Sergio Mattarella e Mario Draghi
4 minuti per la letturaCāĆØ un altro primato che in questa stagione di record che per fortuna non sfiorisce lāItalia può agevolmente conquistare. Se infatti, come sosteneva maliziosamente lāaforista francese FranƧois de La Rochefoucauld, l’ipocrisia ĆØ un omaggio che il vizio rende alla virtù, lāavvicinarsi della convocazione dei Grandi Elettori per scegliere il nuovo presidente della Repubblica non solo giĆ segna il planare della mantide simulatrice tra forze politiche e gruppi di pressione vari che nascondono le loro intenzioni e si rimpallano responsabilitĆ , ma minaccia di diventare il refrain preferito quando con lāavvio degli scrutini comincerĆ il gioco vero e più duro.
Per quanto in tanti si affannino a dissimularlo anche qui spargendo ipocrisia a manciate, ĆØ Mario Draghi il perno della questione, lāasse attorno al quale si dipanano i tentativi, la manovre e gli sgambetti tra chi lo invita a rinunciare esplicitamente al Colle tirandosi fuori dallāelenco dei candidati (āSe lo facesse sarebbe un eroeā, sentenzia Ugo Magri su Huffington) e chi punta a strumentalizzare – con una sorta di do ut des sbalorditivamente improprio visto che le prerogative del capo dello Stato non possono essere lāoggetto di alcuna trattativa – lāeventuale trasloco sul Quirinale per chiudere anticipatamente la legislatura.
In queste circonvoluzioni che avrebbero fatto la felicitĆ di un altro aforista, stavolta genuinamente italiano come Ennio Flaiano, sconcerta la superficialitĆ con la quale viene trattata una materia delicata come la scelta della persona che dovrĆ fare da arbitro politico-istituzionale per un settennato e la disinvoltura con la quale si pensa di sorvolare questioni politiche di notevole spessore.
La realtĆ ĆØ che lāarrivo di SuperMario a palazzo Chigi ha segnato un discrimine con le pratiche del passato e una cesura rispetto ad atteggiamenti e iniziative di scarso o nullo respiro. Quando infatti Sergio Mattarella affidò allāex presidente della Bce lāincarico di fare il governo, il nodo era che il sistema dei partiti, vecchi e nuovi, apocalittici e integrati, era andato a sbattere contro il muro della propria pochezza. In una situazione del tutto emergenziale, con la pandemia affatto sotto controllo e il Recovery appena abbozzato, la mossa del Colle rappresentò una sorta di Ground Zero per un sistema finito in un vicolo cieco. Draghi accettò il compito di prendersi sulle spalle una situazione semi disperata e oggi i risultati sono che il piano vaccinale e di contrasto al Covid italiano ĆØ preso a riferimento dallāEuropa e non solo, mentre il Pnrr tricolore ĆØ giudicato esemplare da Bruxelles e dalla presidente della Commissione Ursula von der Lyen.
Vuol dire che con SuperMario ĆØ entrata in campo una variabile imprevista e di altissimo spessore, che costringe il Palazzo e i suoi frequentatori (da oggi peraltro liberi di tornare a scorrazzare nel Transatlantico finalmente riaperto) ad alzare lāasticella delle prestazioni, a misurarsi con un campione fino a quel momento rimasto in panchina ma che una volta entrato in campo fa la differenza.
Il tentativo di chi vede la propria leadership e i propri interessi – sia chiaro: assolutamente legittimi – messi a rischio, di spingere dunque di nuovo sugli spalti lāintruso, ĆØ umana. Nelle ultime settimane più che mai evidente: ancorchĆ© notevolmente autolesionistica per il Paese. Draghi ĆØ stato vissuto dalle forze politiche, tutte, se non come un usurpatore senzāaltro in funzione commissariale. Un alieno tecnocratico piombato nel mezzo alle macerie della governabilitĆ col compito di sgombrarle; e pazienza se in mezzo finisce triturata qualche vestigia dellāinconcludenza gialloverde o giallorossa.
Adesso però, nonostante la pandemia riprenda vigore e il Pnrr tocca le riforme che più rendono sospettosi e arroccati i settori maggiormente incrostati della societĆ , ĆØ tempo di fare conversione a U rispetto allāinizio del 2021.
à tempo di prendere le misure a SuperMario e costringerlo a più miti consigli. La prima cosa da fare è escluderlo dalla gara per il Quirinale: se lo fa da solo è meglio altrimenti ci penseranno gli incappucciati del voto segreto, i franchi tiratori. La presidenza della Repubblica, infatti, è il paradiso dei giochi politici e dei croupier che sanno come si maneggia la roulette delle votazioni. Poco importa se alla fine la pallina ruzzola sul nome alla vigilia meno previsto: è già successo e dunque può tranquillamente risuccedere.
Ciò che invece interessa ĆØ che Draghi sia tenuto lontano, perchĆ© se ĆØ della partita rischia di vincerla. Peraltro chi a gran voce chiede che resti dovāĆØ fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2023 con fauitĆ sorvola sulla necessitĆ di specificare con quale maggioranza verrebbe percorso quel cammino. A ben vedere ha ragione il costituzionalista Francesco Clementi che con luciditĆ spiega che sarebbe da irresponsabili rompere lāequilibrio Mattarella-Draghi ĆØ che perciò āsul Quirinale serve un inquilino che possa proteggere Draghi come ha finora fatto Mattarellaā.
Facile a dirsi, assai più difficile a farsi. PerchĆ© può benissimo darsi che di fronte ai tanti serpenti che si annidano sotto le foglie dei sorrisi, dei complimenti, delle cabine di regia e dei Consigli dei ministri inesorabilmente unanimi salvo poi essere sconfessati appena terminati, il Timoniere decida che ĆØ arrivato il tempo di chiudere la traversata e lasciare ad altri la barra di comando. Niente Colle e fuori da palazzo Chigi: a chi farebbe comodo gestire unāItalia col suo fuoriclasse Draghi messo fuorigioco?
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