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Giancarlo Costabile nelle terre confiscate al clan a Chiaiano, nel Napoletano

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di GIANCARLO COSTABILE

“UN popolo che ha fame e sete non sarà mai un popolo libero!”, diceva Thomas Sankara. E quello meridionale ha fame e sete di speranza, intesa come costruzione di un mondo possibile, vero e concreto. La sovrastruttura socio-culturale delle terre meridionali è il prodotto di una struttura economica imperniata sul paradigma della dipendenza, che fatica ad essere messo seriamente in discussione. Il Mezzogiorno è ancora un mercato di consumo per l’economia settentrionale, a 156 anni dall’Unificazione: quasi 2/3 del Pil “padano” trovano infatti corrispondenza negli acquisti delle famiglie del Meridione del Paese.

L’IDEA DI UN NUOVO MEZZOGIORNO 

L’Italia è una nazione caratterizzata da profonde disuguaglianze sociali e territoriali. In un Paese siffatto, così maledettamente ingiusto, la stessa possibilità di costruire una cultura antimafia, in grado di farsi compiutamente società della giustizia sociale, è oggettivamente problematica. L’idea borghese del rispetto formale della legalità fa a pugni con il principio pedagogico della Scuola di Barbiana: “Non si possono fare parti uguali tra disuguali”. Don Lorenzo Milani aveva ragione ieri, così come oggi sono di estrema attualità le sue massime educative: in una società della disuguaglianza, la prima regola pedagogica è quella della disobbedienza, e non dell’aderenza poiché si tradurrebbe in una mesta accettazione dello status quo. Il Sud deve disobbedire al Paese. Come? Costruendo, ad esempio, dal basso economia legale e solidale in rete, in modo da farsi Stato reale al posto di quello annunciato da Roma con proclami retorici quanto improduttivi. Il laboratorio della Scampia sociale, nato attorno all’Officina delle Culture Gelsomina Verde di Ciro Corona, sta diventando giorno dopo giorno incubatore della speranza meridionale.

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L’ultimo strumento a prendere forma prassica a quelle latitudini è la Cassa del Mezzogiorno, contenitore di prodotti made in Sud, usciti dalle fatiche e dalle braccia di tante realtà produttive del Meridione. Antimafia sociale e Terzo Settore insieme per creare coesione sociale e cooperazione aziendale: l’obiettivo è demolire l’economia assistita e improduttiva, base ideologica e materiale del sistema criminale. Le mafie si combattono, questa è la lezione di Scampia, non con l’industria editoriale e il business della cinematografia di regime, funzionali in entrambi i casi ad alimentare un ceto di ‘parassiti della parola’ che scambiano la propria vanagloria (e i propri affari) per progetto di emancipazione della collettività. Piuttosto attraverso un processo di liberazione che muova dalla radicale messa in discussione delle ragioni che legittimano la persistenza di una società della disuguaglianza. A partire dall’organizzazione del lavoro, che a Sud di Roma è imprigionata nelle maglie di un sistema feudale retto da caporali di vario ordine e grado. La Rete delle R-Esistenze Meridionali si pone quale spazio collettivo e orizzontale in grado di attaccare dal basso il modello di società imposto al Mezzogiorno: quello di un mercato coloniale, utile soltanto al sostegno dei consumi padani e riserva di quadri dirigenti per la struttura produttiva del Settentrione, da muovere all’occorrenza facendo ricorso alla leva dell’emigrazione forzata. La pedagogia dell’inginocchiatoio non può continuare a scandire le tappe esistenziali del popolo meridionale.

IL POPOLO RECUPERI LA FIDUCIA IN SE STESSO (DI Marco Esposito)

La filosofia del “tanto non cambierà mai nulla” è destinata ad essere liquidata. Ed anche in tempi brevi, perché un nuovo Sud è già nato. Il fatto che sia di minoranza non ne pregiudica il cammino. L’Officina delle Culture di Scampia e la sua rete di associati hanno interiorizzato qualcosa che sta contaminando positivamente gli strati popolari del Mezzogiorno: la speranza non è il tempo dell’attesa. Sperare non è il verbo del futuro, ma del presente perché traduce in azioni l’esercizio quotidiano della volontà, sia individuale sia collettiva. “Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo e di tutte le lotte di liberazione dei popoli del Terzo Mondo”, sosteneva Sankara.

L’ESPERIENZA DI GRAGNANO CHE SI E’ FATTA STATO

E la rivoluzione meridionale e meridionalista non può che muovere da questa antropologia della lotta, che si fa ermeneutica degli esclusi e degli ultimi. Pensarsi meridionale, vuol dire abituarsi a sentire sulla propria pelle le ingiustizie del mondo e lavorare all’affermazione di un pensiero solidale in grado di porsi come alternativa di società al turbo-capitalismo delle mafie. C’è lo ‘spazio ideologico’ per sostenere nuove necessità umane: a partire dalla difesa della dignità della persona e dalle tutele del lavoro, sottratto alla sua mercificazione. Dal Mezzogiorno, soffia il vento della liberazione. Da ogni schiavitù. L’obbedienza non è più una virtù, per questi orizzonti. Il Meridione sta iniziando a scoprire la ‘bellezza della sovranità’. Quella che Don Lorenzo Milani insegnava ai figli degli ultimi a Barbiana.

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