Un frame del trailer di Half Man
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Percorsi seriali: Half Man o del dolore senza uscita, senza redenzione o conforto alcuno: quarant’anni di legami spezzati e mascolinità tossica nella serie su Hbo Max
Il microfono in mano, il sorriso che si spacca a metà: Ruben sta per fare un discorso ad un pranzo di nozze, e chiunque abbia visto anche solo il trailer di Half Man sa che quel sorriso non arriverà alla fine della frase successiva senza incrinarsi in qualcosa di peggio. Non dirò cosa. Dirò solo che Richard Gadd, dopo Baby Reindeer, ha deciso di non concedersi nessuna scorciatoia verso la redenzione, e che il pubblico che si è affezionato al suo modo di raccontare l’orrore quotidiano ritroverà qui la stessa mano ferma sul bisturi.
La serie, sei episodi per BBC e HBO, visibile su HBO MAX, presentata in apertura al Canneseries 2026, segue Ruben e Niall dagli anni Ottanta a oggi: due ragazzi cresciuti come fratelli senza esserlo per sangue, uno spavaldo, bullo e magnetico, l’altro timido, in ritardo su tutto, compreso se stesso, ma fortemente intelligente. Il matrimonio di uno dei due, quarant’anni dopo, è l’innesco che rimanda tutto all’indietro, episodio dopo episodio, verso l’infanzia in cui quel legame ha preso la forma che poi si romperà. Non è uno spoiler dire che qualcosa si rompe: lo sappiamo dal primo minuto. È il come, e soprattutto il perché, a tenere in piedi sei ore di televisione che non concedono quasi mai sollievo.
LA REPRESSIONE EMOTIVA MASCHILE
Gadd scrive, dirige di fatto (pur senza firmare la regia, affidata ad Alexandra Brodski ed Eshref Reybrouck) e interpreta Ruben da adulto, mentre Jamie Bell prende in carico Niall nella sua versione più matura: una scelta di casting doppio, con Stuart Campbell e Mitchell Robertson a coprire le età giovanili, che avrebbe potuto risultare un artificio e invece funziona come dispositivo di lutto anticipato, perché guardiamo questi ragazzi sapendo già chi diventeranno e cosa perderanno per strada. Il tema dichiarato, quello che il titolo mette in vetrina senza troppi giri di parole, è la mascolinità tossica, la repressione emotiva maschile trasmessa da un corpo all’altro come un’eredità non richiesta.
Terreno affollato, negli ultimi anni, da produzioni che lo trattano con l’accortezza di un manifesto: qui invece il discorso resta incarnato, non diventa mai tesi illustrata da personaggi-portavoce. Nessuno dei due si lascia incasellare comodamente tra vittima e colpevole, e la scrittura guadagna la sua complessità proprio rifiutando quella scorciatoia. C’è dentro anche una questione di classe, di città che cambia, working class in trasformazione, fondale tutt’altro che decorativo, e una domanda sulla sessualità di Niall che la serie tratta con un pudore quasi old-fashioned, mai didascalico.
DENUNCIA ACCUMULO EMOTIVO E PATTO EMPATICO
Il gruppo di comprimari, le coinquiline che accolgono Niall lontano da casa, l’amico che gli apre uno spazio affettivo che lui stesso fatica a riconoscere, non funziona da semplice contorno: è lì che passa buona parte della critica al modello che il titolo denuncia, perché è proprio nei personaggi secondari, in quello che paga il prezzo più alto per l’incapacità di Niall di essere onesto con sé stesso, che la serie misura il costo reale della repressione, non nei due protagonisti che quel costo lo raccontano dall’interno. Vale la pena dire anche cosa Half Man non è, perché la ricezione critica britannica si è divisa in modo netto e istruttivo. Da una parte chi, come il Guardian, ha parlato di televisione coraggiosa e bruciante; dall’altra chi, come l’Independent, ha liquidato l’operazione come un esercizio di brutalità fine a sé stessa, incapace di trasformare l’intensità in senso.
È una polarizzazione che dice qualcosa di vero sul rischio strutturale della serie: Gadd lavora per accumulo emotivo più che per costruzione narrativa progressiva, e chi non entra nel patto empatico dei primi due episodi rischia di percepire il resto come pura escalation.
Dove la serie convince meno è nel ritmo: la struttura a episodi-epoca, ciascuno ambientato in un decennio diverso, produce un accumulo che nella seconda metà rallenta e si ripete nei meccanismi, la bugia detta per proteggere l’altro, l’esplosione fisica che torna puntuale come una clausola contrattuale, più di quanto la materia richiederebbe. Alcuni colleghi britannici hanno parlato di un finale che smarrisce la bussola morale costruita fin lì, di una violenza che rischia di sostituirsi all’analisi invece di illuminarla.
L’EQUILIBRIO TRA EMPATIA E DISAGIO
Capisco l’obiezione, e in un paio di sequenze la condivido: Gadd ha il vizio, ereditato forse dal suo teatro solista, di credere che l’intensità sia sempre argomento sufficiente. Eppure la tenuta complessiva regge, e regge soprattutto grazie a due interpretazioni che si parlano da una distanza di decenni senza mai perdersi di vista: Bell costruisce un Niall fatto di sottrazioni, di parole trattenute che pesano più di quelle dette, mentre Gadd conferma una capacità già vista in Baby Reindeer di rendere insopportabile la vicinanza a un personaggio senza mai renderlo respingente fino in fondo. È un equilibrio difficile, quello tra empatia e disagio, ed è la vera cifra stilistica dell’autore scozzese: resti nella stanza anche quando vorresti uscirci.
Merito anche del montaggio, che nel passaggio tra decenni non concede mai il sollievo del salto temporale: ogni stacco riparte da un dettaglio fisico, un gesto, una postura, che il decennio successivo riprende e deforma. I personaggi mentono continuamente a sé stessi prima ancora che agli altri, e il corpo, in questo, finisce per sapere più cose di quante loro stessi vogliano ammettere. Va detto che Stuart Campbell e Mitchell Robertson, chiamati a reggere le versioni adolescenti dei due protagonisti, non hanno vita facile: recitare l’infanzia di un trauma che lo spettatore già intuisce, senza cadere nella prefigurazione plateale, è compito ingrato, e nei primi episodi si sente ancora la ricerca del tono giusto. Poi la macchina si assesta, e proprio quando temi che la formula si esaurisca, arriva l’episodio ambientato negli anni dell’università a dimostrare che Gadd sa scrivere anche il silenzio, non solo l’esplosione.
La domanda aperta
Half Man rifiuta la simmetria facile fin nella forma: i decenni non si rispondono mai in modo troppo pulito, e l’ultima immagine lascia aperta la domanda su cosa voglia dire, davvero, essere un uomo cresciuto dentro un modello che non ha mai scelto. Non risolve nulla. Forse è proprio questo, il punto. Comunque un altro titolo da vedere in questo 2026.
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