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La fuga dei medici affonda il servizio sanitario lucano. In Basilicata il dato peggiore in Italia calcolato sugli ultimi dieci anni: le dimissioni volontarie superano i pensionamenti e svuotano le corsie dei presidi periferici (meno 24,6%). Il deficit del Sud è di poco oltre il 3 percento
La Basilicata è la maglia nera d’Italia per la fuga dei medici dalle corsie degli ospedali pubblici. Il dato emerge in tutta la sua drammaticità dall’ultimo studio sulla demografia medica condotto dal Centro Studi Anaao Assomed, che fotografa il decennio 2015-2025. Negli ultimi dieci anni, la sanità lucana ha subito una riduzione degli organici pari al 24,6%, segnando il peggior risultato a livello nazionale.
MEDICI E BASILICATA, LA DESERTIFICAZIONE DEGLI OSPEDALI
La desertificazione dei presidi ospedalieri lucani non è più un timore lontano, ma una realtà consolidata che certifica una frattura geografica e sociale ormai insanabile all’interno del Paese. Mentre il Centro-Nord riesce a incrementare le proprie forze del 5,9%, il Mezzogiorno si svuota e perde il 3,1% del personale complessivo. In questo scenario desolante la Basilicata fa peggio di tutti, superando di gran lunga la pur grave emorragia di regioni limitrofe o storicamente in affanno come il Molise, fermo a un calo del 17,2%, o la stessa Calabria che contiene le perdite al 12,6%.
DIMISSIONI VOLONTARIE SUPERANO PENSIONAMENTI
I reparti si spogliano progressivamente dei professionisti più qualificati e la tendenza nazionale descrive uno spartiacque drammatico: le dimissioni volontarie prima del raggiungimento dell’età pensionabile hanno superato per la prima volta i pensionamenti ordinari per limiti di età. Il sistema sanitario somiglia sempre più a una vasca da cui è stato tolto il tappo: per ogni 100 contratti a tempo indeterminato stipulati nell’ultimo anno a livello nazionale, ben 43 camici bianchi decidono di rassegnare le dimissioni e abbandonare definitivamente il pubblico per rifugiarsi nel privato o nei gettonisti.
ESODO DETTATO DALLA DISPERAZIONE
Le ragioni di questo rifiuto in blocco affondano le radici in un disagio strutturale profondo. I medici che se ne vanno non sono affatto a fine carriera, bensì professionisti nel pieno della loro maturità clinica, con un’età media che si aggira intorno ai quarantotto anni, la colonna portante della sanità pubblica. L’abbandono di massa non rappresenta una fisiologica mobilità professionale verso altre aziende sanitarie o trasferimenti di comodo, ma un vero e proprio esodo dettato dalla disperazione.
DINAMICHE LAVORATIVE INSOSTENIBILI
A guidare la fuga sono dinamiche lavorative insostenibili e logoranti, fatte di carichi burocratici quotidiani soffocanti e un rischio di burnout sempre più elevato a causa della cronica scopertura dei turni e dei posti in pianta organica. Negli ospedali periferici lucani, da Matera a Potenza passando per i presidi territoriali, la gestione quotidiana dei servizi minimi è diventata un percorso a ostacoli e il personale residuo è costretto a sopportare turnazioni massacranti pur di coprire le urgenze notturne e i festivi, spesso operando in contesti caratterizzati da crescenti aggressioni verbali e fisiche nei reparti e da una totale assenza di stabilità, riconoscimento del merito e valorizzazione economica della carriera.
IL DECRETO CALABRIA
Nemmeno la spinta derivante dall’ingresso dei giovani specialisti tramite le maglie del Decreto Calabria, che pure ha dato una boccata d’ossigeno, è bastata a invertire la rotta in una terra incapace di risultare attrattiva, lasciando i reparti più vulnerabili scoperti e privi di figure apicali di riferimento per le nuove generazioni di camici bianchi. Si rende indispensabile una contromisura urgente prima che sia tardi. Questo quadro drammatico si riflette inevitabilmente sui servizi erogati e trova una triste sponda scientifica incrociando i dati analitici e le recenti anticipazioni che compongono il corpo del 9° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale, che sarà presentato mercoledì 7 ottobre a Montecitorio a Roma.
MEDICI IN BASILICATA, IL DATO
Nonostante la Basilicata sia riuscita a rientrare formalmente nel cluster delle regioni adempienti LEA con 205 punti complessivi, il territorio scivola al diciottesimo posto nazionale, una posizione che certifica la quasi totale impossibilità di garantire un accesso equo e tempestivo alle cure mediche per tutti i residenti. L’insufficienza strutturale colpisce l’assistenza distrettuale e i tempi d’attesa biblici, costringendo sessantamila lucani a rinunciare a visite specialistiche o esami necessari solo nell’ultimo anno.
A pagare il prezzo più alto è la prossimità legata al PNRR: le schede dell’Osservatorio GIMBE segnalano uno zero assoluto sull’operatività reale sia per le diciannove Case della Comunità programmate sia per i cinque Ospedali di Comunità previsti dalla pianificazione. Senza medici disposti a restare nel pubblico e a presidiare il territorio, le nuove strutture territoriali restano scatole vuote, cattedrali nel deserto di una riforma ferma al palo che nega radicalmente il diritto fondamentale alla salute di tutta la popolazione lucana, costringendola a costosi viaggi della speranza.
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