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La famiglia di Marco

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VIBO VALENTIA – Quando lo intervistammo, a marzo scorso, in piena emergenza pandemica, ci disse: «La prima cosa che farò una volta guarito sarà abbracciare mio figlio». Detto, fatto. E la foto a corredo dell’articolo assume un sapore particolare, intenso, di ritorno ad una vita che adesso percorrerà insieme a chi, a questo mondo, si è appena affacciato.

Marco, il 39enne originario di una frazione del comune di Briatico, ha finalmente potuto farlo. Dopo quasi due mesi di calvario, prima a casa, poi in ospedale, e infine di nuovo in isolamento domiciliare, ha finito di percorrere il tunnel del Covid-19 nel quale era entrato agli inizi dello scorso marzo dopo essere rientrato da Milano, dove lavora, con la migliore motivazione possibile: la nascita del figlio.

Purtroppo, una volta rientrato a casa non ha potuto vedere il piccolo, Mattia, nato l’1 marzo, sia perché ha dovuto mettersi in quarantena sia, soprattutto, perché l’esito del tampone al quale si era sottoposto aveva dato esito positivo. Incontro rimandato di qualche giorno? Macché.

Il virus ha albergato nel corpo di Marco addirittura per circa 70 giorni, quasi un record. Fino alla metà di aprile non ha mai avuto problemi, febbre a parte, e anzi sembrava che il calvario fosse terminato visto che il primo tampone aveva dato esito negativo. Ma, da lì in poi, ha iniziato ad avere delle complicazioni che lo hanno costretto ad essere ricoverato in ospedale.

Un colpo duro al morale del giovane che già pregustava quel momento tanto atteso di prendere in braccio il piccolo Mattia. Quindi la convalescenza, e il ritorno a casa. Il nuovo esame dei tamponi e finalmente la notizia tanto attesa della guarigione.

Oggi Marco ha iniziato un nuovo percorso della propria esistenza, dopo essersi messo alle spalle uno dei momenti più bui, che condividerà con la moglie Olga e il dolcissimo Mattia.

«Sono stati mesi difficili, un vero e proprio incubo che – ha raccontato – sembrava non avere fine. Ma l’amore per la mia famiglia, e della mia famiglia, mi ha consentito di superare le delusione più tremende come il ricovero in ospedale, al riguardo voglio ringraziare anche i medici e gli infermieri del nosocomio di Vibo che si sono dimostrati molto cortesi e professionali. Gente che rischia la vita per salvarne altre e che ancora, nella maggior parte dei casi, ha un’occupazione precaria. Il mio pensiero va anche a loro».

E Mattia? Che cosa ha provato a vederlo dal vivo? «Una sensazione che non si può descrivere, una grande commozione. Un giorno – afferma – quando sarà grande gli racconterò tutto, per il momento me lo coccolo con tutto l’amore possibile».

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