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Zelensky e Trump alla Casa Bianca

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Il presidente Usa, Donald Trump, pronto a bloccare gli aiuti all’Ucraina: «Zelensky non vuole la pace»


Gli Stati Uniti stanno preparando il loro disimpegno dall’Ucraina. Dopo il pestaggio diplomatico andato in onda venerdì 28 febbraio allo Studio Ovale ai danni di Volodymyr Zelensky, ieri pomeriggio, lunedì 3 marzo, Donald Trump ha convocato una riunione con i suoi principali collaboratori in materia di esteri e sicurezza, con l’obiettivo di valutare i prossimi passi nei rapporti con Kiev.

LE DICHIARAZIONI DI TRUMP SUL SOCIAL TRUTH

«Non tollererò a lungo la posizione Zelensky sulla tregua… Questo ragazzo non vuole che ci sia la pace finché avrà il sostegno dell’America e dell’Europa», ha scritto sul social Truth. Insomma, anche con la comunicazione, il presidente americano – con l’assistenza del consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Mike Waltz, del segretario di Stato Marco Rubio e del segretario alla Difesa Pete Hegseth – prepara l’opzione che fa tremare l’Europa ma fa gongolare Vladimir Putin: il blocco dell’erogazione di risorse a favore dell’Ucraina, a partire dagli aiuti militari.

L’opzione zero è ormai sul tavolo non solo per motivi diplomatici – la lite con il presidente ucraino in mondovisione – ma anche per motivi economici. Zelensky è andato via da Washington senza aver firmato l’accordo sulle terre rare che Trump aveva preteso con la giustificazione di rifarsi delle risorse investite in Ucraina. Una sorta di spartizione concordata con l’omologo russo: a Mosca i territori occupati, a Washington l’accesso a minerali preziosi e, soprattutto, strategici nella competizione con la Cina. L’operazione, inoltre, nel disegno del presidente Usa, avrebbe potuto funzionare anche come garanzia di sicurezza: la Russia non avrebbe potuto aggredire un paese che fa affari così cruciali con gli Stati Uniti. Un’ipotesi del tutto aleatoria per Zelensky che conosce bene tutte le violazioni degli impegni presi da parte del despota russo.

LA POSIZIONE DI STAMER

E ieri, lunedì 3 marzo, respinta anche dal premier britannico Keir Starmer. «Penso che quello che è successo venerdì abbia davvero messo in discussione tutto. Zelensky è pronto personalmente, politicamente, a spingere il suo paese verso la fine dei combattimenti, e può e farà i compromessi necessari?» ha detto ieri Mike Waltz a Fox News quando gli è stato chiesto se sarà Zelensky o un altro leader a firmare l’accordo. Dopo il battibecco di venerdì, Trump ha annullato la firma dell’accordo con Zelensky, già ratificato dal governo ucraino. Nei prossimi giorni capiremo se ci saranno spazi diplomatici sufficienti per riparlare dell’accordo sulle terre rare, ma nel frattempo la strategia del disimpegno dell’amministrazione americana dallo scacchiere ucraino è partita.

LA RIUNIONE CONVOCATA DA TRUMP

Proprio ieri, lunedì 3 marzo, prima della riunione convocata da Trump, Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato al Cyber Command degli Stati Uniti di interrompere le operazioni offensive contro la Russia. Secondo fonti interne all’amministrazione, le istruzioni del signor Hegseth, parte della progressiva smobilitazione di tutte le operazioni contro la Russia, sono state emesse addirittura prima del meeting alla Casa Bianca tra Zelensky e Trump. La tempistica chiarisce ancora meglio l’aria che tira. Il confine tra operazioni informatiche offensive e difensive è spesso labile, ma queste operazioni erano di fatto l’unica modalità di conflitto in corso, seppure ‘virtuale’, tra Usa e Russia. Mantenere l’accesso alle principali reti russe a fini di spionaggio sarebbe fondamentale per comprendere le reali intenzioni di Putin, mentre avvia i negoziati. Ecco perché il ritiro dalle cyberoperazioni offensive contro obiettivi russi costituisce un salto mortale senza rete.

LA CASA BIANCA E IL CREMLINO

La Casa Bianca vuole porgere la mano della pace al Cremlino: Trump conta sul fatto che Putin ricambi, allentando la guerra ibrida in corso ormai da anni contro gli Stati Uniti e i suoi tradizionali alleati in Europa. i funzionari dell’amministrazione Usa assicurano che la Russia continua a penetrare nelle reti federali, anche nelle prime settimane di vita dell’amministrazione Trump.

Nell’ultimo anno, gli attacchi cibernetici russi contro ospedali, infrastrutture e città americane sono aumentati. Gli sforzi di sabotaggio del Cremlino hanno riguardato anche l’Europa, ma sono stati spesso sventati proprio grazie all’assistenza dei servizi di intelligence informatica americani. Tra questi, il più clamoroso è il tentativo di assassinare Armin Papperger, il direttore generale di una potente azienda di armi tedesca, che produce proiettili di artiglieria e veicoli militari per l’Ucraina. Il progetto del governo russo rientrava in una serie di piani per assassinare dirigenti dell’industria della difesa che, in tutta Europa, sostenevano lo sforzo bellico dell’Ucraina.

LA CAMPAGNA DI SABOTAGGIO DELLA RUSSIA

Per diversi mesi, la Russia ha condotto una campagna di sabotaggio in tutta i paesi europei impegnati a difendere Kiev, reclutando delle pedine locali per una nutrita lista di operazioni: dagli attacchi incendiari ai magazzini collegati alle armi ai piccoli atti di vandalismo, tutti progettati per ostacolare il flusso di armi dall’Occidente all’Ucraina e indebolire il sostegno pubblico a Kiev. Si capisce bene, così, che il disimpegno americano preoccupa le cancellerie europee. Molte di queste operazioni informatiche continueranno ad essere gestite dal Government Communications Headquarters britannico, la famosa agenzia di intelligence che ha decifrato i codici Enigma nella seconda guerra mondiale, e in una certa misura dal Canada. Keir Starmer ha chiarito che non farà passi indietro nella difesa di Kiev.

Allo stesso modo, proprio ieri, lunedì 3 marzo, è stato lapidario: «Andare avanti da soli, senza gli Stati Uniti? Sarebbe una decisione sbagliata. Non abbiamo mai scelto questa strada nella nostra storia. Dobbiamo rafforzare le nostre relazioni con l’America, non sceglieremo mai tra le due sponde dell’Atlantico».

ATTESA PER IL DISCORSO DI TRUMP

A questo punto, c’è grande attesa per il discorso che Trump pronuncerà oggi, martedì 4 marzo, di fronte al Congresso per la prima volta dalla rielezione. In una nota del comitato editoriale, il Wall Street Journal accusa: «Il signor Trump dice che sta rendendo di nuovo grande l’America, non che si sta ritirando dalla difesa della libertà».

Poi aggiunge: «Mr. Trump ha l’obbligo di dire agli americani quale nuovo ordine pensa di costruire. Martedì sera (ovvero oggi al Congresso, ndr) sarebbe un buon momento per chiarire le sue ambizioni». Proprio in vista dell’appuntamento, ieri, lunedì 3 marzo, Trump ha detto: «Domani sarà una grande serata. Dirò le cose così come sono!».

L’America attende con trepidazione. E pure noi.

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