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Decreto energia: Meloni commissaria i pozzi lucani, Bardi isolato dagli stessi alleati. Spaccatura nel centrodestra sul controllo dei giacimenti.
POTENZA- Roma decide, Potenza subisce. L’onda d’urto del Consiglio dei Ministri a tema energia si abbatte sulla giunta Bardi con la violenza di un decreto-legge che cancella, in un solo pomeriggio, mesi di equilibrismi politici, prudenze burocratiche e cautele territoriali. E apre di fatto uno scontro tutto interno al centrodestra tra il governo centrale e il governo regionale lucano. Il provvedimento d’urgenza licenziato non è l’ennesimo scudo fragile per frenare la corsa pazza dei prezzi del gasolio nei distributori di periferia, è un manifesto di centralismo energetico che ridisegna i rapporti di forza tra lo Stato centrale e la Basilicata, la vera cassaforte di idrocarburi dell’intera penisola. La firma della presidente Giorgia Meloni si posa su una norma che ha il sentore di commissariamento strisciante.
IL DECRETO ENERGIA E LO SCONTRO CON IL GOVERNATORE BARDI PER I POZZI LUCANI
Lo fa attraverso una formula burocratica micidiale, inserita nel cuore di un testo nato per calmierare il mercato ma trasformato in grimaldello istituzionale: «Disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi al protrarsi della nuova crisi dei mercati internazionali e di infrastrutture e attività energetiche strategiche». Dietro il paravento delle accise da tagliare per una manciata di giorni si nasconde la clava dei poteri sostitutivi. E’ un colpo durissimo per il governatore Vito Bardi.
Il presidente della Regione, esponente di Forza Italia e teorico della linea della prudenza e della mediazione continua sui destini della Val d’Agri e del Tempa Rossa, si ritrova improvvisamente disarmato, esautorato da una decisione presa sopra la sua testa dagli alleati della coalizione di governo. Giorgia Meloni va dritta per la sua strada. Lo aveva già fatto capire pochi giorni fa durante i suoi passaggi nel Mezzogiorno, ribadendo la necessità assoluta di aumentare la produzione nazionale di idrocarburi per non consegnare l’economia del Paese ai ricatti geopolitici globali. Un tour che si è concluso con una promessa: «Estrarremo petrolio dai mari e dalla Lucania».
IL MECCANISMO DEI POTERI SOSTITUTIVI E IL COMMISSARIO AD ACTA
Promessa che si è concretizzata con il decreto urgente dell’ultimo Consiglio dei ministri, dove la premier ha tradotto le parole in atti normativi immediati, spiegando in un videomessaggio ufficiale che «Aumentare la produzione nazionale» di petrolio e gas «significa ridurre la dipendenza dall’estero, pagare meno, garantire costi più bassi a famiglie e imprese, difendere la sicurezza energetica della nazione, oltre ovviamente a generare maggiori royalty e benefici economici e occupazionali per i territori». Una linea di fermezza nazionale che cozza frontalmente con la melina, i ritardi e i silenzi che da tempo bloccano i tavoli autorizzativi negli uffici della Regione Basilicata.
La tensione nel centrodestra lucano è palpabile, anche se protetta da un silenzio imbarazzato. Lo scontro istituzionale non è più un’ipotesi da retroscena, ma una realtà sancita dal testo ufficiale del decreto. Il meccanismo concepito a Roma è un binario unico senza uscite di sicurezza per l’autonomia lucana.
LE MISURE SUI CARBURANTI E IL NODO DELL’AUTONOMIA REGIONALE
Nei procedimenti relativi alla prospezione, alla ricerca e alla coltivazione di idrocarburi su terraferma, se la Regione competente non si esprime sull’intesa richiesta, non ci sarà più spazio per rinvii infiniti o trattative a oltranza. Il testo parla chiaro: scatta l’assegnazione di un ulteriore termine per provvedere e si apre una specifica interlocuzione istituzionale, che deve comunque rispettare il principio di leale collaborazione. Ma se l’ostruzionismo locale continua, se Potenza decide di non decidere per evitare di scontentare i territori o per calcolo politico interno, la trappola scatta senza sconti.
Attraverso la nomina di un commissario ad acta, il Consiglio dei Ministri potrà esercitare i poteri sostitutivi previsti dall’articolo 120, secondo comma, della Costituzione. La persistente inerzia della regione viene così spazzata via da un delegato governativo che firmerà le carte al posto della giunta lucana. Una sferzata che l’esecutivo giustifica con la necessità di tutelare la sicurezza energetica nazionale e l’unità economica della Repubblica. Sul fronte dei prezzi, l’intervento somiglia a un’aspirina per un malato grave. Il decreto dispone la proroga fino al 17 settembre della riduzione già in vigore di 17 centesimi al litro del prezzo del gasolio usato come carburante.
DECRETO ENERGIA: LE REAZIONI POLITICHE E IL RUOLO STRATEGICO DEI POZZI LUCANI
Una boccata d’ossigeno che dura appena una settimana, un cuscinetto temporaneo prima che la presidenza del Consiglio vari i preannunciati provvedimenti più selettivi e mirati. La medesima aliquota ridotta si applicherà anche ai gasoli paraffinici ottenuti da sintesi o da idro-trattamento e al biodiesel immessi in consumo come carburanti, mentre per le imprese di autotrasporto viene allungato il credito d’imposta. Ma la vera sostanza politica ed economica dell’operazione non risiede nei centesimi risparmiati alla pompa di benzina, bensì nella ridefinizione della mappa del potere estrattivo.
