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Dalla crisi dell’università al peso delle etichette sociali. Passando per il fallimento, la memoria e la speranza. Nel Giardino delle Arti di Decollatura la presentazione del nuovo romanzo “L’uomo che torna dal buio” di Corrado Plastino. Il testo apre un confronto sul significato dell’essere umano oltre i giudizi e le apparenze.


La Sapienza! Per me, proprio all’inizio del ventunesimo secolo non è stata proprio la stessa cosa. Non avevo scopi, non avevo mete. Era solo un luogo per ottenere qualcosa: un trenta e lode, un pezzo di carta, un lavoro. A questo siamo stati educati: a studiare per un voto, a ripetere frasi insensate per uno stipendio, a competere come se l’esistenza di ognuno di noi fosse una gara.

L’uomo che torna dal buio, pag. 40 di Corrado Plastino

Un viaggio duale che guida alla riflessione sul fallimento, sull’invisibilità sociale. Condizioni che molto spesso hanno accompagnato, e accompagnano, tutti coloro che affrontano un percorso universitario, politico o di vita. Indirizzato a tutti coloro che cercano un senso in quello che fanno.

UN DIALOGO TRA DUE GENERAZIONI IN CERCA DI SENSO

Corrado Plastino, classe ’64 e docente di lettere nella scuola secondaria di primo grado a Soveria Mannelli, ha accompagnato i suoi lettori nelle vite di Marco e Andrea. Marco, un ex intellettuale, militante e terrorista diventato poi clochard. E Andrea, giovane uomo in crisi che ritrova in Marco la memoria smarrita di un tempo.

Due generazioni che si dividono tra gli anni ’70 e il presente, unite nel cercare di comprendere cosa ne sia rimasto dell’uomo che sogna e lotta. La presentazione ha avuto luogo mercoledì 5 agosto nel Giardino delle Arti a Decollatura (CZ).

LE OPINIONI DEI PRESENTI SU “L’UOMO CHE TORNA DAL BUIO”

Ha moderano Marco Marchese, editore della casa editrice Officine Editoriali da Cleto e sono intervenuti Raffaella Perri, sindaco di Decollatura, Michele Astorino, Mariateresa Vircillo e Antonio M. Pulerà. «In una società nichilista come la nostra, Corrado è riuscito a portare fuori quella speranza di porre fiducia nel futuro, partendo dall’accettazione della realtà nella sua brutalità», ha commentato Michele Astorino, sottolineando come, nonostante la brutalità della realtà demoralizzi, l’uomo deve continuare resistere e lottare per i propri ideali.

«Dopo tre pagine sono dovuta ritornare indietro perché avevo capito che non era il solito romanzo. Mi ero accorta che era una storia che mi avrebbe lasciato tantissime domande e, forse, anche una lezione interiore», ha poi aggiunto Mariateresa Vircillo, facendo leva su quanto gli esseri umani, nonostante siano stati in grado di creare scoperte magnifiche, continuino a commettere questi stessi errori che ogni volta giurano di non commettere più.

«E allora una domanda è stato il filo conduttore della mia lettura: cosa facciamo noi dei nostri errori? Li dimentichiamo? Li nascondiamo? Li trasformiamo?» Il personaggio di Marco rappresenta quella persona che normalmente si scanserebbe per strada. È un vagabondo, un poveraccio, un emarginato. Un’etichetta. Fino a quando Andrea non scopre i suoi scritti. Marco non è più un emarginato sociale, ma una persona che si è innamorata, che ha frequentato l’università e che aveva degli ideali, ma che è inciampato cadendo nella lotta armata.

I GIOVANI TRA STEREOTIPI E CAPACITÀ DI LEGGERE IL PRESENTE

«Ho voluto dare spazio a quei personaggi che rappresentassero il ragazzo di oggi a cui viene detto “non sa fare niente”, “fa sempre tardi”, “sta sempre con il cellulare in mano”, “non vuole studiare”, “non s’interessa di politica”. Eppure le migliori interpretazioni sulla guerra in Ucraina e in Palestina le ho sentite da ragazzi e ragazze delle medie. Allora mi chiedo: perché? Ed è così che molti personaggi sono venuti fuori», è intervenuto infine il professore Plastino.

Una presentazione che ha cercato di rompere le barriere del giudizio, di staccare il filo che tiene incollata l’etichetta alla persona. Marco e Andrea rappresentano ciò che circonda la società, le sue sfumature: tra errori, dubbi e rinascite collettive, l’unico modo di trovare la strada è iniziare a fare il primo passo. Se c’è una lezione da imparare, è che nessuno può essere ridotto a un’etichetta, dove comprendere l’altro è sempre difficile, ma è il primo passo per una società più aperta.

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