia.
Chiamato “il balcone sul Tirreno”, il monte Sant’Elia è un crinale costiero dell’Aspromonte che domina, fieramente, non solo Palmi ma (quasi) tutta la piana di Gioia Tauro. Nelle terse giornate d’estate si possono contare quai tutti i suoi comuni o ammirare la vicina Sicilia, nello straordinario spettacolo di Scilla che bacia Cariddi, le Isole Eolie, il fenomeno “Fata Morgana” e la costa Vibonese, da Rocco Isola-Pelorosso, il punto panoramico più alto. La caratteristica più bella, forse sono la serie di balconate tramite cui ammirare questo spettacolo naturale, da cui si ha la sensazione di poter toccare tutta la sconfinata bellezza che ci viene offerta, con mano.
LA LEGGENDA
Il monte, precedentemente al X secolo, era chiamato Monte Salinas, il quale derivava dal vecchio nome della Piana di Gioia Tauro: Turma delle Saline, ovvero la suddivisione del thema (le circoscrizioni che nel VII secolo furono create da Eraclio I) di Calabria. Fin dal X secolo, pare che la montagna fosse abitata da monaci basiliani, i quali fondarono dei conventi e fra questi uno venne fondato da Sant’Elia di Enna nel 884 d.C.
Ed è proprio attorno a Sant’Elia che ruota una leggenda: un uomo vestito di nero, con un sacco sulle spalle, si presentò a Sant’Elia durante la meditazione e gli mostrò l’ingente somma di monete che portava con sé. Lucifero, il più bello tra gli angeli che scelse di ribellarsi a Dio, propose al santo di dividere la somma ma Elia, gettò le monete dal monte che trasformarono la roccia in pietre nere, le stesse che ancora oggi possiamo ammirare sul promontorio.
Lucifero, arrabbiato, spiegò le ali nere e con un salto spiccò il volo verso il mare e si tuffò, ma dalle acque si innalzò una grande nuvola che prese la forma di un cono, con fumo e fiamme: era nato Stromboli, o “Iddu” come lo chiamano i siciliani, che catturò Lucifero e i suoi spirti maligni, i quali ribellandosi sputavano fuoco e fiamme. E per esser solo una tradizione, ancora oggi si può osservare l’impronta del piede del diavolo, sul limitare di una delle balconate, e della sua coda da serpente, sulla cui targa si legge: «Questa roccia simboleggia l’eterna lotta tra il bene e il male.
La credenza popolare
Da secoli una leggenda popolare narra che, in questo luogo, il diavolo tentò invano di distogliere S. Elia il Giovane (Enna 823 – Salonicco 903) dalla sua missione spirituale di edificare su questo monte un monastero. Secondo tale leggenda, le impronte del Diavolo lasciate sulla roccia e ancora visibili, testimoniano lo scontro qui avvenuto tra il Santo e il demone. Al diavolo sconfitto non restò che, secondo i patti, rifugiarsi nel vulcano di Stromboli dove il Santo riuscì a lanciare il suo bastone». A cui potrebbero seguire mille spiegazioni scientifiche su erosioni e trasformazioni terresti che avrebbero potuto dare proprio quella forma alla roccia. Ma si sa, tutte le leggende hanno un fondo di verità.
LA STORIA
Nell’XI secolo i basiliani ricostruirono l’abbazia dedicandola a Sant’Elia Juniore, posta da Ruggero II nel 1134 all’archimandrita (il superiore di monastero) del cenobio del Salvatore di Messina. L’abbazia basiliana fu l’unica chiesa del territorio nel XV secolo, risparmiata dalle incursioni saracene che devastarono Palmi, di cui restano testimonianza le torri di vedetta sui litorali della Costa Viola e alla cui storia è legata la leggenda di Donna Canfora: una gentildonna abitava in una delle torri, la quale possedeva le più nobili virtù ed un eccezionale bellezza.
Amata da tutti, la sua fama raggiunse i Saraceni quali, sbarcati a Pietre Nere, imbandirono un mercato con sontuose e pregiate stoffe, amate da Canfora, la quale, ignara dell’inganno dei saraceni, cadde nella loro trappola e venne rapita. Disperata, si gettò in mare e morì annegata. La storia è diventata, negli anni novata, rievocazione storica proprio sulle coste della tonnara, sotto l’ombra dell’ulivarella.
IL SENTIERO DEL TRACCIOLINO
Sant’Elia, poi, forse per la sua bellezza suggestiva, è il culmine di un percorso naturalistico: il sentiero del Tracciolino, situato a mezza costa e a picco sul mare della Costa Viola.
Forse perché è da poco passato il solstizio d’estate, forse perché Cesare Cremonini canta dalle casse del mio pc «c’è un posto che mi piace, si chiama mondo» o forse è lo strano malessere nostalgico strascico di una quarantena che mi ha insegnato ad apprezzare la bellezza delle piccole cose, ma il tramonto a Sant’Elia ha un che di compiutezza.
I colori sono più vividi, più caldi e in qualsiasi periodo dell’anno sembra, comunque, un’estate perenne, di quelle che ti fanno innamorare ogni giorno, che hai sempre le vertigini e farfalle nello stomaco. Basta affacciarsi e avere tutto, ma poi: «Come non essere certi dell’esistenza di Dio quando dall’alto delle coste di Palmi si vede tramontare il sole nel mare di Sicilia? Scene simili si presentano ogni giorno ai miei occhi ed ogni giorno mi provocano un’emozione nuova». (A. de Custine)
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