Il camino di casa Giglio a Steccato di Cutro oggetto degli accertamenti dei carabinieri
6 minuti per la letturaL’occhio delle telecamere svela l’atroce fine di Salvatore Giglio, scomparso da Steccato di Cutro 2 anni fa: arrestati ex moglie e figlio
CUTRO — Ucciso nell’abitazione di Steccato di Cutro e gettato nel fiume Tacina. Per l’atroce delitto del 60enne Salvatore Giglio, svanito nel nulla due anni fa, in manette sono finiti l’ex moglie Daniela Rossato e il figlio Nicola Giglio. L’omicidio sarebbe maturato tra tensioni patrimoniali e rancori familiari. L’occhio elettronico delle bobine digitali di una telecamera di sorveglianza, installato quasi per caso su un’abitazione vicina, custodisce la mappa millimetrica di una tragedia che sembrava destinata a rimanere nel silenzio.
Le indagini dei carabinieri della Stazione di Cutro e del Reparto operativo di Crotone, coordinate dal procuratore Domenico Guarascio, avrebbero fatto luce su quello che sembra essere un dramma domestico davvero feroce e spietato. La gip del Tribunale di Crotone Elisa Marchetto ha, infatti, accolto le richieste della Procura.
Nessun allontanamento volontario
A distanza di mesi da quel maledetto fine settimana d’autunno in cui si erano perse le tracce di Salvatore Giglio, già noto alle forze dell’ordine, il quadro tracciato dagli inquirenti restituisce una verità agghiacciante. Non c’è stato alcun allontanamento volontario, nessuna fuga verso mete esotiche o ritiri spirituali invocati a dispetto della logica. Salvatore Giglio è stato brutalmente assassinato nella sua casa di via Agrigento, nella frazione Steccato di Cutro, e il suo corpo è stato fatto sparire nelle gelide correnti del Tacina. Per quel delitto, le porte del carcere si sono ora aperte per due persone che di quella vittima portavano il cognome e con la quale condividevano il tetto. Le accuse sono quelle di omicidio e occultamento di cadavere.
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La sequenza implacabile delle ore decisive
La ricostruzione investigativa, dettagliata nell’informativa dei carabinieri, è scandita da fotogrammi e registrazioni audio che non lascerebbero spazio a interpretazioni di comodo. Tutto si consuma nel volgere di poche ore. Le lancette segnano le ore 12:08 del 21 settembre 2024 quando le telecamere immortalano per l’ultima volta Salvatore Giglio vivo, all’interno del cortile della sua abitazione. Accanto a lui c’è l’ex coniuge, Daniela Rossato. Appena un minuto dopo, alle 12:09 e 41 secondi, l’atmosfera diventa movimentata. I microfoni ambientali catturano voci concitate, urla e toni alterati che preludono ad una scena di violenza. È il preludio di una lite furibonda, alimentata da mesi di tensioni mai sopite.
Scena di violenza dopo le tensioni per questioni patrimoniali
Il conflitto che cova sotto la cenere in quella famiglia ha radici profonde, legate a doppio filo a questioni economiche e patrimoniali. La vittima aveva manifestato la ferma intenzione di disporre dei propri beni mobili e immobili, inclusi alcuni cespiti formalmente intestati ai figli, una scelta che aveva scatenato l’opposizione intransigente dei familiari. La situazione precipita definitivamente alle ore 12:52 e 18 secondi, quando sulla scena compare Nicola Giglio. Il giovane sopraggiunge stringendo nella mano sinistra un oggetto non identificato e varca la soglia dell’abitazione. Da quel preciso istante, l’inferriata e le porte di quella casa diventano una tomba invisibile: Salvatore Giglio da lì non uscirà mai più con le sue gambe.
Il silenzio, il fumo dal comignolo e il viaggio verso il Tacina
Quello che accade tra le mura di via Agrigento tra il 21 e il 23 settembre 2024 sembra un manuale di occultamento e depistaggio, frutto di lucidità criminale, secondo la ricostruzione degli inquirenti. Mentre il corpo esanime dell’uomo viene nascosto all’interno dell’immobile, all’esterno si cerca di costruire una cortina fumogena fatta di mezze verità e menzogne.
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Alcuni vicini di casa e familiari, ascoltati dagli inquirenti come persone informate sui fatti, riferiscono ai carabinieri di aver notato nei giorni immediatamente successivi un odore acre e insolito, accompagnato da un fumo denso e anomalo che fuoriusciva dal comignolo dell’abitazione. Una circostanza inquietante che l’indagata Rossato avrebbe tentato di liquidare con giustificazioni fantasiose. Dalla necessità di distruggere vecchi effetti personali in preda a un improvviso attacco d’ira, alla pulizia di ingenti quantità di carne decongelata a causa di un presunto black-out elettrico che avrebbe mandato in tilt i frigoriferi.
La macchina del depistaggio
Nel frattempo, la macchina del depistaggio si muove su più livelli. La denuncia formale di scomparsa è presentata ai carabinieri soltanto il 28 settembre 2024, preceduta da un timido contatto interlocutorio il 25. Si accumula così un ritardo, secondo l’accusa, strumentale volto a guadagnare giorni preziosi. Contestualmente, si alimenta la falsa pista dell’allontanamento volontario. I familiari, a colloquio con i carabinieri, suggeriscono l’ipotesi che l’uomo avesse deciso di far perdere le proprie tracce a causa di ipotetiche frequentazioni di carattere religioso o di legami sentimentali extraconiugali. Ma una simile ricostruzione crolla di fronte alle testimonianze dei confratelli della Congregazione dei Testimoni di Geova e delle persone più vicine alla vittima, che descrivono Salvatore Giglio come un uomo abitudinario, profondamente legato al proprio contesto di vita e del tutto estraneo a simili condotte.
Inghiottito dal fango e dalla corrente
Il capitolo finale dell’orrore si consuma la sera del 23 settembre. Tra le 22:24 e le 22:47, le immagini e i riscontri investigativi inchiodano gli indagati al trasporto della salma. Il corpo di Salvatore Giglio viene caricato a bordo della Jeep Cherokee intestata alla vittima e guidata da Daniela Rossato, per essere infine gettato nelle acque del fiume Tacina, inghiottito dal fango e dalla corrente. Per cancellare ogni traccia, l’abitazione viene sottoposta a pulizie straordinarie e le serrature vengono repentinamente sostituite, nel disperato tentativo di sterilizzare la scena del crimine.
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Il racconto poco credibile della fuga in Svizzera
La svolta impressa dalla Procura di Crotone e dai carabinieri restituisce giustizia a una vicenda che aveva tenuto col fiato sospeso la comunità della frazione cutrese. Qualcuno inviò un esposto anonimo ai carabinieri, suggerendo la pista dei rancori familiari e invitando gli investigatori a cercare indizi nel caminetto dove fu acceso quel fuoco sospetto. Gli accertamenti tecnici, l’incrocio dei tabulati telefonici, le testimonianze chiave e i rilievi scientifici hanno smontato pezzo dopo pezzo il castello difensivo eretto dagli indagati, che ai carabinieri raccontarono anche che lo scomparso si sarebbe allontanato in Svizzera, peraltro in assenza di movimentazioni bancarie compatibili con l’organizzazione di un viaggio. Un tentativo, secondo gli inquirenti, di disorientare gli investigatori con una poco credibile versione alternativa. Chissà se, alla presenza dei loro difensori, gli avvocati Luigi Colacino (per Rossato) e Pietro Funaro (per Giglio) gli indagati la riproporranno nel corso dell’interrogatorio di garanzia, non ancora fissato.
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