Nicola Giglio e Daniela Rossato
3 minuti per la letturaSi avvalgono della facoltà di non rispondere gli indagati per l’omicidio di Steccato di Cutro, scena muta davanti al gip
CUTRO — Il silenzio, a volte, urla più delle parole. Si è chiuso senza neanche una dichiarazione spontanea l’interrogatorio di garanzia per Daniela Rossato e per suo figlio Nicola Giglio, i due indagati ritenuti autori dell’omicidio e dell’occultamento di cadavere di Salvatore Giglio, l’artigiano svanito nel nulla il 21 settembre 2024 a Steccato di Cutro. Davanti alla gip del Tribunale di Crotone Elisabetta Marchetto, gli indagati hanno scelto la via del muro di gomma. Prima la donna, 60enne originaria di Rivarolo Canavese, in Piemonte, sentita a partire dalle 10:30 nel carcere di Castrovillari, e poi il figlio, 38enne, comparso alle 13:00 nel carcere di Crotone, hanno optato per la facoltà di non rispondere. Una scelta tecnica difensiva che, nei fatti, lascia del tutto inevase le pesantissime domande accumulate dagli inquirenti del Nucleo investigativo dei carabinieri di Crotone e della Stazione di Cutro in mesi di meticolosi riscontri, intercettazioni e analisi scientifiche.
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Respinta la richiesta di revoca della misura
In particolare, l’avvocato Luigi Colacino, difensore della donna, ha chiesto la revoca della misura cautelare per la sua assistita. Ad avviso del legale, non sussistono esigenze cautelari perché Rossato è stata più volte interrogata nel corso delle indagini dei carabinieri, che hanno acquisito anche numerose testimonianze. La posizione della moglie della vittima pertanto è ormai cristallizzata, secondo la difesa. Analoga, secondo gli avvocati Pietro Funario e Alessio Russo, la motivazione della scelta del silenzio da parte del figlio della vittima, anche lui interrogato più volte in fase d’indagine. I legali hanno chiesto l’immediata scarcerazione del giovane per carenza di gravi indizi. La gip ha respinto le richieste di scarcerazione per entrambi gli indagati.
Quadro indiziario blindato
Gli elementi raccolti dai carabinieri, coordinati dal procuratore di Crotone, Domenico Guarascio, e dal sostituto Umberto Iurlaro, inchioderebbero i sospettati a una sequenza di responsabilità precise. Dalle urla disperate registrate nel cortile di via Agrigento nei minuti che precedettero la scomparsa, passando per l’irruzione del figlio Nicola con un oggetto scuro in mano, fino ai viaggi notturni della Jeep Cherokee verso il fiume Tacina, dove sarebbe stato gettato il cadavere, e l’acquisto compulsivo di acido muriatico per ripulire l’abitazione.
Depistaggi e timori per le indagini
Un mosaico d’orrore che la cerchia familiare avrebbe tentato di coprire con versioni alternative all’omicidio. Dalla favola dell’amante misteriosa di Parma, alla finta fuga dell’uomo scavalcando un muro alto due metri (impossibile per le condizioni di salute e la zoppia di Salvatore) ai depistaggi casalinghi culminati nel rogo di indumenti, Bibbie e riviste religiose all’interno del camino di casa.
Daniela Rossato sapeva che il cerchio stava stringendosi. Nelle settimane successive alla scomparsa e man mano che i sospetti degli inquirenti si facevano concreti, la donna aveva iniziato a manifestare un timore crescente per le sorti dell’indagine. La donna si era documentata a lungo su Internet, effettuando ricerche mirate su come comportarsi in caso di interrogatorio. Una sorta di manuale digitale di autodifesa digitale che, è il sospetto degli inquirenti, svela la lucidità del piano criminale e la paura che l’indagine potesse scoprire la messinscena. Il silenzio in sede di interrogatorio di garanzia appare quindi come una mossa difensiva di attesa, dal momento che le versioni a discolpa finora non sono apparse credibili agli inquirenti.
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