La Basilicata, che da decenni sopporta il peso ambientale e sociale dell’estrazione petrolifera continentale, si vede sottrarre l’arma della trattativa burocratica. Lo Stato non intende più attendere i tempi di una regione che spesso ha utilizzato le autorizzazioni energetiche come moneta di scambio politico o come scudo contro le proteste locali. Una questione tutta politica che consuma le sue dinamiche all’interno dello stesso perimetro di centrodestra che sostiene Bardi a Potenza e Meloni a Roma.
DECRETO ENERGIA: IL DILEMMA DELLA GIUNTA TRA DIRETIVE ROMANE E PROTESTE LOCALI PER I POZZI LUCANI
Da un lato c’è l’esigenza della destra di governo di mostrarsi decisionista, efficiente e capace di garantire la continuità degli approvvigionamenti nazionali a ogni costo. Dall’altro c’è un governatore forzista che vede ridimensionata l’autonomia del proprio territorio e indebolita la propria capacità di negoziare con le grandi compagnie petrolifere. L’inserimento del commissario ad acta cancella la narrazione della leale collaborazione tra alleati e svela la gerarchia reale: quando la sicurezza energetica della nazione è in pericolo, le prerogative delle Regioni del Sud diventano un lusso che Palazzo Chigi ritiene di non potersi più permettere. Ad oggi, dalla destra lucana, l’unico esponente politico favorevole alle scelte del Governo è l’ex senatore Egidio Di Gilio, che esprime “piena condivisione” per la scelta di superare i veti e i ritardi delle amministrazioni regionali che definisce “un ostacolo indefinito alla realizzazione di interventi strategici”. Il dibattito si sposta ora sulla gestione del territorio.
IL PESO ECONOMICO DELLE ROYALTIES E IL FUTURO DELLA VAL D’AGRI
Per anni la Basilicata ha provato a bilanciare la presenza dei pozzi con la promessa di uno sviluppo alternativo, spesso scontrandosi con ritardi autorizzativi che bloccano anche i progetti di compensazione ambientale. Ora il governo centrale stringe i bulloni e impone una accelerazione brutale. La terraferma lucana torna a essere considerata prioritariamente un distretto minerario di interesse nazionale, dove la firma finale spetta a chi siede nella stanza dei bottoni a Roma, non a chi abita i palazzi del potere di Potenza. Bardi si trova stretto in una morsa d’acciaio: contestare il decreto significherebbe aprire una crisi diplomatica con la premier, mentre accettarlo passivamente equivale a ratificare la propria marginalità decisionale sui destini della risorsa più strategica della sua regione. La partita della prossima settimana sui carburanti si preannuncia caldissima, ma in Basilicata il vero incendio è già scoppiato sotto i piedi della giunta regionale.
DECRETO ENERGIA E POZZI LUCANI: LE CONCESSIONI ENERGETICHE E IL NODO DELLO SVILUPPO TERRITORIALE
Uno scontro che si intreccia con il calendario delle scadenze petrolifere lucane. La concessione Val d’Agri di Eni e Shell è stata prorogata fino al 2029. Quella scadenza è un appuntamento politico ed economico decisivo: bisognerà decidere il futuro della produzione nel principale distretto petrolifero onshore italiano, mentre le entrate legate alle attività estrattive hanno avuto un peso rilevante nei conti e nelle politiche regionali. I numeri aiutano a capire la posta. Eni riferisce che, insieme a Shell, dal 1996 al 2025 sono stati versati 2,45 miliardi di euro di royalties alla Regione Basilicata e ai Comuni interessati dalle attività estrattive.
Nel primo semestre 2025 le royalties versate da Eni sono state 64 milioni: 38,2 milioni alla Regione, 19,1 allo Stato e 6,7 ai sei Comuni coinvolti. Il petrolio lucano, dunque, non è soltanto una questione industriale: è anche una componente della finanza territoriale. Ma proprio questi numeri rendono difficile ridurre la discussione alla semplice equazione «più estrazione uguale più ricchezza».
LA SFIDA PER BARDI È DOPPIA
La Basilicata conosce l’altra faccia del modello. La produzione genera entrate e attività economiche, ma concentra sul territorio anche il peso dell’industria e il problema di trasformare una rendita temporanea in sviluppo stabile. La domanda che torna è quella del dopo: cosa resta quando il barile viene estratto, venduto e contabilizzato? E chi deciderà come utilizzare la ricchezza prodotta? Il decreto, sia chiaro, non autorizza automaticamente un nuovo pozzo in Basilicata. Non trasforma un permesso di ricerca in una concessione di coltivazione e non cancella le procedure previste dalla legge.
Interviene sul tempo e sul potere di chiudere un procedimento quando il mancato accordo regionale diventa, secondo il Governo, un ostacolo a un interesse nazionale. È proprio questo il dettaglio destinato a pesare nelle prossime partite lucane. Per Bardi la sfida è doppia. Da presidente della Regione deve difendere le prerogative dell’ente, ma anche governare un territorio che trae risorse dal petrolio e che chiede garanzie sul futuro.
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