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La rubrica del Quotidiano… la Posta dell’estate: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Vivere una vita da arrabbiato Vivere triste e malamente


LE VOSTRE DOMANDE ALLA POSTA DELL’ESTATE: Vivere una vita da arrabbiato. Vivere triste e malamente

Caro Quotidiano, io sono arrabbiato. Ho scoperto questa condizione da un po’ di tempo. Sono arrabbiato con certi amici a cui ho dato tanto e che si sono volatilizzati, quelli che non hanno mai tempo per te. Sono arrabbiato con la vita, che sono convinto mi dovesse di più. E sono arrabbiato con familiari che avrebbero dovuto, potuto, voluto, stare più vicino a me e a mia madre in un momento difficile. Sono arrabbiato per le ingiustizie nel mondo intero.

A volte ho la sensazione di essere arrabbiato perché voglio esserlo. È diventata una sensazione quasi confortevole che mi permette e giustifica ogni lagna. Nel contempo è una sensazione terribile vivere con questo carico di rabbia inespressa, perché è la prima volta che la verbalizzo, che mi fa stare male anche fisicamente. Soffro di una terribile gastrite, dormo male. Sono uno che rimugina mesi, anni, sempre, sulle cose.

Avrei potuto fare questo, dire questo, comportarmi così, agire colì. Tutto un continuo ossessivo ruminare cose e pensieri. Una vita spesa in un passato che per forza di cose è ormai scritto, andato, non modificabile. C’è un modo anche poetico per uscirne? Per tirarmi via da questo vortice di pensieri masticati e mai mandati giù? Vivere senza rabbia in un mondo così difficile e complicato?

Vostro cronico rabbioso

LA NOSTRA RISPOSTA

Vai in riva al mare, o in montagna, o in un angolo di strada poco frequentato e urla fortissimo. Più che puoi. Fino a restare senza fiato. Scrive Brecht «Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono». Ecco iniziamo a buttarli giù questi argini. Prima che diventino altro. Violenza cieca e insensata per esempio.

Qualche tempo fa anche io presi coscienza di essere inconsciamente arrabbiata con un po’ di persone, con altre ho più che piena consapevolezza di esserlo, ma è un altro discorso. La scorsa notte, senza che ve ne fosse scientemente motivo, nel senso che non avevo affrontato certi argomenti durante il giorno anzi non avevo neanche pensato alle cose che mi fanno rabbia e dolore, ho sognato mia nonna Teresa. Mia nonna Teresa ha gli stessi occhi azzurri di Annamaria Gyoetsu (o meglio è vero il contrario, Annamaria ha gli occhi dello stesso azzurro cielo di mia nonna).

Gyoetsu è stata la mia maestra di tai – chi, è una monaca zen soto, discepola del Maestro Shohaku Okumura, ha iniziato il suo percorso nel Buddhismo nel 1985. È una ballerina di danza classica, ha danzato alla Scala, all’Opera di Parigi, all’Arena di Verona, anche oggi a più di sessant’anni è protagonista in spettacoli sulle punte. È una donna, al pari di Teresa mia nonna, dalla smisurata capacità di comprensione del prossimo, dell’altro da sé. Forse per questo le ho sognate insieme, identificandole in un’unica persona.

Nel sogno mi hanno detto una cosa banalissima che pure mi è sembrata, nell’onirico momento, magicamente perfetta: «Le persone vanno prese per quelle che sono. Non possono essere quelle che vuoi tu, quando tu lo vuoi».

È come se si fosse accesa una luce, se ho amiche che tali non riescono a essere per il semplice fatto di non vedermi, non condividere con me la routine giornaliera o lavorativa e quindi non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di chiedermi come sto, io non posso farci niente. O lo accetto e continuo a essere io quella che chiede come va e fa gli auguri alle feste e piange di sincero dolore quando serve o le lascio andare per la strada che si sono costruite, senza di me. Stessa cosa per i familiari. Mi sono svegliata e mi sono sentita sgravata da un peso. Non è colpa mia. Che io di colpe me ne do una cifra esagerata, liberarmi di qualcuna non è male.

Ho sofferto molto per questa cosa e ancora mi portavo dentro una rabbia sorda per quanti, quando i miei nonni morirono a quindici giorni di distanza, pensarono fosse giusto limitarsi a mandarmi un messaggio whatsapp, invece che farsi una camminata e abbracciarmi. Per chi è sparito dopo la morte di papà.

«La rabbia è solo una codarda estensione della tristezza. È molto più facile essere arrabbiato con qualcuno piuttosto che dirgli che sei addolorato». Lo cantava Alanis Morissette e penso avesse ragione. Ma è davvero faticoso dire a qualcuno che stai soffrendo.
Oltretutto la rabbia mi fa brutta e non risolve. Ora lo so. Cammino nel vento e sorrido. Grazie nonna.



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